Rialtofil

Archivi per il mese di “dicembre, 2011”

Grandi Firme.. parte seconda


Chi già mi “legge” da qualche giorno sa che la prima parte di questo contributo (alla trasparenza del mercato) è dedicata alle firme peritali. Chi ancora volesse leggerla la troverà qui: http://rialtofil.com/2011/12/26/firme-peritali-come-riconoscerle/

Questa seconda parte è dedicata ad altre firme che, pur non essendo “peritali” in senso stretto, a me personalmente ispirano fiducia, e si possono suddividere in due categorie: I) firme di “garanzia” commerciale (in quanto apposte da commercianti filatelici che se ne assumono la responsabilità, ai sensi del codice civile)  II) firme di esperti ai quali, pur non essendo periti, la comunità dei collezionisti generalmente accorda un certo credito in relazione a una determinata nicchia filatelica (credito che a volte è superiore a quello di certi “periti”, e qui mi fermo). Partiamo dalla prima, con un esempio celebre, e vediamo chi di voi riconosce la firma (prima di leggere la storia del francobollo qui immortalato):

“Francobollo da un soldo”, dirà qualcuno.. risposta esatta: un soldo del Granducato di Toscana (emissione del 1851) che vale più di 10.000 euro quando (come in questo caso) è “viaggiato” su giornale (tariffe agevolate, anche a quei tempi) e in questo caso il giornale era integro. L’ho scovato in Francia, da un venditore di giornali e libri antichi, e la storia merita di essere raccontata. Venditore: “il francobollo dovrebbe valere parecchio, ma non posso garantire che sia autentico”. Guardo la firma, mi dice qualcosa, faccio le mie verifiche, compero. Certo non è una firma peritale, quindi non è repertoriata nei siti specializzati.. ma è la firma di Romolo Mezzadri. Negozio in Via Condotti, a Roma, molti anni fa. Non esiste più, ma il Cavalier Mezzadri non sbagliava un colpo: un Signore, nell’accezione veneta del termine.

Ho fatto male? Quel francobollo su giornale è stato poi ceduto al Rettore di una prestigiosa Università italiana, e mi risulta che ne sia pienamente soddisfatto. Probabilmente ho “fatto male” a cederlo, quel giornale con francobollo da un soldo, sicuramente non a comprarlo (ad un prezzo che non rivelerei nemmeno sotto tortura). Per la cronaca, è giusto ricordare che almeno due Grandi periti italiani hanno per anni firmato francobolli nell’ambito della loro attività commerciale (antecedente a quella peritale).

Di “Signori” in giro ce ne sono sempre meno, ma senza che me ne venga nulla in tasca, ne posso citare uno, che da anni gestisce un delizioso angolo filatelico (e numismatico) in Piazza San Marco a Venezia (Degani): se il titolare di quel negozio mi dice che un pezzo è autentico, da lui comprerei a occhi chiusi (o quasi), anche quando il pezzo non è periziato. Idem per le monete veneziane (ducati d’oro in particolare).

Essendomi con questo guadagnato uno spritz (al caffé Quadri, il preferito di Pippo Montanari) passo alla seconda categoria di firme a cui mi sento di accordare credito (merce rara, di questi tempi!) cominciando da queste (e anticipandovi che la mia lista sarà molto, molto breve):

Ecco, avevo promesso che “la mia lista sarà breve”, molto breve.. e infatti per oggi finisce qui, la mia lista delle firme (non peritali) “di fiducia”.. perché la fiducia è una cosa seria e nell’esternare la mia (anche se è solo mia) mi rendo conto che potrei creare aspettative rispetto ad altre “firme” presenti sul mercato. Sono forse incorso in omissioni più o meno imperdonabili? Se così fosse, sarà mia cura rimediare, in futuro: è il grande vantaggio di ogni pagina “redatta” con questa tecnologia di informazione, che a differenza dai “libri stampati” potrà essere aggiornata, in tempo reale, senza dipendere dai tempi tecnici di stampa e distribuzione.

Cordialità filateliche,

Rialtofil

Prossimamente sui vostri schermi: le firme di Giulio Bolaffi e Paolo Vaccari (per la categoria: firme di garanzia commerciale).

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Monetazione veneziana – Venice Republic, the Coins


Nella foto, l’ultimo dei Ducati d’oro coniati dalla “Serenissima”: quello di Ludovico Manin. Il diritto della moneta rappresenta il doge (a destra) che riceve il vessillo da San Marco.  La legenda è SM (San Marco) Venet(i). A destra, il nome del Doge (abbreviato, in latino) permette di datare la moneta, che al pari delle monete imperiali romane (e di quelle bizantine) non porta mai l’indicazione dell’anno. Mentre lo zecchino d’oro (come il grosso d’argento) era una moneta d’uso universale, per le necessità della vita quotidiana vennero coniate una grande varietà di monete che non erano le stesse a seconda che ci si trovasse nel Dogado, nello Stato da Terra o in quello da Mar (le tre componenti della Serenissima Repubblica di Venezia). Per le monete di valore inferiore (che non riportano il nome del Doge) si usa parlare di “monetazione anonima”.

