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Ascensione, quando la torre dell’orologio si apre e..


Succede soltanto due volte all’anno: il giorno dell’Epifania e quello dell’Ascensione, detta “Sensa”, che quest’anno verrà festegiata l’8 maggio con il consueto corteo acqueo che culmina nello “sposalizio col mare”.

Succede a Venezia, nell’unica Piazza autorizzata a chiamarsi tale (le altre si chiamano “campi”): la torre dell’orologio si apre e lascia apparire questa meraviglia:

A quale epoca risalgono, la torre dell’orologio e quel mirabile meccansimo? I lavori vennero commissionati dalla Serenissima  nel 1493, quando a ricevere il prestigioso incarico fu Gian Carlo Rainieri, orologiaio di Reggio Emilia. Per far spazio alla torre dell’orologio, parte della Procuratia de Supra venne demolita nel 1496. Nel Dicembre del 1497 è pronta la campana (alta 1,56 m. e dal diametro di 1,27 m.) che verrà collocata sulla sommità della Torre assieme ai due Mori (alti 2,6 metri) che la percuotono alternativamente coi loro martelli. La verità è che i cosiddetti “mori” rappresentavano due pastori, e il nomignolo di “mori” appare in epoca successiva, a causa della patina scura che si formò dopo la loro sistemazione e conferendogli il colore che ancor oggi presentano.

La torre dell’orologio venne inaugurata nel 1499 dal Doge Agostino Barbarigo.

La caratteristica più straordinaria del meccanismo era indubbiamente l’indicazione astronomica. Sul grande quadrante principale (4,5 m. di diametro) si potevano leggere in cerchi concentrici le posizioni relative dei cinque pianeti allora conosciuti, Saturno, Giove, Marte, Venere e Mercurio, oltre alle fasi lunari ed alla posizione del Sole nello Zodiaco.

L’indicazione dell’ora avveniva secondo il sistema italiano che divideva il giorno in 24 ore, di lunghezza variabile fra periodo estivo ed invernale. Ai quattro angoli del quadrante principale erano poste altrettante aperture circolari che ospitavano degli astrolabi, che sono andati persi; altrettanto dicasi per la statuia del Doge (distrutta dai francesi nel 1797). L’orologio è chiaramente visibile arrivando dal mare, perché fino alla metà dell’Ottocento, la porta di accesso a Venezia era il mare e non la terraferma:

Soddisfatta dell’opera prestata dall’orologiaio Gian Carlo Rainieri, la Repubblica di Venezia gli propose di vivere all’interno della Torre con la sua famiglia, e per la manutenzione del complesso meccanismo gli venne ovviamente accordato un compenso all’altezza del compito. La tradizione continuerà e anche nei cinque secoli successivi, un “temperatore” (custode e manutentore) sarà sempre presente nella Torre. Fino a quando? Fino al 1998! L’ultimo “temperatore” dell’orologio è stato Alberto Peratoner, che ci ha lasciato una relazione sul restauro avvenuto negli anni novanta. la sua pagina internet, con ampia documentazione sull’Orologio, è questa:

http://digilander.iol.it/orologiodellatorre/

Una miniera di informazioni, a cui abbiamo attinto anche noi, è la pagina dell’Antica Orologeria Zamberlan, da cui abbiamo attinto anche noi:

http://www.orologeria.com/italiano/hj/hj008.html

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Il tesoro ritrovato, parte quinta: riapre il Museo del Vetro


L’avevamo promesso e ogni promessa è debito: l’8 febbraio ha riaperto i battenti il Museo del Vetro: ampliato, rinnovato e finalmente accessibile ai diversamente abili grazie a finanziamenti UE e comunali (due milioni di euro) che hanno fra l’altro permesso il ricupero di una porzione delle antiche “Conterie”.

