Rialtofil

Archivio per la categoria “Antichi Stati”

Le affrancature in “soldi” del Lombardo-Veneto


1860

L’impero austro-ungarico aveva i suoi francobolli, il cui valore facciale era espresso in “kreuzer”. Per la corrispondenza affrancata in Veneto, tuttavia, venivano utilizzati francobolli che pur essendo in tutto simili a quelli austriaci (con l’effigie di Francesco Giuseppe, nelle emissioni del 1858 e 1859) erano denominati in “soldi”, come quelli della prima foto: una lettera da Padova a Mestre del 1860.  La stessa caratteristica (denominazione in soldi) è riscontrabile nei francobolli della terza emissione (quella per il Veneto ormai separato dalla Lombardia, a seguito della seconda guerra di indipendenza), come in questa affrancatura:

terzaemissione

.. e in quelli con l’aquila imperiale bicipite (emissioni del 1863 e 1864) come in questa lettera da Venezia ad Ancona, destinata ad un luogotenente del 4° reggimento di artiglieria di probabile origine veneta (a giudicare dal cognome):

Venezia Ancona

Nel sistema monetario imperiale, un soldo corrispondeva a un ventesimo (5 centesimi) di Lira austriaca, riprendendo il sistema monetario carolingio che ampia diffusione aveva già conosciuto negli Stati pre-unitari italiani. Le monete per il Lombardo-Veneto venivano coniate nelle due zecche di Milano e Venezia. Quella del valore di un soldo (“moneta spicciola per il Regno del Lombardo-Veneto”) era in rame, aveva un diametro di 19 mm, pesava poco più di tre grammi e si presentava così:

LV1soldo

A seguito della seconda guerra di indipendenza, a coniarla rimase soltanto la zecca di Venezia, che era ininterrottamente attiva fin dal nono secolo: inizialmente ubicata a Rialto (in prossimità di San Bortolo, come attesta un documento del 1112), era stata trasferita a San Marco nel 1277 e la sua sede definitiva venne edificata fra il 1537 e il 1545. Per limitare il rischio di incendi, dato che nelle attività di conio si raggiungevano temperature molto elevate, per l’edificio non venne utilizzato legno ma solo pietra d’Istria. La Zecca di Venezia cessò la sua attività soltanto nel 1870, dopo un millennio di onorati servizi. Nella foto a seguire, è il primo edificio sulla sinistra: tuttora visitabile, è parte integrante della Biblioteca Nazionale Marciana.

Molomarciano

A testimonianza della perdurante influenza culturale della Serenissima, i francobolli in soldi venivano utilizzati non soltanto nel Lombardo-Veneto ma anche dagli uffici postali del “Levante austriaco” in tutti i Paesi che già avevano fatto parte della Serenissima o erano stati nella sua zona di influenza commerciale (che copriva tutto il Mediterraneo orientale) come in questa affrancatura “tricolore” da Costantinopoli:

Costantinopoli

Con l’avvento del Regno d’Italia, i soldi verranno sostituiti dai centesimi (di Lira) ma forse non è un caso se nel linguaggio comune noi continuiamo a parlare di “soldi”, così come i toscani  parlano di “quattrini” (dal nome dell’antica moneta granducale) mentre in altre regioni si dice “grana” (che era l’unità di conto delle Due Sicilie) e i romagnoli dicono “bajocchi” (che era la moneta pontificia) quando vogliono dare un tono più intimo o scherzoso alle discussioni economiche, anche perché con i centesimi di euro ormai.. ci si compra ben poco!

Rialtofil

20 novembre 2013

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Parma e Romagne, i Governi Provvisori del 1859


Nel corso della seconda guerra di indipendenza, e in attesa dei plebisciti che ne avrebbero sancito l’annessione al futuro Regno d’Italia, governi provvisori vennero costituiti nel Ducato di Parma, in quello di Modena, nei territori pontifici chiamati Romagne (legazioni di Bologna, Ferrara, Forlì e Ravenna) e infine nel Granducato di Toscana. Di particolare interesse collezionistico sono i francobolli emessi dal Governo provvisorio di Parma (27 agosto 1859) e da quello delle Romagne (1 settembre 1859). A differenza dei loro “cugini” modenesi e toscani, che in quel frangente storico si limitarono a riprodurre lo stemma dei Savoia, questi francobolli rappresentano un “unicum”, nella storia italiana.