In questo articolo troverete principalmente le monete che erano in uso a Venezia e nel Dogado, ovvero nei territori “originari” dov’era nata quella Repubblica marinara la cui sede dogale si spostò progressivamente da Eraclea a Malamocco e poi a Rivoalto (Rialto) e San Marco, dove ebbe la sua sede definitiva. Il territorio del Dogado era più o meno questo:

DOGADO

Con un contenuto in oro pari al 997 per mille (da confrontare ad esempio con il 906 per mille delle monete d´oro di Vittorio Emanuele I°), il Ducato d´oro coniato dalla Zecca di Venezia (da cui il termine: Zecchino) é la moneta più pura che sia mai stata messa in circolazione. Per questo motivo, nel linguaggio comune, il termine “zecchino” é sinonimo di purezza e perfezione.

La monetazione “anonima” meriterebbe un capitolo a parte, dato che fu ampiamente utilizzata sia nei domini di terraferma (Stato da terra) sia nello Stato da Mar (Istria, Dalmazia, Peloponneso, isole Ionie, Cipro, Creta e altre isole greche che con alterne vicende fecero parte della Serenissima). Per avere un’idea dell’estensione dello Stato da terra, potete utilizzare questa mappa (fonte: wikipedia)

L’estensione dello Stato da Mar è più complicata da riassumere in una mappa, perché dipese da alterne vicende belliche (fra cui sette guerre con l’Impero ottomano!) ma con qualche approssimazione potete riferirvi a questa:

Il primo zecchino (denominato “ducato d’oro del valore di 18 grossi d’argento”, come da decreto del Maggior Consiglio) venne coniato nel 1284 (Doge Giovanni Dandolo); l’ultimo nel 1797 (Doge Ludovico Manin). In cinque secoli di esistenza, il diametro della moneta si mantenne costante (21 mm) mentre il peso passò dai 3,559 grammi iniziali ai 3,494 degli ultimi anni.  Il termine “zecchino” (in luogo della denominazione ufficiale di “ducato d’oro”) risale al XVI° secolo, e da allora è diventato sinonimo di oro puro (a 24 carati). Nel momento di massimo fulgore, si stima che la Repubblica di Venezia possedesse riserve auree pari al 15% di tutto l’oro presente nel mondo allora conosciuto!

Oltre al Ducato d’oro o zecchino, che a lungo è stato il “dollaro del Mediterraneo”, la Zecca della Serenissima coniava anche (a titolo di esempio, e in ordine crescente di valore facciale).

BAGATTINI in rame (la moneta più piccola, per le transazioni “bagatellari” come il pane): 18 millimetri di diametro per 1,8 grammi di peso. Sul rovescio, leone di San Marco “in soldo”; sul diritto, busto della Madonna con bambino:

BEZZI (in rame) del valore di mezzo soldo = 6 bagattini (21 mm. di diametro, 4 grammi il peso):

SOLDI (in argento, fino al 1603, e in rame a partire da tale data) = 12 bagattini.


GAZZETTE (in argento) del valore di 2 soldi, e i loro multipli (come la moneta da 2 gazzette pari a 4 soldi, detta GROSSETTA):

Grossetta d'argento = 2 gazzette del valore di 4 soldi

..e quella da 4 gazzette, molto simile alla precedente (sono facili da riconoscere, dato che il valore sul diritto della moneta è espresso in numeri romani):

Dal 1194 al 1470: GROSSI (in argento) del valore iniziale di 5 soldi. Nell’immagine che segue: un grosso del Dogato di Pietro Gradenigo (1289-1311) detto anche grosso “matapan”. Si tratta del grosso del I° tipo, che rimarrà invariato fino al 1356; nei grossi del periodo successivo, il Doge sul diritto della moneta è invece ritratto di profilo. Il rovescio della moneta raffigura Cristo Redentore seduto sul trono.

Dal 1472: LIRE (in argento) = 20 soldi. L’esemplare dell’immagine (Dogado Contarini, 1676-1684) presenta un foro perché in tempi lontani questa moneta (la prima “Lira” coniata con questo nome in Italia, a partire dal Doge Nicolò Tron!) veniva spesso utilizzata per adornare il collo delle Signore:

SCUDO della croce (in argento) = 7 Lire = 140 soldi, e i suoi sottomultipli (nell’immagine che segue, il “quarto di scudo della croce”, pari a 35 soldi):

Per vederle tutte (comprese quelle che qui non ho citato, per motivi di spazio), vivamente consiglio una visita al Museo Correr (in Piazza San Marco, Venezia; l’ingresso è gratuito per i residenti) che in una sala apposita conserva la serie quasi completa delle monete coniate  dalle origini della Zecca veneziana (Anno Domini 820, con sede a Rialto!) fino al 1797 (sede definitiva, in bacino San Marco). In alternativa, un’eccellente galleria fotografica la troverete qui: http://numismatica-italiana.lamoneta.it/zecca/Venezia.