Palazzo Giustinian

Il Museo si trova ovviamente a Murano, nel Palazzo Giustinian della foto, già sede vescovile (quando questa venne trasferita da Torcello a Murano) di cui avevamo parlato nella terza “puntata”, ricordando che in origine era un palazzo gotico (di proprietà della famiglia Cappello, che a Murano ne aveva due: il secondo si trova tuttora sull’altro lato del canale) e quando passò a Marco III° Giustinian (il Vescovo) venne trasformato secondo il gusto dell’epoca per assumere le forme che tuttora conserva:

http://rialtofil.com/2013/12/02/il-tesoro-ritrovato-murano-comera-nel-1600-parte-terza/

Sulla destra entrando (a piano terra) sono stati esposti materiali e attrezzi del mestiere, che evocano la tradizione millenaria di una lavorazione che affonda le sue radici in tempi antichissimi:

20150208_104603

attrezzi e arnesi II

..mentre quelle che seguono sono le foto della Corte interna, che conserva sculture e altri elementi marmorei di provenienza eterogenea, non corredati da alcuna targa descrittiva (ed è l’unico piccolo “appunto” che ci sentiamo di muovere alla Direzione museale):

Corte 1

..come ad esempio questa iscrizione antica, che meriterebbe di essere trascritta o quanto meno “spiegata” con un cartello perché allo stato attuale risulta quasi illeggibile:

Corte 2Il percorso di visita segue l’ordine cronologico, a partire dai reperti di epoca romana; ai piani superiori vige il divieto (teorico) di fotografare e a questo mi sono attenuto, anche se è facile immaginare che non verrà sempre rispettato: in una recente visita al Louvre, mi sono divertito a fotografare i turisti che fotogravano la Gioconda ed erano legioni, proprio di fianco al cartello di divieto: tutto il mondo è Paese e ovunque ci siano turisti che certe cose le vedono una sola volta nella vita, certe regole diventano un optional.

La creazione del museo risale al 1861 e alla tenacia dell’Abate Vincenzo Zanetti, in un contesto di crisi che, in quanto a cause ed origini, presentava molti punti in comune con il contesto attuale. Possa la direzione museale farsi erede di quella tenacia, e promuovere la cultura del vetro come aveva fatto quell’Abate, primo Direttore del Museo, che all’isola aveva anche dedicato una “Piccola Guida di Murano e delle sue officine”, nel 1869.

L’inaugurazione ha visto qualche metro di fila all’entrata, (gestita con garbo, professionalità e cortesia dal personale in servizio) segno dell’interesse con cui è stata accolta questa piccola buona notizia.

Brindisi inauguraleUn unico rammarico, parlando con i molti che ancora lavorano il vetro a Murano (e sono più di mille persone): quasi nessuno fra loro aveva ricevuto l’invito che qui riproduciamo, probabilmente riservato ai “soliti noti” che non necessariamente esauriscono la platea degli aventi diritto (sul piano morale), e per fortuna che la professionalità del personale all’ingresso ha evitato spiacevoli “incidenti diplomatici” con i residenti.

Invito..come circostanza attenuante (per la Direzione della Fondazione Musei Civici) valga il numero elevato degli invitati “potenziali”, perché a Murano il vetro lo si lavora ancora, lo producono in tanti (nonostante i luoghi comuni sui manufatti esposti nelle vetrine di Venezia, che non sempre sono “made in Murano”) e le “murrine” stesse (finalmente valorizzate nel Museo ampliato, grazie alla disponibilità dell’amico Gianni Moretti) potete vederle ovunque, come elemento decorativo, anche dove meno ve le aspettereste:

Murrine

Lunga vita al vetro soffiato e al vetro a lume, all’avventurina e alle murrine, ai goti e ai “veri de Muran”, e soprattutto a chi li produce con la passione e la maestria di cui quest’isola conserva il segreto.

Rialtofil, 9 febbraio 2015

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Il link alla quarta “puntata”:

http://rialtofil.com/2014/01/15/il-tesoro-ritrovato-parte-quarta-vetri-arsenico-e-segreti/

Da Eraclea alla Venetiarum Civitas, e dai “solidi” agli zecchini


“Roma non fu creata in un giorno”, recita un proverbio francese che risale al 1191. Venezia neppure, e tanto meno la Repubblica di Venezia: quella che all’inizio era soltanto una federazione di comunità lagunari chiamata “Venetiae” (Venezie, al plurale) aveva in realtà la sua “capitale” ad Eraclea, la sua sede patriarcale a Grado e i primi insediamenti commerciali a Torcello (le isole realtine erano ancora disabitate, e lo resteranno ancora per un paio di secoli). Da tali origini nasce la distinzione, che tale rimarrà fino al 1797, fra territorio del Dogado, “Stato da Mar” e “Stato da Terra”; il Dogado si estendeva infatti da Chioggia a Grado: in pratica, la fascia litoranea che comprende le tre lagune di Venezia, Caorle (allora molto più estesa di adesso) e Grado (attualmente chiamata laguna di Marano).