Non dentellati (mentre i francobolli del Lombardo-Veneto già lo erano, nel 1859), privi di filigrana, vennero prodotti in tempi brevissimi (e per un periodo di tempo limitato) eppure denotano un senso estetico non comune, che li rese particolarmente ricercati fin dagli albori della “filatelia” (termine coniato nel 1864, dal francese Georges Herpin).

Quelli di Parma furono presto oggetto di innumerevoli riproduzioni, dato il valore economico elevatissimo che presto acquisirono sul mercato: i primi falsi risalgono a fine Ottocento, e il fenomeno prosegue ai giorni nostri, perché questi sono francobolli con quotazioni (in euro) a 3 o 4 zeri  (a condizione di essere autentici, ovviamente). Tanti erano (e sono) i falsi in circolazione che su questi francobolli venne pubblicata una delle prime “monografie” filateliche: Timbres des états de Parme, Modène et Romagne, di J.B. Moens, pubblicato a Bruxelles nel 1878 (!!!) e seguito (in Italia, qualche decennio più tardi) dalla insuperata monografia di Emilio Diena: “Ducato di Parma, emissione 1857 -1859 e Note sui Francobolli del Governo Provvisorio”.

Quel libro è ancora reperibile, ma le immagini sono purtroppo in bianco e nero; dato che i tempi sono cambiati e i colori aiutano ad apprezzare la bellezza degli esemplari originali, spero di fare cosa utile nel pubblicare qui alcuni esempi la cui autenticità è garantita da firme peritali di prestigio (in circolazione ci sono anche esemplari firmati da “periti” improvvisati, che firmerebbero qualsiasi cosa pur di incassare la percentuale d’uso, calcolata sul valore di catalogo).

Il  primo che qui vi propongo è firmato da Silvano Sorani, ed è la tinta più comune (si fa per dire, dato quello che vale!) del francobollo da 5 centesimi (quello che il Sassone cataloga con il numero 13):

..mentre il secondo è firmato da Guglielmo Oliva, ed è la tinta più rara del medesimo valore (verde azzurro, Sassone 12):

Il prossimo è un 10c. bruno (Sassone 14) firmato da Gino Biondi:

..e questo è un 20c. azzurro vivo (Sassone 15a) firmato da Alberto Diena:

Passando al Governo Provvisorio delle Romagne, i falsi sono generalmente più facili da riconoscere (ad un occhio esperto) perché privi del segno segreto dell’incisore. Quelli originali sono inoltre riconoscibili osservando (in alto, nella parola “bollo”) il tratto verticale della seconda L, che è più corto di quello della prima. Ne pubblico qui un esemplare che a me piace in modo particolare: un bordo di foglio su frammento firmato (sul dorso) da Alberto Diena e Giulio Bolaffi:

Caratteristica peculiare (anzi unica) dei francobolli delle Romagne è che questi mantennero la denominazione in bajocchi (al tasso di cambio di 5 centesimi per bajocco) del periodo pontificio iniziato nel 1503 e conclusosi per l’appunto nel 1859. Ricordi (ormai lontani) dei miei trascorsi universitari mi permettono di testimoniare che fino a non molto tempo fa, per riferirsi al denaro, i giovani romagnoli utilizzavano ancora (in tono scherzoso) il termine “baiocchi”, cosí come i loro omologhi toscani usano il termine “quattrini”: gli Antichi Stati pre-unitari non esistono più, ma nel linguaggio comune hanno lasciato un’eredità tenace quanto la passione di chi (da decenni) colleziona questi piccoli frammenti di Storia.

Attenti ai falsi.. Achtung, Falsch!


Come difendersi dai falsi? Qualche suggerimento l’ho dato a questo indirizzo: http://rialtofil.com/2012/04/29/la-parola-ai-collezionisti-terzo-sondaggio-ebay-o-delcampe/

Premetto che nel tempo libero preferisco dilettarmi con esemplari autentici, piuttosto che occuparmi dei falsi altrui, ma dato che con l’estate proliferano invece i secondi, mi sembra utile segnalarne alcuni, perché nelle aste online raggiungono a volte quotazioni tali da far pensare che a cascarci siano in molti.. e allora parliamo almeno degli esempi più frequenti: se per alcuni si tratta di cose note, ad altri potremo evitare qualche delusione, di quelle che rischiano di allontanare molte persone dalla filatelia.