Fra le monete che finora non ho citato, ce ne sono altre che vennero utilizzate soltanto in certi periodi (la monetazione veneziana copre un arco di tempo superiore a quello di molti Stati moderni!) come questo TRAIRO d’argento del valore di 5 soldi, introdotto nel XVIII° secolo (diametro: 19 mm. Peso: 1,15 grammi):

Nei primi secoli di vita della Serenissima, invece, molto utilizzati furono i soldini d’argento. Quello che ho scelto come esempio è un soldino del primo tipo (Doge Bartolomeo Gradenigo, 1339-1342) con leone rampante (Diametro: 17 mm. Peso:  0,95 grammi):

Quella che segue è invece una “carzia” per il possedimento di Cipro (Doge Jeronimus Priuli, come indicato sul rovescio). L’isola di Afrodite fu veneziana per quasi un secolo: dal 1489 al sanguinoso assedio di Famagosta del 1570-71, che rappresenta uno degli episodi più eroici della storia dell’Occidente (http://www.roth37.it/COINS/Famagosta/index.html).

Il trattamento riservato agli assediati (e il tradimento della parola data al momento della resa) è all’origine della foga con cui i veneziani condussero la flotta cristiana alla vittoria di Lepanto, vendicando il supplizio sofferto dall’eroico Bragadin. La vicenda ha ispirato vari libri, fra cui segnalo: “L’assedio” di Maria Grazia Siliato (Mondadori, 1995) che di Marcantonio Bragadin è una discendente e a giusto titolo ne va fiera.

Durante l’assedio di Famagosta vennero coniate delle monete in rame chiamate “bisanti” per sopperire alla penuria di carzie (che venivano coniate esclusivamente alla Zecca di Venezia, e pertanto vennero presto esaurite a causa degli eventi bellici). Si tratta di monete “ossidionali” (dal latino obsidio, obsidionis = assedio) come vengono chiamate quelle coniate in queste particolari circostanze storiche; sul diritto portano l’impronta del leone di San Marco con la legenda “Pro Regni Cypri Praesidio”, e sul rovescio il motto “Venetorum fides inviolabilis”. Portano tutte lo stesso anno (il 1570) come nella foto che segue:

BisanteRiassumendo, la caratteristica comune delle monete veneziane è l’onnipresenza di San Marco: raffigurato in effigie (negli zecchini e nei grossi d’argento) oppure simbolicamente rappresentato dal leone alato (simbolo dell’evangelista Marco nella tradizione proto-cristiana che ad ogni Evangelista aveva associato un animale). Leone rampante, andante, in soldo o in moeca, a seconda della posizione assunta, ma sempre alato (the winged lion, come dicono gli anglosassoni). A proposito, qualcuno pensa che il leone alato in numismatica sia scomparso con la fine della Serenissima Repubblica (anno di disgrazia 1797) o che la sua unica risurrezione sia stata quella del 1848? Guardate questa moneta delle isole Ionie, che veneziane rimasero fino alla fine e successivamente, alla caduta di Napoleone (quando Venezia venne ceduta all’Austria) conobbero un cinquantennio di auto-governo con il nome di Ηνωμένον Κράτος των Ιονίων Νήσων (Unione delle Isole Ionie). In quel cinquantennio (dal 1815 al 1864)  il leone alato (con 7 frecce a rappresentare le 7 isole) ne fu l’emblema:

L’Unione delle isole ionie riprese l’eredità (e i confini territoriali) della “repubblica settinsulare” costituita nel 1800 (tre anni dopo la caduta della Serenissima) ed era formata da Corfù, Cefalonia, Itaca, Zante (l’isola natale di Ugo Foscolo!), Paxos, Cerigo e Santa Maura (l’attuale Leucada). Nella monetazione e nella bandiera conservò il leone marciano, che andò “in pensione” soltanto quando le isole ionie vennero accorpate al neo-costituito regno di Grecia (che nel 1830, suo anno di nascita, comprendeva soltanto la parte continentale della Grecia attuale: il processo unitario greco fu lungo e laborioso, non meno di quello italiano).

Unione delle isole ioniePer concludere (anche se a prima vista parrebbe esulare dall’oggetto della presente trattazione), mi sembra giusto pubblicare una foto della moneta in argento da 5 lire della Repubblica Veneta (proclamata il 22 marzo 1848, dopo la cacciata degli austriaci) che ebbe corso legale nel 1848-1849, insieme con i suoi sottomultipli in centesimi. Se pensate che per continuare a battere moneta durante l’assedio che ne seguì, il Governo provvisorio di Daniele Manin chiese ai veneziani di conferire l’argenteria di famiglia, e i veneziani lo fecero senza batter ciglio, avrete un’idea dell’orgoglio e delle passioni che ancora suscitava questo leone alato.

Interessante notare come in questa fase storica vennero coniati due tipi di monete, di pari peso (25 grammi d’argento) e diametro (37,5 millimetri) corrispondenti all’evoluzione della strategia “federale” della Repubblica Veneta: quelle emesse con decreto del I° governo provvisorio del 29 giugno 1848 (prima foto) portano la scritta “Repubblica Veneta” sul diritto e “Unione italiana” sul rovescio, mentre in quelle emesse con decreto del II° governo provvisorio il 27 novembre 1848 (ma coniate nel 1849) la legenda sul diritto diventa “Indipendenza italiana” e sul rovescio (seconda foto) “Alleanza dei Popoli Liberi”: l’Italia sognata da Daniele Manin (e dal Cattaneo, a Milano) era una federazione di Stati o uno Stato federale.