Il primo Doge  (Paolo Lucio Anafesto) venne eletto proprio ad Eraclea e per quanto formalmente sottoposto all’autorità di Bisanzio, venne scelto da quelle comunità lagunari in sostituzione del governo tribunizio (i “tribuni” erano funzionari bizantini); il Doge (dal latino Dux) in questa fase era ancora una sorta di governatore militare, ma il fatto che venisse per la prima volta eletto dai veneti riuniti in assemblea rende a mio parere legittima la definizione di “primo” Doge. Era l’anno 697 e l’ultimo Doge “abdicherà” nel 1797: undici secoli tondi di auto-governo e 120 Dogi! Quanti Stati contemporanei possono vantare una longevità comparabile? Alcuni storici considerano come primo Doge quello del 742, quando l’elezione venne definitivamente sottratta al controllo imperiale, ma il risultato non cambia di molto perché anche quel Dux veniva da Eraclea, ed è da qui che dobbiamo partire. Per farlo, vi propongo una moneta che ha molte cose da “raccontare”:

BISANZIO 610-641 solido d´oro Imperatore ERACLIO

Questa moneta d’oro (che per me è la più bella fra quelle emesse dall´Impero romano d’Oriente) venne coniata dal 629 al 631 per celebrare la storica vittoria dei bizantini sui persiani del 627 (battaglia di Ninive). Perché è così importante per noi? Il “diritto” della moneta (quello della prima foto) raffigura l’Imperatore Eraclio (610-641) con il figlio Costantino, ed è proprio da Eraclio che prende il nome quella città che darà i suo natali ai primi Dogi: Eraclea, così “battezzata” dai nobili opitergini (Oderzo) che qui trovarono rifugio fra il 638 e il 640, presto raggiunti dagli ultimi abitanti di Oderzo quando questa (nel 664) venne rasa al suolo dai longobardi:

http://www.comune.eraclea.ve.it/?area=4&menu=129&page=125

Si consideri anche che Eraclea all’epoca era un’isola (l’antica Melidissa, a metà strada fra Piave e Livenza) e questo ci conferma come in quella fase ancora convulsa, in cui la terraferma italiana era preda di scorribande e distruzioni continue, la civilizzazione che stava prendendo forma sulle rovine dell’antica (per poi assumere caratteristiche assolutamente nuove) poteva prosperare soltanto sull’acqua, e con la protezione iniziale della flotta bizantina. La prima sede dogale fu dunque Eraclea, la seconda Malamocco; per il trasferimento della “capitale” nelle isole realtine dovremo attendere il IX° secolo e il decimo Doge: Angelo Partecipazio (anno 811, dopo che l’assedio franco di Malamocco ne aveva evidenziato la vulnerabilità). Si consideri ancora che in questa fase, non si parlava ancora di Civitas Venetiarum (Venezia) ma di Civitas Rivoalti (città di Rialto, o delle isole realtine)!

Venezia non fu creata in un giorno, dicevamo, e nemmeno la sua monetazione: nei primi secoli di vita, i veneziani commerciavano con monete “altrui”. In una seconda fase iniziarono a coniare le loro monete d’argento (il “grosso”, che presto si impose come valuta di riferimento nel Mediterraneo orientale), ma le monete d’oro utilizzate per le transazioni “importanti” erano quelle bizantine come questa, e quando il Maggior Consiglio si decise a lanciarsi nell’avventura (correva ormai l’anno 1284) e decretare la coniazione di “ducati d’oro fino del valore di 18 grossi d’argento” (che diventeranno i famosi “zecchini”) l’influenza stilistica di Bisanzio era ancora ben presente, cosi come lo era (evidentissima) nella basilica di San Marco e in quella di San Donato a Murano. Se il peso del ducato veneziano era comparabile a quello del fiorino toscano con cui si poneva “in concorrenza” diretta, i suoi canoni estetici e la ricerca della perfezione (diversamente dalle monete genovesi e fiorentine, che sono molto più “sobrie”) richiamano invece le origini bizantine della Venetiarum Civitas erettasi a “capitale dei veneti” (non dimentichiamo che il nome “veneti” è di vari secoli anteriore alla fondazione di Venezia). Esaminiamo dunque il “rovescio” della moneta eraclea:

BISANZIO 610-641 solido d´oro

Al centro è raffigurata una croce su 4 gradini, contornata dalla scritta “vittoria” in latino ( a sinistra) e in greco ( a destra) che si riferisce alla già citata vittoria militare sui persiani del 627 (battaglia di Ninive). Perché una croce? Perché  fra le clausole del Trattato di pace figurava la riconsegna della “Vera Croce”, trafugata nel 614 quando i persiani si erano impadroniti di Gerusalemme.

Quali sono gli elementi comuni con la moneta aurea che sei secoli più tardi, a Venezia, verrà coniata con la stessa ambizione (quella di diventare la valuta più importante del Mediterraneo orientale)? La medesima forza evocativa, innanzitutto: la legittimazione religiosa che entrambe evocano (San Marco che consegna il vessillo al Doge, nei ducati d’oro veneziani; la vera croce nel solido bizantino) e lo sfarzo orientale che entrambe cercano di veicolare (cosí lontano dalla sobrietà “castigata” delle monete carolinge e crociate). Si tenga anche presente che dal punto di vista iconografico, il ducato d’oro riprende i simboli già presenti nel grosso d’argento, che già circolava (con grande successo) da quasi due secoli: San Marco aureolato che consegna il vessillo al Doge (doge di profilo, nei grossi del secondo tipo come nel ducato d’oro!) con la differenza che nel ducato d’oro il Doge è inginocchiato mentre nel “grosso” è in posizione eretta.

Nel corso dei 5 secoli in cui venne coniata, la moneta veneziana rimase sempre fedele a quelle forme, con modifiche marginali che riguardano principalmente la foggia del berretto dogale (il “corno”):

http://venipedia.it/personalit%C3%A0/dogi/il-corno-dogale

Al pari dei solidi bizantini, i ducati veneziani non portano mai l’indicazione dell’anno, e questa caratteristica perdurerà fino alla fine. Come per le monete imperiali (romane e poi bizantine) che raffigurano l’Imperatore di turno, è il nome del Doge (sul diritto della moneta) che ne permette la datazione, perché (a torto o a ragione) i veneziani si ritenevano gli eredi di quella tradizione; certo non erano gli unici ma avevano più di qualche titolo per farlo: da “profughi” e difensori dell’unico lembo dell’Impero che non aveva mai conosciuto occupazioni straniere, e mai ne conoscerà fino al 1797, riuscirono a creare un elemento di continuità storica con la Decima Regio di Augusto (“Venetia et Histria”) i cui confini vennero infine ricostituti con una coincidenza impressionante e quasi completa: Istria e Veneto, Brescia e Friuli saranno Serenissime e lo resteranno fino alla fine della Repubblica che aveva “raccolto il testimone” di un Impero.

Rialtofil

17 gennaio 2014

Articolo collegato: http://rialtofil.com/2011/12/29/72/

Il tesoro ritrovato, parte quarta: vetro, arsenico e vecchi segreti


Nelle puntate precedenti abbiamo visto come la Murano del XVII° secolo contasse 8.000 abitanti, dimore sontuose e chiese ormai scomparse, un suo Podestà (con sede nel Palazzo della Ragione, anch’esso scomparso) un libro d’oro e svariati privilegi. Da dove veniva tutta questa ricchezza, in un’isola che qualche secolo prima viveva essenzialmente di pesca e saline? Dalla capacità di preservare (nei “secoli bui” delle invasioni barbariche) e successivamente portare a vette ineguagliate (di perfezione e creatività) un’arte antica di cui troviamo già traccia negli scritti di Plinio il Vecchio (Naturalis historia) e Strabone (Geographica XVI° libro, 2,25) nel primo secolo dopo Cristo.