Esempio numero 1: il più divertente, lo chiameremo “leone post seduta di manicure”:

Di motivi per escludere l’autenticità di questo francobollo ce ne sono molti:

  • al giglio nello scudo mancano i pistilli (colpa della siccità?)
  • nella base della corona (parlo degli esemplari autentici), le pietre incastonate sono tre (disposte su un’unica riga), mentre questo ha tanti piccoli brillantini (versione John Travolta in Saturday Night Fever?)
  • la filigrana si è persa per strada – su questo aspetto rinvio a: http://rialtofil.com/2013/03/24/3008/
  • negli esemplari autentici, 3 delle 4 unghie del leone si protendono oltre il bordo dello scudo.. ma questo della foto è appena uscito da una seduta di manicure degenerata in amputazione parziale degli arti e bisogna capirlo, poverello.. attenzione perché di esemplari come questi ce ne sono molti (penso alle aste online, ebay in particolare) e nei Paesi Bassi risulta attiva una stamperia “in piena regola” (si fa per dire).

Potrei continuare ma direi che può bastare, per quel che riguarda questo bollo.

Esempio numero 2, le numerose imitazioni e riproduzioni del primo francobollo del Lombardo Veneto (Sassone 1):

Imitazione o riproduzione postuma perché? Innanzitutto perché le lettere N e T nella parola “centes” sono distanti, mentre nei francobolli originali la N tocca la T (la crazia superiore della N è unita a quella della T). Questa caratteristica è immediatamente riconoscibile in scansione, prima ancora di avere in mano (per averlo acquistato) il francobollo, quindi mi sembra utile segnalarla: anni fa ci sono cascato anch’io (mal consigliato da un sedicente perito di non chiara fama) e quindi so cosa si prova, a trovarsi in mano della carta straccia. Di differenze ce ne sono anche altre, ma con questa piccola dritta potete già andare “a colpo sicuro”.

Come si presenta un francobollo autentico, per quel che riguarda la distanza fra le lettere N e T? Eccone uno:

..e adesso potete confrontarlo con l’esemplare di cui sopra:

Esempio numero 3: un presunto primo francobollo del Regno di Sardegna (venduto con successo da un “artista” che di esemplari come questo ne ha piazzati parecchi):

Falso pacchiano, diranno gli esperti, ma dato che nessuno è nato esperto vogliamo lasciare da parte la “spocchia” di chi già sa e spiegarlo a tutti, il perché? Primo indizio: guardare l’angolo superiore sinistro, dove appare una perlina bianca nell’unico posto dove non dovrebbe essere (ovvero sull’angolo). Secondo indizio: negli esemplari autentici la lettera Q della parola “cinque” (in basso) è più alta rispetto alle altre lettere, mentre in questo esemplare è allineata con le altre.  Verifichiamo con un ingrandimento? Il prossimo è un esemplare autentico, guardate la posizione delle perline sull’angolo superiore sinistro:

..e confrontatele con la perlina angolare del falso:

Di differenze ce ne sono anche altre: lo zero che precede il cinque ad esempio è troppo largo (rispetto agli esemplari originali) e l’effigie del sovrano è alterata, ma in altri falsi più sofisticati di questo, la prova del cinque (la lettera Q più alta delle altre lettere) e quella della perlina angolare sono spesso gli unici indizi risolutori!

Esempio numero 4: un falso parmense (recentemente aggiudicato su ebay, e a rilanciare sono stati in molti):

Falso perché? Gli indizi sono molteplici e concordanti, ma i più facili da spiegare (per i non “addetti ai lavori”) sono due: 1. la cornice interna che è grossolana e continua, mentre negli esemplari autentici è sottile e interrotta in più punti; 2. la seconda lettera T nella parola Stati (se l’esemplare fosse autentico, il tratto graziato destro sarebbe più corto di quello sinistro: qui è addirittura più lungo). A titolo di confronto, quello che segue è un francobollo autentico e plurifirmato (Biondi, Diena e Sorani, perché con i francobolli del Governo Provvisorio di Parma vale il detto: melius abundare quam deficere):

Esempio numero 5: i falsi di Romagna.