1848 VE 217E 5lire1848 II°tipo

1848 VE 217E 37mm 24.81gr

Cosa valgono oggi le monete veneziane?

Per la quotazione degli zecchini d’oro (e per quella delle monete del Governo Provvisorio 1848-1849) potete consultare il Gigante, che è il catalogo più utilizzato dai collezionisti di numismatica, e viene aggiornato ogni anno. Per la monetazione in argento e per quella anonima, degno di nota è l’ottimo catalogo “le monete di Venezia”, di Luca Luciani e Artur Zub (Treviso, 2012). In una “bibliografia minima” non può poi mancare il Paolucci: “le monete dei Dogi di Venezia” (Padova, 1990). Grazie al progetto Gutenberg (“digitalizzazione” delle opere non più coperte da diritto d’autore, al fine di renderle fruibili online) su Internet potete invece consultare gratuitamente la monumentale opera di Nicolò Papadopoli Aldobrandini: pubblicato nel 1905, il suo libro “le monete di Venezia” è stato per molti decenni il punto di riferimento in materia. L’opera include un utilissimo indice alfabetico ed è consultabile qui: http://www.gutenberg.org/files/30164/30164-pdf.pdf

Per ritornare al valore di catalogo di queste monete, riportarne qui tutte le quotazioni sarebbe impossibile, ed è bene ricordare che il valore di mercato di una moneta dipende dal suo stato di conservazione, oltre che dalla sua rarità. A titolo di conclusione, mi limiterò a dire che gli zecchini più rari (coefficiente di rarità R5, per il Gigante) sono quelli coniati durante i Dogati di:

  • Marino Falier (1354-1355)
  • Marco Barbarigo (1485-1486)
  • Antonio Grimani (1521-1523)
  • Nicolò Donà (1618)
  • Francesco Contarini (1623-1624)
  • Giovanni Corner (1625-1629)
  • Nicolò Contarini (1630-1631)
  • Francesco Corner (1656).

Se questo articolo vi è risultato utile per le vostre ricerche, potete votarlo con le stelle all’inizio del testo (5 al massimo, come per gli alberghi!) e trattandosi delle monete più belle del mondo, 5 stelle sarebbero ovviamente gradite (per le monete, non per me).

Credits: tutte le monete delle foto appartengono alla mia collezione personale, con l’eccezione della moneta delle isole ionie e del bisante di Cipro per il quale ho utilizzato questa (pregevole) fonte, che consiglio anche a chi vorrà approfondire quel contesto storico:

http://www.roth37.it/COINS/Famagosta/

Non ho parlato delle “oselle” perché, pur essendo monete di pregevole fattura e di indubbio valore collezionistico, non ebbero corso legale come mezzo di pagamento, ma a chi volesse farsi un’idea di cosa fossero consiglio questo articolo di Alvise Zorzi:

http://www.ilgiornaledivicenza.it/stories/Home/132777_oselle_le_gratifiche_dei_dogi_per_i_patrizi_della_serenissima/?refresh_ce#scroll=3290

Rialtofil

Rialtofil@gmail.com

Firme peritali e posizione della firma


Se é vero che un francobollo firmato é come un abito griffato, é anche vero che ci sono firme e firme, con una complicazione in più: la posizione della firma, che nel caso dei francobolli ha un significato preciso. Per i criteri teutonici del BPP (l’Albo dei periti tedeschi), di posizioni possibili ce ne sono molte, e riassumerle qui sarebbe complicato; a titolo di esempio, più in basso é la firma, migliore é la qualità del francobollo. In Italia per fortuna le cose sono più semplici. Per i criteri specifici utilizzati da alcuni periti, rinvio ai loro siti ufficiali (ottimo quello dello studio Raybaudi: http://www.raybaudi.it/perizie01.html).

In generale comunque, e fatte salve le eccezioni come Raybaudi, le regole di base sono queste:

  1. firma in basso a sinistra = francobollo nuovo con gomma;
  2. firma in basso a destra = francobollo usato.. quindi attenzione se vi propongono un 50 grana di Sicilia “usato” e firmato a sinistra: l’annullo potrebbe essere posteriore alla firma, per utilizzare un eufemismo!
  3. firma a lato (Sorani): gomma parziale o senza gomma;
  4. firma rovesciata: francobollo autentico, ma rigommato!!!
  5. firma per esteso (utilizzata in passato da alcuni periti in alternativa alla semplice sigla): denota un esemplare di particolare pregio o rarità.

Dato che sul mercato esistono anche francobolli (non necessariamente falsi) con firme diciamo di dubbia autenticità, tenete presente che in caso di dubbio, i periti più seri accettano di verificare i francobolli da loro firmati e generalmente lo fanno senza chiedere alcun compenso, dato che il mercato delle firme false danneggia anche la loro reputazione!