Un’arte antica, nata sull’altra sponda del Mediterraneo (“la parte della Siria che si chiama Fenicia e confina con la Galilea“, scrive Plino il Vecchio), già prospera in epoca romana (ad Aquileia in particolare) e poi rinata grazie ai profughi che sulle ceneri dell’Impero seppero creare una nuova civiltà in laguna e avviare una produzione di cui quest’isola (a partire dal 1295) venne a esercitare un monopolio gelosamente protetto dalla Serenissima Repubblica di Venezia che (come vedremo) ricorse a tutti i mezzi disponibili per evitare che certi segreti di fabbricazione venissero esportati e sempre cercò di trattenere (colmandoli di attenzioni) gli artigiani attratti dalle offerte delle potenze straniere (che se li contendevano a peso d’oro). Di cosa stiamo parlando, e quanta ricchezza produceva questa forma d’arte?

VEzXVII° ALVISE CONTARINI 1676-1684Per illustrarlo, partiamo da questa moneta: un “ducato d’oro del valore di 18 grossi d’argento” (decreto del Maggior Consiglio del 1284) pari a 3,5 grammi di oro zecchino (con 997 millesimi d’oro, è la moneta più “pura” della storia e a partire dal 1545 verrà chiamata semplicemente “zecchino”). Questo della foto risale al Dogado di Alvise Contarini (1676-1684) ed è quindi coevo alla carta di Murano da cui siamo partiti per questo viaggio nel tempo. Perché questa moneta? Perché otto milioni di ducati d’oro era il “fatturato” del vetro di Murano secondo gli storici del settore.

Facciamo qualche conto? Otto milioni di ducati moltiplicati per 3,5 grammi d’oro = ventotto tonnellate d’oro (28 milioni di grammi). Alla quotazione attuale dell’oro, corrispondono a 840 milioni di euro. Divisi per gli 8.000 abitanti dell’epoca, se il dato è corretto, farebbero 105.000 euro a testa (prodotto interno lordo “pro-capite”, bambini compresi). Al giorno d’oggi (e senza contare la differenza nel potere di acquisto, che all’epoca era superiore) il medesimo settore fattura all’incirca 100 milioni di euro all’anno (erano 150 milioni di euro nel 2006):

http://www.distrettidelveneto.it/index.php?option=com_content&task=blogsection&id=54&Itemid=130

Da cosa nacque, allora, la “crisi muranese” che nella prima metà dell’Ottocento portò alla demolizione di tanti gioielli architettonici, e quali similitudini presenta con la crisi che negli ultimi anni ha nuovamente colpito quel medesimo settore portante dell’economia isolana? Quali lezioni se ne possono trarre per risorgere dalle ceneri come la Fenice, e come già accadde nella seconda metà dell’Ottocento? Nessuno ha la bacchetta magica e non è qui che troverete la risposta, ma agli esperti che stanno affrontando la questione vorrei semplicemente offrire qualche spunto di riflessione partendo da un dato di fatto, che mi pare evidente: oggi come allora, l’economia isolana si deve confrontare con un duplice ordine di problemi I) le carenze dei governanti II) la concorrenza straniera.

VEAssi90Nella prima metà dell’Ottocento la concorrenza a basso costo (nel settore che qui ci interessa) era quella boema. La Boemia era una delle gemme della corona austro-ungarica, e quando Venezia venne consegnata in mano austriaca (per due volte: con il Trattato di Campoformido nel 1797 e con quello di Vienna nel 1815) il colpo per Murano fu durissimo: un po’ come se un domani la Repubblica italiana venisse smembrata e il Veneto venisse assegnato alla Repubblica Popolare Cinese, che infatti ha già insediato una sua folta “quinta colonna” a Venezia (perdonatemi la battuta).

Non è un caso o una coincidenza (a parere di chi scrive) se le chiese e i palazzi nobiliari che vennero incredibilmente demoliti (come spiegato nella puntata precedente) lo furono proprio nel periodo della seconda occupazione austriaca, e non è un caso se nel 1796, quando si organizzavano gli ultimi tentativi per difendere quella Repubblica che sarebbe stata travolta dagli eventi (o dall’ignavia dei suoi dirigenti) a Murano si contarono 500 “militi volontari”, che era un numero enorme rispetto alla popolazione dell’isola.