DSC02658

Falsi perché? Un indizio permette di riconoscerli a  colpo sicuro: nelle riproduzioni manca il segno segreto dell’incisore (l’interruzione fra il cerchio centrale e quello angolare in alto a destra, nell’angolo superiore destro del francobollo). Secondo indizio (assente negli esemplari qui riprodotti, ma frequente in altri falsi e riproduzioni): le due L della parola “bollo” hanno la stessa altezza, mentre negli esemplari originali, il tratto verticale della seconda L è sempre più basso. A titolo di confronto, quello che segue è un esemplare autentico (gli “indizi” per riconoscerlo come tale sono indicati in rosso):

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Mi perdonino gli esperti se il tono di questa trattazione è volutamente divulgativo (e quindi non approfondisce certi dettagli “tecnici”) ma non è per loro che scrivo queste righe: è per i semplici collezionisti, che prima o poi (e soprattutto agli inizi) si sono fatti rifilare qualche riproduzione pagandola a peso d’oro. A chi volesse approfondire, consiglio l’ottimo libro di Antonello Cerruti e Luigi Guido: “Antichi Stati Italiani. Originali e falsi”, pubblicato dalla Grafiche Guido, già recensito nella “bibliografia minima” che ho pubblicato in queste pagine. A chi pensa che qualche altro esempio illustrato potrebbe rappresentare un servizio utile per la comunità dei collezionisti, chiederei soltanto di lasciare qualche stellina di incoraggiamento su questa pagina: è l’unica forma di “remunerazione” per un sito che, come avrete notato, non effettua vendite e non accetta pubblicità.

Grazie a tutti,

Rialtofil

Regno di Sicilia 1859-1860


Se c’è un merito oggettivo che i collezionisti tutti (dall’Etna a Bolzano e anche all’estero) potrebbero forse riconoscere a Garibaldi (premesso che sulla definizione di “eroe” dei due mondi non tutti sono d’accordo), il merito (o demerito?) è quello di aver reso difficilmente reperibili (e quindi di grande valore, per la ben nota legge della domanda e dell’offerta) i francobolli emessi nel breve periodo intercorso fra il primo gennaio 1859 e la spedizione dei Mille, che mise fine alla dinastia borbonica. Ultimo fra gli Stati italiani a dotarsi di questo strumento, il Regno di Sicilia ci ha in cambio lasciato quelli che per me sono i più bei francobolli del mondo. Perché così tardi, quando nel Lombardo-Veneto i francobolli già circolavano dal 1850 e nel Regno di Sardegna dal 1851 (per non parlare dell’Inghilterra, dove il penny black risale al 1840)? Riepiloghiamo: i francobolli vennero “inventati” nel 1840 (Penny Black), ma nel Regno delle due Sicilie vennero introdotti soltanto nel 1858  per i “domini di qua dal Faro” (il Regno di Napoli) e nel 1859 per “i domini di là dal Faro” (il Regno di Sicilia). Perché così tardi?

Narra la leggenda che il Borbone fosse persona superstiziosa e inorridisse alla vista degli annulli postali che “deturpavano” l’effigie degli altri Sovrani (i francobolli venivano “annullati” con un timbro, come tuttora accade, per evitare che lo stesso francobollo venisse usato più volte, in frode postale): sicuramente pensava che un tale atto sacrilego portasse male alla sua Persona, tanto è vero che nei francobolli tardivamente adottati (nel 1858) per il Regno di Napoli (i “domini di qua dal Faro”) la sua effigie non figurava, a differenza dai primi francobolli delle Grandi Nazioni europee che quasi sempre raffiguravano il sovrano  regnante: gli arciduchi come quello di Toscana e i Duchi di Modena facevano eccezione, ma quei Ducati erano ormai dei semplici satelliti dell’Impero austro-ungarico, ove l’unica effigie tollerabile era quella dell’Imperatore!