Fatta questa premessa, riproduco qui in calce alcune delle firme più autorevoli a titolo illustrativo del significato che la posizione della firma assume, caso per caso. Una lista più completa (di firme peritali) la troverete in questo articolo: http://rialtofil.com/2011/12/26/firme-peritali-come-riconoscerle/

Silvano Sorani, firma in basso a destra = francobollo usato:

Silvano Sorani, firma in basso a sinistra = francobollo nuovo con gomma d’origine:

Silvano Sorani, firma a lato anziché in basso: gomma parziale o senza gomma (i rigommati NON li firma, il Maestro):

Guglielmo Oliva, firma rovesciata rispetto ai caratteri del francobollo = attenzione, il francobollo é autentico ma rigommato!

Giacomo Bottacchi, su francobollo usato:

Critiche, consigli o suggerimenti? Scrivetemi a:

Rialtofil@gmail.com


Un francobollo da 1,8 milioni di dollari. Vi interessa?


..non è uno scherzo, eccolo qui:

Battuto all’asta per 1,8 milioni di dollari, quest’anno, a Basilea:

http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/economia/bw/2011-06-09_109670994.html

Come i collezionisti sanno, il francobollo da “mezzo grano” del Regno di Sicilia (stampa calcografica, anno 1859, con l’effigie di Ferdinando II°) era arancione. Questo esemplare rappresenta un errore di colore, e la sua rarità è ovviamente una di quelle che si pagano.. a peso d’oro.

1,8 milioni di dollari non vi bastano? Procuratevi (se ci riuscite) il Treskilling giallo svedese del 1855 (altro errore di colore: giallo anziché verde). Esemplari esistenti: uno. Al suo penultimo passaggio di proprietà, nel 1996, era stato aggiudicato per 2,5 milioni di franchi svizzeri. Rivenduto all’asta nel 2010, a Ginevra, il prezzo di aggiudicazione è rimasto segreto, cosí come l’identità dell’aggiudicatario..

Altro esempio, reso noto da un celebre film? l’Inverted Jenny (o Upside Down Jenny): francobollo americano da 24 cents del 1918, di cui 100 (cento) esemplari furono per errore stampati con l’aeroplano rovesciato (“upside down”: a testa in giù). Nel 2005, una quartina è stata aggiudicata per  2.970.000 dollari; il valore di un singolo esemplare si aggira intorno agli 800.000 dollari. Il “Gronchi rosa”, al confronto, è un francobollo comune (in circolazione ce ne sono ben 79.455 esemplari, e il suo valore di mercato si è più che dimezzato, in confronto alle quotazioni raggiunte negli anni 90)!

Avviso ai naviganti:

regola numero 1: diffidate di chi fa balenare miracolosi ritrovamenti nella soffitta del bisnonno, e dicendo che “di francobolli non me ne intendo” mette all’asta certe “rarità” (rigorosamente non garantite: clausola “visto e piaciuto”!) su una nota piattaforma di vendite online. Guardate il francobollo della foto, e contate le firme peritali che lo accompagnano: in 152 anni di vita, difficile pensare che nessuno si sia mai accorto della rarità di ciò che aveva per le mani (e se di cose autentiche si trattava, è molto improbabile che nessuno le abbia mai fatte periziare, in 152 anni!).

regola numero 2: se capita a voi, di ricevere una perla rara in eredità, non svendetela su ebay (dove il numero di falsi in vendita appiattisce le quotazioni, e il valore medio di aggiudicazione). Con un certificato peritale, lo stesso oggetto spunterà un prezzo di vendita ben superiore! Se si tratta di monete (antiche) o francobolli rari, scrivetemi pure (rialtofil@gmail.com) e vi dirò come valorizzare il “ritrovamento” (nel senso di consigliarvi un buon perito e magari una casa d’aste, di quelle serie).

PS un vecchio articolo ancora attuale (per confrontare le quotazioni del Gronchi rosa con quelle attuali): http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1993/11/19/un-investimento-dove-vince-chi-trova.html

Firme peritali: per riconoscerle


Attenzione, su ebay stanno nuovamente proliferando le firme false  (Alberto Diena, in particolare: la più facile da “imitare”).  Come riconoscere una firma peritale? Confrontandola con una firma originale e controllando la posizione della firma, che ha un significato ben preciso: http://rialtofil.com/?s=firme+e+posizione

Per aiutarvi a riconoscerle, le  firme sono qui presentate in ordine alfabetico. Questa pagina ne contiene una selezione (ragionata ma non esaustiva) che non implica giudizi di valore e vuole soltanto rappresentare un servizio per gli amici collezionisti (molti dei quali in passato mi hanno scritto chiedendomi: “di chi è questa firma”? “tu la conosci?”). Altri si occupano con ben altra competenza della materia; il mio vuole essere soltanto un piccolo contributo alla trasparenza del mercato filatelico.