SanMarco

I muranesi si distinsero ancora quando da Chioggia a Palmanova, passando per Vicenza ed Osoppo, la rivoluzione del 1848 (iniziata a Venezia, con la presa dell’Arsenale) diede vita ad una nuova Repubblica Veneta, retta dal governo provvisorio di Daniele Manin. Cacciati dalla laguna, gli austriaci la misero presto sotto assedio e nella primavera del 1849 (quando le truppe imperiali avevano ormai ripreso con la forza tutte le città della terraferma) agli assediati venne a mancare tutto, compresa la polvere da sparo. Ebbene, a produrla in loco fu il farmacista muranese Antonio Colleoni, che già si era distinto come capitano della Guardia Civica e comandante di piazza: dalle erbe medicinali alle “polveri piriche” il passo fu breve, per l’esperto chimico che aveva aperto quella farmacia nel 1841 e che (pur essendo nato altrove, e quindi “foresto”) diventerà il primo Sindaco di Murano quando nel 1866 il Veneto entrerà a far parte del Regno d’Italia.

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La farmacia porta ancora il suo nome e si trova in Fondamenta dei vetrai (ai piedi del Ponte longo che attraversa il Canal grande di Murano). Al Colleoni muranese è dedicata anche l’omonima Fondamenta e ai nostalgici che vagheggiano del “buon governo austro-ungarico” verrebbe da chiedere come mai (se era così “buono”) i veneziani e i chioggiotti e i muranesi non vedevano l’ora di liberarsene, e per farlo rischiarono tutto con la rivoluzione del 1848: se fosse stato così illuminato come alcuni sostengono (e nelle campagne forse lo era, perché si appoggiava sui proprietari terrieri), i veneziani se ne sarebbero stati quieti a curare i loro affari e oggi magari parleremmo tedesco, oltre a bere lo “spritz” all’ora dell’aperitivo. La numerazione delle case nei nostri sestieri la introdussero loro? Certo, ma era semplicemente per tassarle meglio: se l’intenzione fosse stata quella di agevolare il viandante o il postino, non avrebbero optato per un sistema che conta 5.000 numeri civici in media e a serpentina, per ogni sestiere di Venezia. Se l’avessero veramente amata, non l’avrebbero bombardata e a più riprese (!) come fecero nel 1849, senza riguardo alcuno per chiese e monumenti:

http://rialtofil.com/la-foto-del-giorno/

La concorrenza boema (agevolata o comunque non ostacolata dall’occupante austriaco) fu dunque un colpo fatale, eppure i muranesi seppero trovare le energie e le intelligenze per una ripresa economica spettacolare già nella seconda metà dell’Ottocento, e l’isola ritrovò la sua prosperità. Una di queste intelligenze fu Vincenzo Zanetti, dal quale ho tratto alcuni dei dati qui citati (quello sugli 8 milioni di ducati, ad esempio). Una delle circostanze che facilitarono la ripresa fu invece la cessazione della dominazione austriaca (1866) ed il conseguente ripristino di una qualche forma di sovranità nazionale che non aveva più interesse ad aiutare la concorrenza boema ma piuttosto a fronteggiarla, come già aveva fatto la Serenissima. A scanso di equivoci, viste le possibili analogie con la situazione attuale, sia chiaro che questa pagina non intende fare “politica” ma divulgazione storica, e a chi vorrà leggerla offre solo qualche spunto di riflessione: ognuno di voi potrà trarne le conclusioni che vorrà, a seconda della sua sensibilità e dei suoi propri convincimenti.

Come si misura la “ripresa” econcomica dell’isola in quel periodo? Un primo importante indizio lo offre Marco Toso Borella (alla voce “abitanti”, nel suo “Dizionario di Murano”):

“Nel 1821, 4.400 anime (1500 in San Donà, per la gran parte “vignaioli o pescatori” e 2900 in San Pietro in maggior misura “occupati nelle fornaci”);
Nel 1904, 7.250 anime (lavoravano nell’isola 3000 operai, di cui 600 veneziani e buranelli)”.

La ripresa economica è visibile anche da piccoli dettagli di vita quotodiana come quello che segue: il raddoppio delle corse che collegavano Murano con Venezia, deliberato nel 1887. Al momento si parla invece di ridurle, ed è un “dettaglio” che dovrebbe far riflettere.

