Rialtofil

Archivi per il mese di “agosto, 2012”

Parma e Romagne, i Governi Provvisori del 1859


Nel corso della seconda guerra di indipendenza, e in attesa dei plebisciti che ne avrebbero sancito l’annessione al futuro Regno d’Italia, governi provvisori vennero costituiti nel Ducato di Parma, in quello di Modena, nei territori pontifici chiamati Romagne (legazioni di Bologna, Ferrara, Forlì e Ravenna) e infine nel Granducato di Toscana. Di particolare interesse collezionistico sono i francobolli emessi dal Governo provvisorio di Parma (27 agosto 1859) e da quello delle Romagne (1 settembre 1859). A differenza dei loro “cugini” modenesi e toscani, che in quel frangente storico si limitarono a riprodurre lo stemma dei Savoia, questi francobolli rappresentano un “unicum”, nella storia italiana.

Non dentellati (mentre i francobolli del Lombardo-Veneto già lo erano, nel 1859), privi di filigrana, vennero prodotti in tempi brevissimi (e per un periodo di tempo limitato) eppure denotano un senso estetico non comune, che li rese particolarmente ricercati fin dagli albori della “filatelia” (termine coniato nel 1864, dal francese Georges Herpin).

Quelli di Parma furono presto oggetto di innumerevoli riproduzioni, dato il valore economico elevatissimo che presto acquisirono sul mercato: i primi falsi risalgono a fine Ottocento, e il fenomeno prosegue ai giorni nostri, perché questi sono francobolli con quotazioni (in euro) a 3 o 4 zeri  (a condizione di essere autentici, ovviamente). Tanti erano (e sono) i falsi in circolazione che su questi francobolli venne pubblicata una delle prime “monografie” filateliche: Timbres des états de Parme, Modène et Romagne, di J.B. Moens, pubblicato a Bruxelles nel 1878 (!!!) e seguito (in Italia, qualche decennio più tardi) dalla insuperata monografia di Emilio Diena: “Ducato di Parma, emissione 1857 -1859 e Note sui Francobolli del Governo Provvisorio”.

Quel libro è ancora reperibile, ma le immagini sono purtroppo in bianco e nero; dato che i tempi sono cambiati e i colori aiutano ad apprezzare la bellezza degli esemplari originali, spero di fare cosa utile nel pubblicare qui alcuni esempi la cui autenticità è garantita da firme peritali di prestigio (in circolazione ci sono anche esemplari firmati da “periti” improvvisati, che firmerebbero qualsiasi cosa pur di incassare la percentuale d’uso, calcolata sul valore di catalogo).

Il  primo che qui vi propongo è firmato da Silvano Sorani, ed è la tinta più comune (si fa per dire, dato quello che vale!) del francobollo da 5 centesimi (quello che il Sassone cataloga con il numero 13):

..mentre il secondo è firmato da Guglielmo Oliva, ed è la tinta più rara del medesimo valore (verde azzurro, Sassone 12):

Il prossimo è un 10c. bruno (Sassone 14) firmato da Gino Biondi:

..e questo è un 20c. azzurro vivo (Sassone 15a) firmato da Alberto Diena:

Passando al Governo Provvisorio delle Romagne, i falsi sono generalmente più facili da riconoscere (ad un occhio esperto) perché privi del segno segreto dell’incisore. Quelli originali sono inoltre riconoscibili osservando (in alto, nella parola “bollo”) il tratto verticale della seconda L, che è più corto di quello della prima. Ne pubblico qui un esemplare che a me piace in modo particolare: un bordo di foglio su frammento firmato (sul dorso) da Alberto Diena e Giulio Bolaffi:

Caratteristica peculiare (anzi unica) dei francobolli delle Romagne è che questi mantennero la denominazione in bajocchi (al tasso di cambio di 5 centesimi per bajocco) del periodo pontificio iniziato nel 1503 e conclusosi per l’appunto nel 1859. Ricordi (ormai lontani) dei miei trascorsi universitari mi permettono di testimoniare che fino a non molto tempo fa, per riferirsi al denaro, i giovani romagnoli utilizzavano ancora (in tono scherzoso) il termine “baiocchi”, cosí come i loro omologhi toscani usano il termine “quattrini”: gli Antichi Stati pre-unitari non esistono più, ma nel linguaggio comune hanno lasciato un’eredità tenace quanto la passione di chi (da decenni) colleziona questi piccoli frammenti di Storia.

Annunci

Patere e formelle: cosa sono, e dove farne fare una su misura a Venezia?