Dei periti non italiani ho inserito soltanto Ulrich FERCHENBAUER, una delle firme più quotate (e affidabili) per i francobolli del Lombardo-Veneto. Beati i tedeschi, che hanno un Albo ufficiale dei periti filatelici.. in Italia di questo titolo si può fregiare praticamente chiunque (dopo aver sbrigato qualche semplice formalità presso la Camera di Commercio, ad esempio) ma purtroppo non abbiamo nulla di comparabile a questa, che è la lista ufficiale dei Periti iscritti al BPP:

http://bpp.de/en/prueferliste//#!&view=list

Quanto alla posizione della firma e al suo significato (che può cambiare da perito a perito) rinvio all’articolo corrispondente (già pubblicato qualche tempo fa, su queste pagine). In apposita e separata sezione, intendo pubblicare altre firme che, pur non essendo “peritali” in senso stretto, compaiono comunque con una certa frequenza nelle aste online. A volte sono equiparabili  a firme di “garanzia” commerciale (celebre il caso di Romolo Mezzadri), a volte sono ricollegabili alla specifica competenza acquisita da appassionati di una determinata nicchia filatelica (penso in particolare a Paolo Cardillo e Umberto Ballabio), e come tali vengono apprezzate dai collezionisti. Fatta questa premessa, via con le firme:

Gino BIONDI:

Giacomo BOTTACCHI:

Egidio CAFFAZ:

Giovanni CHIAVARELLO:

Giorgio COLLA:

Alberto DIENA:

Emilio DIENA:

Enzo DIENA:

Raffaele DIENA:

Ulrich FERCHENBAUER:

Alfredo FIECCHI:

Luigi GAZZI:

Corrado GIUSTI:

Mario MERONE:

Guglielmo OLIVA:

Luigi RAYBAUDI MASSILIA:

Maurizio RAYBAUDI:

Silvano SORANI:

Virgilio TERRACHINI:

Serena VIGNATI (studio Raybaudi):

Lombardo-Veneto 1850!


I primi francobolli emessi in Italia: Lombardo-Veneto 1850 (per il Regno di Sardegna bisognerà attendere il 1851, come per il Granducato di Toscana; nello Stato Pontificio, i primi francobolli vennero emessi nel 1852, come quelli di Modena e Parma, mentre per la prima emissione del Regno delle due Sicilie l’attesa durerà fino al 1858). In alto, sotto al 5 cents con annullo Adria, due francobolli da 15 e 30 centes con l’annullo forse più ricercato: quello “muto” di Venezia (V di Venezia in triplice cerchio). Questo annullo venne utilizzato soltanto per cinque settimane: dal 24 dicembre 1850 al 28 gennaio 1851!

Al terzo piano di questo “alberello”, altri due annulli che a me piacciono in modo particolare: “da Venezia col vapore” (in uso sui battelli a vapore del Lloyd che collegavano Venezia con Trieste) e Motta (come il panettone, certo.. ma è Motta sul Livenza, provincia di Treviso) su affrancatura “bicolore” (10+5 centes). Poco più sotto, Santa Maria Maddalena (Rovigo) e Zara (Dalmazia). In basso a sinistra, il primo annullo di raccomandazione (“raccomandata”, in stampatello diritto). Finito l’alberello, terminate le decorazioni, vi.. raccomando e auguro un

Serenissimo Natale e Buone Feste!

Porte d’acqua


RiodeiMiracoli

“I simply think that water is the image of time, and every New Year’s Eve, in somewhat pagan fashion, I try to find myself near water, preferably near a sea or an ocean, to watch the emergence of a new helping, a new cupful of time from it.. this is the way, and in my case the why, I set my eyes on this city”.

Iosif  Brodskij, Watermark

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Iosif  Brodskij, uomo libero (come amava definirsi) e premio Nobel per la letteratura, trascorreva ogni anno il mese di gennaio a Venezia: gennaio, il mese più freddo ma anche quello meno “battuto” dai turisti. Le sue spoglie riposano nell’isola di San Michele, all’ombra di un grande portapenne in cui molti ancora depositano una matita, una penna o un pennarello, in segno di omaggio al suo talento (tempo fa c’era anche quella che si diceva fosse stata la sua ultima bottiglia di vodka, ma quella è sparita). La sua intuizione rimane, ed è l’equazione acqua = tempo, che a Venezia (non a caso) scorre in modo completamente diverso. Una città costruita sull’acqua nell’illusione di fermare il tempo, o anche soltanto di rallentarne la corsa inesorabile, o semplicemente nell’aspirazione di vivere in armonia con il suo scorrere, consapevoli che nulla può veramente fermarlo.