Il Regno delle due Sicilie no: la sua storia era più antica, a partire dai tempi in cui era “Magna Grecia”; quella della Sicilia, in particolare, affondava le radici in epoca pre-greca e si era poi arricchita di influenze elleniche, romane, arabe e normanne: popoli passionali che sull’isola avevano lasciato un’impronta ben diversa da quella austro-ungarica. In visita a Corleone, l’imperatore Carlo V° le aveva conferito il titolo di Animosa Civitas e probabilmente aveva visto giusto..

Come soddisfare la vanità regale del Borbone, che sui francobolli voleva essere raffigurato, come tutti i Re dell’epoca, ma senza che annulli sacrileghi ne profanassero l’effigie? La soluzione  venne trovata, dopo lunghe discussioni ma con geniale creatività, elaborando un annullo particolarissimo che dalla sua forma prese il nome di “annullo a ferro di cavallo”, configurato in modo tale che (se apposto correttamente) non offendesse la suscettibilità del Sovrano coprendone l’immagine, e sanzioni severe vennero previste per gli impiegati delle Poste che avessero incautamente “deturpato” il testone borbonico (“testoni” è il soprannome che presto si impose fra i collezionisti, per riferirsi ai francobolli di Sicilia):

Con quali risultati (dal punto di vista estetico) lo potete ammirare negli esempi di cui sopra, ma a questo punto vale la pena di apprezzare anche la bellezza di un francobollo allo stato nuovo: quello del valore di mezzo grano (plurale: grana. Il sistema monetario comune a Napoli e Sicilia era basato sul Ducato, diviso in 100 “grana” o grani, a ricordare il valore simbolico di questo cereale da cui si traeva il pane quotidiano).

Quanto vale, un francobollo come questo? A complicare le cose intervengono due parametri:

1) il numero della tavola in rame da cui venivano stampati in calcografia i francobolli (la catalogazione della posizione sulla tavola viene chiamata “plattaggio” dall’inglese “plating”: il termine utilizzato per le tavole del penny black) e

2) la carta utilizzata. Già, perché se all’inizio venne utilizzata una carta “a mano porosa e di qualità scadente” (per citare il Sassone), nota come “carta di Napoli”, per le tirature successive venne utilizzata “una carta bianca, consistente e levigata, detta “carta di Palermo”. Come riconoscerle? Con un po’ d’occhio, e molta esperienza (attenti ai rigommati!) Sperando di fare cosa utile, ne pubblico qui tre esempi:

a) carta di Napoli (tende al giallognolo, ed è quindi facilmente riconoscibile, quando è gomma d’origine):

b) Carta di Palermo (gomma d’origine, autentica)

c) carta di Palermo con gomma postuma (sono i francobolli rigommati, detti anche pamela-anderson; attenzione perché ebay ne è piena. Il movente? Il valore di catalogo, ovviamente: ma i rigommati vanno considerati come esemplari senza gomma, e valgono ovviamente molto di meno). Come riconoscerli? Suggerisco un indizio (il più facile, fra i tanti utilizzabili): dove sono i puntini neri, in questo esemplare?

Fatta questa (lunga ma doverosa) premessa, rispondo alla domanda iniziale con qualche esempio (tutti riferiti al mezzo grano arancio, tinta base): allo stato nuovo, è quotato dai 275 euro per un esemplare senza gomma (o rigommato) ai 2.250 per un esemplare con gomma, su carta di Napoli, seconda tavola (Sassone 2a) passando per i 1.100 euro di un esemplare con gomma, su carta di Palermo (stessa quotazione per la prima e seconda tavola: Sassone 1 e Sassone 2) e i 1.500 per un carta di Napoli prima tavola (Sassone 1a). Rapporto rovesciato per gli esemplari usati (dove quelli con carta di Palermo sono più rari): 8.000 euro per un carta di Palermo della seconda tavola (Sassone 2) e 7.000 per la prima tavola (Sassone 1) contro 1.300 euro per un esemplare su carta di Napoli prima tavola (Sassone 1a) e 6.000 euro per un carta di Napoli, seconda tavola (Sassone 2a). Le quotazioni si riferiscono al Sassone 2012.