MunicipioMurano

Una prima crisi (e questo pochi lo ricordano) Murano l’aveva già conosciuta nel XVII° secolo: la “guerra degli specchi” del 1664, quando il re di Francia Luigi XIV° (detto “re Sole”) e il suo potente ministro Colbert (che di economia se ne intendeva) riuscirono ad attrarre alcuni maestri muranesi a Parigi per avviare una produzione su larga scala: Luigi XIV° si era messo in testa di costruire una nuova reggia, a Versailles, con l’obiettivo di farne la più sfarzosa del mondo. Dal canto suo, Colbert che sapeva fare di conto aveva capito i margini di profitto enormi di quel “business” che trasformava la sabbia in monete d’oro, e l’interesse di poter contare su un’industria nazionale anche in questo settore.  Risultato? Nel giro di pochi anni Murano conobbe “una grave crisi d’identità e di produzione, a sua volta foriera di nuove massicce emigrazioni che continuano per tutto il Settecento coinvolgendo anche le produzioni delle conterie (perle a lume) e delle margherite (perline forate)”.

Da cosa era stata innescata questa prima crisi, oltre che dagli appetiti altrui? Dall’errore di prospettiva che aveva portato alcuni muranesi ad accettare le offerte commerciali di una potenza straniera, esportando il loro savoir faire e alcuni segreti di fabbricazione. “Nulla di nuovo sotto il sole” – commenteranno forse alcuni amici, che ben conoscono le origini della crisi attuale – ma una volta imparati tali segreti e avviata la produzione in Francia, i francesi congedarono le maestranze muranesi accusandole di essere “incostanti, volubili e di pessimo carattere”. I transfughi a quel punto rientrarono in patria, ma le quote di mercato no: i francesi ormai avevano imparato a farseli da soli, quegli specchi che adorneranno la reggia di Versailles nel 1682:

http://it.wikipedia.org/wiki/Galleria_degli_Specchi#La_Galleria_degli_Specchi

A chi volesse approfondire, consiglio questa lettura: “I servizi segreti di Venezia” (Paolo Preto, 1994) dal quale apprendiamo ad esempio che quando Ferdinando de’ Medici  convinse alcuni maestri vetrai ad aprire una fornace a Pisa, il successo di quella prima “esportazione di tecnologia” fu all’origine di una piccola diaspora (a metà del 1600) le cui dimensioni cominciarono a destare preoccupazione a Venezia. Per porvi un freno e lanciare un “segnale” inequivocabile, la Serenissima ricorse ad alcune misure di varia natura, alternando carota (gli incentivi al rientro) e.. bastone. In che senso? Giudicate voi: nel 1658, il maestro vetraio Giovan Domenico Battaggia venne trovato morto per ragioni su cui esistono due versioni ufficiali. La prima è quella del medico (veneziano) di famiglia, secondo cui il decesso era dovuto a “quest’aria di Pisa che nella staggion del caldo è pessima e dolorosa”. La seconda, avvalorata da una confessione scritta di tale Bastian de’ Daniel, parla invece di un veleno personalmente consegnatogli dagli Inquisitori (della Serenissima) “col quale ho tolto di mezzo anche altri due operai, come è ormai di pubblico dominio a Murano”. Quale che sia la verità su quel decesso (altre morti simili si verificarono durante la “guerra degli specchi”), fra il 1659 e il 1660 tutti i transfughi (in terra toscana, che allora era terra “straniera”) rientrarono in laguna.

FoggyMurano

Altri tempi, altri metodi.. fra quelli descritti in quel libro (che per la verità accenna anche alla politica di “incentivi” messa in atto dalla Serenissima per tutelare la produzione in laguna) e la resa incondizionata ad una concorrenza fatta di prodotti a basso costo (ma di pessima qualità) si potrà ben trovare la giusta via di mezzo (“in medio stat virtus”), senza ricorrere all’arsenico: perché sarà anche vero che l’Italia ha vissuto una crisi economica particolarmente lunga, ma è anche vero che per i prodotti di qualità la domanda internazionale è in crescita costante e che questo settore ha conosciuto altre crisi cicliche (come ho cercato di dimostrare) ma sempre ha saputo risollevarsi e spiccare il volo, come questo gabbiano del compianto Maestro Gino Cenedese, ed è questo il mio personale augurio ai muranesi per il 2014. Manufatti come questi sono inimitabili, e se ne fanno solo in quest’isola che nelle fornaci ha forgiato anche il carattere dei suoi abitanti: “nemici dichiarati dell’ignavia e dell’ozio, naturalmente intelligenti, industri ed operosi, ritraendo qualche cosa dalla natura del fuoco e del vetro” (Vincenzo Zanetti).