Per secoli, a Venezia, la porta principale delle case è stata quella d’acqua, e non quella che dava in “calle”. Nelle dimore storiche, questo si riflette anche nelle proporzioni rispettive delle porte (più ampia quella d’acqua, modesta e spartana quella di terra). Per tutta la durata della Repubblica (e fino all’Ottocento) quello di Rialto fu l’unico ponte utilizzabile per l’attraversamento “pedonale” del Canal Grande: per gli spostamenti quotidiani, i veneziani utilizzavano la barca e la miglior prospettiva da cui apprezzare la città rimane quella che dai canali guarda verso le rive e le case, che sull’acqua poggiano le fondamenta, nell’acqua si specchiano in un gioco di riflessi e all’acqua offrono il loro “lato” migliore:

A chi volesse visitare Venezia da questa angolazione (che poi è la migliore), consiglio un libro straordinario: “Venezia vista dall’acqua”, di Giannina Piamonte.  Per girare la città in barca (a remi, di preferenza!), è una guida preziosa, e probabilmente l’unica nel suo genere: i percorsi vengono proposti (con ampia dovizia di particolari) seguendo non già le calli e i campi,  ma il corso dei rii e dei canali che permettono di vedere Venezia con gli occhi di chi decise di costruirla e farne quello che è diventata: “il sogno più compiuto mai realizzato dagli uomini” (Jean d’Ormesson). Se invece prendete un taxi d’acqua, ricordate che non tutti i canali sono accessibili a questi mezzi di trasporto (e per fortuna: i taxi d’acqua montano motori da 200 cavalli).

Se avrete la fortuna di girare per Venezia in questo modo, nel giro di pochi minuti dimenticherete la calca dei troppi turisti pigiati in calli troppo strette per loro e gli altri problemi che affliggono una città vittima del suo successo, e ne percepirete invece la magia che ha fatto scrivere a Jean d’Ormesson:

“Venise nous apprend que la mort n’a pas le dernier mot. Ce qui a le dernier mot, c’est le souvenir, la création, le rêve, l’espérance”.

 

Gli indirizzi a Venezia: in bocca al lupo!


Calli, campi e campielli, corti, salizzade, fondamenta e rive, porteghi e sotoporteghi, “rughe”: a Venezia tutto è speciale, anche i nomi delle strade, e la numerazione delle case: una follia! I numeri civici attuali sono un’eredità del periodo austro-ungarico (1815-1866), quando la burocrazia imperiale, non riuscendo a districarsi in quel labirinto che è Venezia, ma volendo comunque tassare ogni singola casa (e ogni singola finestra) sfruttò la storica divisione della città in sei (i sestieri) e adottò una numerazione progressiva  a serpentina, tale che ogni sestiere ha una media di 5.000 numeri civici. Come si presenta un indirizzo tipico a Venezia? “Castello 4429” ( è l’indirizzo di un celebre albergo). “Cannaregio 5719” (un celebre ristorante).

Come facevano i veneziani, prima che arrivassero gli austriaci? Semplice. Venezia è nata su un insieme di isole via via collegate da ponti. Ogni isola ha (o aveva) la sua chiesa (alcune furono distrutte in periodo napoleonico) e quindi la sua “parochia”. I “postini” della Serenissima si orientavano in questo modo: parochia (= isola), e nome della famiglia (Ca’ Farsetti, Ca’ Loredan e via discorrendo: Ca’ = casa, con il nome della famiglia che vi abitava). Se avete in casa qualche lettera pre-filatelica, vedrete che si presentano così: nome cognome e “parochia”. A chi vuole avventurarsi nel labirinto di Venezia e ancora non lo conosce, consiglio di fare la stessa cosa: naso all’insù, cercate i campanili! Sono il miglior punto di riferimento per non perdersi, e anche se non dovesse funzionare.. perdersi è romantico, potrebbe portarvi a scoprire luoghi che non avreste mai immaginato: come questo della foto, che pochi turisti conoscono.

Nella foto: sotoportego e Corte Delfina, con lo stemma della famiglia Dolfin. Una delle casate dalla nobiltà più antica, i Dolfin diedero alla città un Doge (Giovanni Dolfin, 1356-1361). Quanto all’origine del cognome, i cronisti dell’epoca la fanno discendere da un soprannominato “Delfino” per l’abilità nel nuoto: certo che si nuotava, a Venezia, nei canali, fino a pochi decenni fa.. e nelle isole minori (dove l’acqua è più pulita) i ragazzini lo fanno ancora.

Un’ultima curiosità: le indicazioni toponomastiche a Venezia vengono chiamate “nizioleti” (da “piccole lenzuola”, in riferimento al loro bianco candore). Lettura consigliata: http://venezia.myblog.it/archive/2009/04/13/nizioleti-a-venezia.html

I primi francobolli del Regno (di Sardegna)


Nall’immagine: il “penny black italiano” (francobollo da 5 centesimi, a sfondo nero, con effigie di Vittorio Emanuele II°, emesso nel 1851):

Il primo francobollo della storia (penny black, regina Vittoria) risale al 1840, ma in Italia dovremo aspettare fino al 1850 (prima emissione del lombardo-veneto, all’epoca austro-ungarico). In quel momento storico (e fino al 1861) l’Italia era frammentata in Stati, Ducati e Granducati, per la gioia (postuma) dei collezionisti, che nel decennio 1850-1860 trovano ampia materia di studio e qualche piccola soddisfazione: quelli degli “Antichi Stati italiani” sono i francobolli più ricercati del mondo (e anche i più cari, rispetto ai loro “coevi” di Paesi che all’epoca avevano già trovato il loro assetto unitario). Probabilmente sono anche i più belli, e sicuramente i più interessanti dal punto di vista storico.