Del mezzo grano esistono anche tinte più rare, come il giallo oliva che arriva a quotare la bellezza di 70.000 euro (Sassone 1b) e discorso analogo vale per gli altri valori che saranno qui illustrati con qualche esempio, non esaustivo: per i 7 valori emessi (dal mezzo grano al 50 grana, passando per quelli intermedi) il Sassone cataloga ben 74 combinazioni. Per “combinazione” (a scopo illustrativo)  intendo la catalogazione risultante dall’applicazione dei quattro criteri di classificazione: il valore facciale, la tinta, la tavola, la carta utilizzata. Sono quindi questi quattro criteri che determinano il valore degli esemplari in vostro possesso (che siano allo stato nuovo o usato, su frammento o su lettera). Considerato il valore elevato di questi francobolli e la complessità della classificazione, il ruolo di un perito filatelico risulta fondamentale per dissipare i dubbi eventuali.

Continuando con gli esempi (uno per ogni valore) preciso che tutti fanno parte della mia collezione (mentre quelli delle scansioni più in alto ne hanno fatto parte, e sono stati ceduti ad altri collezionisti):

1) Mezzo grano arancio, carta di Palermo, seconda tavola (Sassone 2). Nuovo con gomma d’origine, firmato Silvano SORANI:

2) Un grano verde oliva scuro, carta di Palermo, terza tavola (Sassone 5c). Nuovo con gomma d’origine, firmato Alberto DIENA e Gino BIONDI:

3) Due grana azzurro verdastro, carta di Napoli, terza tavola (Sassone 8b). Nuovo con gomma d’origine, firmato Emilio DIENA e Guglielmo OLIVA:

4) Cinque grana vermiglio chiaro, carta di Palermo (Sassone 10), posizione 27 della prima tavola. Nuovo con gomma d’origine, firmato Alberto ed Emilio DIENA:

5grana

5) Dieci grana azzurro cupo, carta di Napoli (Sassone 12). Nuovo con gomma di origine, firmato Giacomo BOTTACCHI:

10grana

6) Venti grana ARDESIA SCURO, carta di Napoli (Sassone 13c). Nuovo con gomma di origine, firmato Silvano SORANI:

20grana

7) per chiudere in bellezza, questo 50 grana color lacca bruno, su carta di Napoli (Sassone 14) in stampa oleosa, a formare l’effetto ottico detto “testa di avorio” (v. Sassone Antichi Stati, pagina 375) periziato da Corrado GIUSTI:

50granatesta d'avorio

Che dire, a titolo di conclusione? L’annullo a ferro di cavallo (assortito ad altre scaramanzie) non ebbe il potere di fermare la Storia, ma probabilmente ci ha regalato.. i più bei francobolli della storia.

Rialtofil, 22 aprile 2012

Smeraldi, 1855-1857


La quarta emissione del Regno di Sardegna (1855-1863) gioia e cruccio di ogni collezionista: gioia per l’incredibile varietà di tinte (dovuta all’elevato numero di tirature da parte di un Regno che proprio in quegli anni allargava i suoi confini dalle tre regioni iniziali a quasi tutta l’Italia attuale, con l’eccezione di Veneto e Lazio); cruccio per la difficoltà di catalogarle, nonostante le ottime pubblicazioni esistenti (Rattone e Ballabio in primis). Già, perché i cataloghi ne pubblicano le quotazioni ma nessuna scansione che aiuti a riconoscerle! In queste pagine troverete quindi alcuni esemplari che appartengono o sono appartenuti alla mia collezione personale.

Per cominciare: le quattro sfumature del verde smeraldo (tinta del 1855, prima composizione). Con calma intendo pubblicarne altre, di tinte, senza pretesa di completezza (il tempo libero essendo limitato, è mia intenzione limitarmi alle tinte più belle o ricercate) ma con la massima cura per gli esemplari prescelti (tutti classificati da periti o esperti di chiara fama).

Verde smeraldo (Sassone 13d, valore catalogo 650 euro):

Verde smeraldo giallastro (Sassone 13e, valore catalogo 950 euro – su frammento):

Verde smeraldo scuro (Sassone 13f, valore catalogo 900 euro):

..e per finire, il verde smeraldo grigiastro (Sassone 13g, valore catalogo 650 euro):

Cordialità filateliche,

Rialtofil

Lombardo-Veneto 1850!