Ognuno di noi è unico e irripetibile, sembrano dirci le case veneziane: se ci guardate bene, anche le più modeste portano un segno distintivo (un battacchio, una finestra, un’altana o una patera, o semplicemente il colore) che rende ogni casa diversa da quelle vicine. Pensate alla differenza rispetto ai canoni costruttivi più recenti che ci omologano in edifici sempre più simili fra loro, ad ammonirci che per qualcuno siamo soltanto dei numeri! Questi dettagli esprimono una filosofia di vita, l’umanesimo di una città che al centro aveva posto l’essere umano. Polvere siamo e polvere ritorneremo? “D’accordo, ma guardate  di cosa siamo capaci” – sembrano volerci dire quei folli che sull’acqua costruirono una città unica al mondo. Quando cammino a Venezia mi piace fotografarli, questi piccoli dettagli, e oggi vorrei parlarvi di “patere” (con accento tonico sulla a) e formelle: quelle che decorano i muri esterni di molte case veneziane.

“Patere” vengono chiamate quelle di forma circolare, “formelle” le altre. A Venezia se ne contano circa duemila (già, per fortuna c’è chi le ha recensite!) e generalmente sono in pietra, incastonate sui muri o sulle colonne portanti. Numerosi sono ovviamente i leoni alati (simbolo di San Marco ed emblema della Serenissima), ma la tipologia è molto variegata. Una catalogazione sistematica la troverete in: Alberto Rizzi, Scultura Esterna a Venezia (1987).

Quando portano la scritta (digramma) SR, significa che l’immobile apparteneva alla Scuola Grande di San Rocco (sulle Scuole veneziane, rinvio all’ottimo sito di Cesare Peris: http://www.veneziamuseo.it/ARTI/a_arti_caxa.htm). Quelle a carattere religioso portano spesso il trigramma cristologico IHS, ma non mancano quelle che raffigurano determinati mestieri o il loro santo protettore, come questa in Riva del Vin:

Altre rappresentano la casata di chi viveva in quell’edificio, come questa della famiglia Dolfin, che a Venezia diede anche un Doge e a me piace in modo particolare, per i tre delfini che secondo la leggenda simboleggiavano le abilità natatorie dei primi rampolli della casata, o forse (anche) la loro intelligenza:

Lo stemma dei Dolfin lo ritroviamo anche su questo ponte, dove è affiancato a quello della famiglia Molin (il primo a destra): i ponti erano costruiti a cura dello Stato e ad opera ultimata venivano ornati con gli stemmi dei tre provveditori che avevano deliberato il manufatto. Un grazie a Gigio Zanon che nel vedere la foto ha subito identificato lo stemma, e a Massimo Tomasutti che altrettanto prontamente ne ha confermato la classificazione.

DSC03221

Le patere più antiche sono bizantine (spesso zoomorfe, e ad ogni animale era associata una simbologia complessa) come queste del XIII° secolo che non sono visibili dalla calle perché adornano la parete (cieca) di un Palazzo altrettanto antico, contiguo a quello che ospita Rialtofil:

..e queste, a due passi da Santa Maria dei Miracoli:

Peccato – diranno in molti – che questa tradizione sia andata persa! Persa? A Venezia nulla si perde, al massimo si rigenera come la Fenice che dà il nome al nostro più famoso teatro: a due passi da Campo San Polo c’è un artigiano che ne fa di meravigliose, ma in terracotta (più adatte gli interni, rispetto a quelle in pietra) e con l’amore dei veri artigiani. Volete fare (o farvi) un regalo non banale? Volete rendere unica la vostra casa? Si chiama Giovanni Vio. Passate a trovarlo, e se volete ditegli pure che vi manda Rialtofil, ma vi tratterà bene comunque, perché è una di quelle persone che adora il suo lavoro e lo svolge con la passione di chi si sente erede di una tradizione. Da qualche giorno ha anche il suo sito internet, grazie al quale potrete farvi un’idea dei suoi prezzi:  http://www.vioartfactory.com/

A Venezia ce ne sono ancora, di persone così, e presto vi parlerò di altri artigiani che ho il piacere di conoscere personalmente: perché se Rialtofil vi “raccomanda” qualcosa o qualcuno, lo fa solo quando sa di chi e di cosa parla.  La crisi economica si combatte anche continuando a produrre le cose che sappiamo fare, acquistando i prodotti legati al nostro territorio e facendoli conoscere agli amici. Se ce lo ricorderemo, da questa crisi usciremo più forti di prima.

Navigazione articolo