Nel Regno di Sardegna (che comprendeva anche la Savoia e la Contea di Nizza, oltre a Piemonte, Liguria e Sardegna) i primi  francobolli furono emessi l’1 gennaio 1851. Erano tre valori (da 5, 20 e 40 centesimi) con l’effigie di Vittorio Emanuele II° in stampa litografica, senza filigrana (a differenza dal penny black inglese). L’assenza di filigrana dette origine a numerose falsificazioni (le più note: i falsi di Genova e quelli di Ginevra).

Dal punto di vista collezionistico, i falsi d’epoca hanno un loro interesse (e quindi un certo valore di mercato); il problema sono i falsi e le riproduzioni recenti, come quelle che si vedono in vendita su ebay. Valore di mercato zero, eppure in molti ci cascano. Motivo? Un misto di ingordigia e ingenuità (di chi li compra, gettando i suoi soldi dalla finestra) e spregiudicatezza (di chi li vende, ben conoscendo le debolezze dell’animo umano): il francobollo più “comune” fra quelli della prima emissione (il 20 centesimi azzurro) vale 16.000 euro (per la tinta più comune) allo stato nuovo. Per un 5 cents nero parliamo di 24.000 euro, per un 40c. rosa di 34.000 euro. Quando sono autentici, sono quasi sempre firmati (da un perito) o accompagnati da un certificato peritale. Se non sono firmati lasciate perdere: questi pezzi da collezione hanno 160 anni di vita e in 160 anni, è difficile che nessuno abbia valorizzato il capitale che aveva in mano (facendolo periziare) anziché svenderlo per quattro lire. Eppure, questa elementare riflessione sembra sfuggire a molti: da una mia personale stima, basata su un’osservazione a campione, ritengo che l’80% dei francobolli della prima emissione in vendita su ebay siano falsi.

L’esemplare della seconda foto (un 20c. su lettera del 1853) è firmato Bottacchi (uno dei più grandi periti italiani) e appartiene adesso alla collezione del Dr. Carlo Bigi.

La mia città


Punta della Dogana, vista dal campanile di San Marco. Qui pagavano dazio le merci in arrivo nella Serenissima: spezie e seta in particolare, che presentavano il vantaggio di essere merci leggere (quindi adatte al trasporto per via di mare) ed estremamente ricercate. Come certe rarità da collezionisti.. dirà qualcuno.

Cariche di quelle leggerissime merci, le galee veneziane solcavano i mari e il mercato di Rialto fu, per un paio di secoli almeno, il più ricco del Mediterraneo, tanto da ispirare a William Shakespeare “il mercante di Venezia” (opera teatrale di cui consiglio anche la versione cinematografica, con un sorprendente Al Pacino).

A distanza di secoli, le dimore storiche si specchiano ancora sul Canal Grande a ricordarci la ricchezza che tale commercio aveva portato alla città, ma anche e soprattutto il buon gusto e la lungimiranza di quei mercanti, che ci hanno tramandato una città unica al mondo.

Della mia città sono profondamente innamorato. Spero che mi perdonerete se intendo pubblicarne altre foto, di tanto in tanto. Vero è che in Italia abbiamo anche questa fortuna: città d’arte e a misura d’uomo, dove ogni pietra ha una storia (o forse molte) da raccontare.. come questo leone di guardia all’Arsenale, che compare anche nella “favola di Venezia” (Hugo Pratt) e in realtà ci viene dalla Grecia (bottino della guerra di Morea del 1684, in cui la Repubblica Serenissima sconfisse l’Impero Ottomano). Le scritte runiche (quelle di cui parla Corto Maltese) ci sono veramente, e raccontano dei mercenari vichinghi inviati da Costantinopoli in Grecia. Qualcuno pensava che fosse solo una favola? Le scritte sono state decifrate, la traduzione la trovate qui:

http://it.wikipedia.org/wiki/Leone_del_Pireo

Nella foto in basso: un Palazzo che non ha bisogno di presentazioni, e un altro leone che ha viaggiato molto: quello che troneggia in cima alla colonna (se lo guardate da vicino, vedrete che in realtà è una chimera), è molto più antico di Venezia (che pure ha la sua venerabile età), venne “prelevato” chissà dove (i quattro cavalli della basilica, del resto, provengono dal sacco di Costantinopoli) e adottato dai veneziani per farne il simbolo della loro potenza marittima. Da lontano la sua silhouette evoca grazie ed eleganza, ma attenti a non avvicinarvi troppo. Che cosa rappresenti veramente, lo potete vedere qui: http://www.felicecalchi.com/it/cat-animali/209-mod-an16.html

Fra le due colonne, del resto, venivano eseguite le sentenze capitali, ed è forse per questo che i veneziani tuttora evitano di passarci in mezzo.. come potete immaginare, si dice che non porti bene. Sulla sinistra potete vedere quella che era la Zecca di Stato della Serenissima: i grossi d’argento e i ducati d’oro venivano coniati qui. Se passate da Venezia, non perdetevi una visita al Museo Correr, dove sono esposti.

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