I primi francobolli emessi in Italia: Lombardo-Veneto 1850 (per il Regno di Sardegna bisognerà attendere il 1851, come per il Granducato di Toscana; nello Stato Pontificio, i primi francobolli vennero emessi nel 1852, come quelli di Modena e Parma, mentre per la prima emissione del Regno delle due Sicilie l’attesa durerà fino al 1858). In alto, sotto al 5 cents con annullo Adria, due francobolli da 15 e 30 centes con l’annullo forse più ricercato: quello “muto” di Venezia (V di Venezia in triplice cerchio). Questo annullo venne utilizzato soltanto per cinque settimane: dal 24 dicembre 1850 al 28 gennaio 1851!

Al terzo piano di questo “alberello”, altri due annulli che a me piacciono in modo particolare: “da Venezia col vapore” (in uso sui battelli a vapore del Lloyd che collegavano Venezia con Trieste) e Motta (come il panettone, certo.. ma è Motta sul Livenza, provincia di Treviso) su affrancatura “bicolore” (10+5 centes). Poco più sotto, Santa Maria Maddalena (Rovigo) e Zara (Dalmazia). In basso a sinistra, il primo annullo di raccomandazione (“raccomandata”, in stampatello diritto). Finito l’alberello, terminate le decorazioni, vi.. raccomando e auguro un

Serenissimo Natale e Buone Feste!

I primi francobolli del Regno (di Sardegna)


Nall’immagine: il “penny black italiano” (francobollo da 5 centesimi, a sfondo nero, con effigie di Vittorio Emanuele II°, emesso nel 1851):

Il primo francobollo della storia (penny black, regina Vittoria) risale al 1840, ma in Italia dovremo aspettare fino al 1850 (prima emissione del lombardo-veneto, all’epoca austro-ungarico). In quel momento storico (e fino al 1861) l’Italia era frammentata in Stati, Ducati e Granducati, per la gioia (postuma) dei collezionisti, che nel decennio 1850-1860 trovano ampia materia di studio e qualche piccola soddisfazione: quelli degli “Antichi Stati italiani” sono i francobolli più ricercati del mondo (e anche i più cari, rispetto ai loro “coevi” di Paesi che all’epoca avevano già trovato il loro assetto unitario). Probabilmente sono anche i più belli, e sicuramente i più interessanti dal punto di vista storico.

Nel Regno di Sardegna (che comprendeva anche la Savoia e la Contea di Nizza, oltre a Piemonte, Liguria e Sardegna) i primi  francobolli furono emessi l’1 gennaio 1851. Erano tre valori (da 5, 20 e 40 centesimi) con l’effigie di Vittorio Emanuele II° in stampa litografica, senza filigrana (a differenza dal penny black inglese). L’assenza di filigrana dette origine a numerose falsificazioni (le più note: i falsi di Genova e quelli di Ginevra).

Dal punto di vista collezionistico, i falsi d’epoca hanno un loro interesse (e quindi un certo valore di mercato); il problema sono i falsi e le riproduzioni recenti, come quelle che si vedono in vendita su ebay. Valore di mercato zero, eppure in molti ci cascano. Motivo? Un misto di ingordigia e ingenuità (di chi li compra, gettando i suoi soldi dalla finestra) e spregiudicatezza (di chi li vende, ben conoscendo le debolezze dell’animo umano): il francobollo più “comune” fra quelli della prima emissione (il 20 centesimi azzurro) vale 16.000 euro (per la tinta più comune) allo stato nuovo. Per un 5 cents nero parliamo di 24.000 euro, per un 40c. rosa di 34.000 euro. Quando sono autentici, sono quasi sempre firmati (da un perito) o accompagnati da un certificato peritale. Se non sono firmati lasciate perdere: questi pezzi da collezione hanno 160 anni di vita e in 160 anni, è difficile che nessuno abbia valorizzato il capitale che aveva in mano (facendolo periziare) anziché svenderlo per quattro lire. Eppure, questa elementare riflessione sembra sfuggire a molti: da una mia personale stima, basata su un’osservazione a campione, ritengo che l’80% dei francobolli della prima emissione in vendita su ebay siano falsi.

L’esemplare della seconda foto (un 20c. su lettera del 1853) è firmato Bottacchi (uno dei più grandi periti italiani) e appartiene adesso alla collezione del Dr. Carlo Bigi.

ANNULLI o ANNULLAMENTI, cosa valgono???


Al valore dei francobolli usati, che é il parametro di valutazione più conosciuto, va aggiunto il valore degli annullamenti, che in certi casi supera quello del francobollo su cui sono apposti. Il catalogo che ne riporta le quotazioni è il Sassone annullamenti.

La scala di valutazione degli annullamenti (generalmente chiamati annulli, nel linguaggio comune) va da 1 a 13 punti e prosegue con gli R (annulli più rari, con quotazioni che superano i 10.000 euro).

Tradotti in quattrini cosa valgono, questi punti? Facciamo qualche esempio, valido per tutti gli Antichi Stati con l’eccezione del Lombardo-Veneto, e citando ovviamente il Sassone annullamenti:

13 punti su lettera: valgono 7.500 euro (1.850 euro, per un francobollo su frammento). 12 punti valgono 4.750 euro su lettera, 1.200 su frammento. 11 punti valgono 3.000 euro su lettera, 750 su frammento. Attenzione: a parità di punti, gli annullamenti del Lombardo-Veneto valgono ancora di più, e dato che sono i più quotati, ne riporto qui di seguito alcuni esempi:

13 punti: 11.000 euro su lettera (mica male!) e 2.750 euro su frammento

12 punti: 6.500 euro su lettera, 1.650 su frammento

11 punti: 4.000 euro su lettera, 1.000 su frammento

10 punti: 2.500 euro su lettera, 600 su frammento

Riconoscere gli annulli é importante e puó rivelarsi fonte di soddisfazione non solo estetica (per la bellezza straordinaria di alcuni annulli, come quelli a svolazzo) e culturale (per il frammento di storia locale che l’annullo potrà rivelare all’occhio più attento) ma anche economica, a condizione di tenere presenti tre regole fondamentali. Queste regole sono chiaramente descritte in prefazione al Sassone annullamenti, ma la mia sensazione è che mentre tutti utilizziamo un catalogo per i francobolli, la consultazione del catalogo annullamenti rimane la prerogativa di pochi.. e allora vale forse la pena di riassumerne qui l’ABC, ad uso di tutti e nella speranza di fornire un mio piccolo contributo alla trasparenza del mercato filatelico:

  1. le quotazioni degli annulli su lettera si riferiscono a lettere o documenti completi (esempio: busta priva di testo ma integra, con l’annullo di partenza e quello di arrivo) “affrancate con francobolli non difettosi e i bolli nitidamente impressi”. Sempre citando il Sassone annullamenti; un frontespizio completo vale la metà della lettera intera;
  2. per i frammenti, il valore dell’annullo presuppone “la presenza dell’impronta completa” del medesimo, condizione che non si potrà dire soddisfatta se l’annullo é incompleto e/o non é suscettibile di classificazione univoca (un annullo che termina in “ova” potrebbe riferirsi indistintamente a Mantova, Padova o Genova, per fare un esempio facile da capire);
  3. su francobollo sciolto, gli annulli valgono dal 10% al 20% della valutazione del frammento, a seconda del grado di completezza dell’annullo.

A titolo illustrativo, qualche esempio di frammenti con annullo ad impronta completa:

 

.. e un esempio di annullo non completo ma univoco (also sprach Ferchenbauer):

Un capitolo a parte meriterebbero gli annulli muti,  e a questi conto di dedicare il mio prossimo approfondimento. A titolo di anticipazione, vi presento qui il mio preferito: l’annullo “muto” di Venezia, che venne utilizzato soltanto per cinque settimane: dal 24 dicembre 1850 al 28 gennaio 1851!

Nel frattempo, due consigli:

  1. se qualcuno vi propone di acquistare in blocco la collezione che dorme in soffitta, prima di (s)venderla verificate sempre gli annulli sui francobolli (o sulle lettere) che a prima vista possono sembrare comuni, perché il loro valore potrebbe dipendere proprio dall’annullo postale !
  2. quando siete voi che comprate, ricordatevi le tre regole base riassunte all’inizio, e una quarta che vale per gli esemplari su lettera: il valore di catalogo si riferisce sempre all’annullo di partenza.

Cordialità filateliche,

Rialtofil

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