GinoCenedese

Il seguito? Alla prossima puntata,

Rialtofil

15 gennaio 2014

Le foto sono mie ad eccezione di quella del manifesto avviso del 1877, che è tratta da: “L’Archivio municipale di Murano 1808/1924” (Sergio Barizza,Giorgio Ferrari).

Per saperne di più sulla Murano scomparsa, rinvio all’ottimo sito di Marco Toso Borella:

http://www.isolainvisibile.it/

Per qualche informazione in più sulla monetazione veneziana:

http://rialtofil.com/2011/12/29/72/

Per leggere la “puntata” precedente:

http://rialtofil.com/2013/12/02/il-tesoro-ritrovato-murano-comera-nel-1600-parte-terza/

Per una visita al Museo del vetro (sempre consigliata), corre l’obbligo di segnalarvi che al momento è oggetto di lavori di restauro co-finanziati dall’Unione europea; lo spazio visitabile è di conseguenza ridotto (così come il biglietto di ingresso):

http://museovetro.visitmuve.it/it/il-museo/sede/la-sede-e-la-storia/:

A lavori ultimati, Rialtofil vi aggiornerà su quella che è una delle eccellenze dei musei civici veneziani. A chi volesse approfondire le motivazioni economiche che nel 1848 portarono i veneziani (con i muranesi e i chioggiotti!) a sfidare un Impero, cacciare con la forza gli occupanti austriaci, riappropriarsi della propria sovranità e conservarla contro ogni avversità fino all’agosto del 1849, consiglio invece questa lettura:

http://www.einaudi.it/libri/libro/paul-ginsborg/daniele-manin-e-la-rivoluzione-veneziana-del-1848-49/978880614972

il Tesoro ritrovato (Murano com’era, nel 1600), parte terza


Terzo stralcio della carta di Murano, probabilmente parte di un atlas o isolario pubblicato in pochi esemplari (una ventina) e poi smembrato nei secoli successivi. Questo estratto sarà l’occasione per parlarvi della Basilica di San Donato ma anche dell’omonimo ponte o “ponte dei tuffi” e di altre curiosità muranesi.

Muran 1600

Cominciamo dalla Basilica dei Santi Maria e Donato (San Donà), perché ad essa è legata una delle pergamene più antiche conservate a Venezia: custodita nell’archivio patriarcale, è un documento dell’anno 999 in cui il parroco muranese Michele Monetario prestava giuramento di fedeltà al vescovo di Torcello. Quella dell’epoca (anno 999!) non era ancora la basilica attuale (edificata nel XII° secolo), e si chiamava semplicemente Santa Maria di Murano: la denominazione di “San Donato” venne aggiunta nel 1125, quando le spoglie del Santo vennero trasportate a Venezia da Cefalonia (isole ionie) e donate a Murano, che per ospitarne le reliquie fece costruire un grande altare. Il passo successivo fu la costruzione della basilica che possiamo tuttora ammirare: sul pavimento della navata centrale, nel più piccolo dei cinque cerchi iscritti in un riquadro decorato con figure di pavoni e grifoni, è tuttora visibile l’iscrizione latina con l’anno 1141 (data di completamento della basilica che da quel Santo prese il suo “secondo” nome). A titolo di confronto fra la Murano del 1600 e la sua struttura attuale, la mappa che segue può essere di aiuto.

MuranoMap

La prima differenza che balza all’occhio è la strada chiamata “rio terà San Salvador” laddove nel Seicento c’erano ancora un canale (rio terà = rio interrato) e quella che si ritiene essere stata la chiesa più antica dell’isola (San Salvador, demolita nel 1834). ll canale a nord dell’isola porta ancora il nome di Santa Maria, e corre parallelo a quello di San Donato nella parte che dà sulla Fondamenta Santi. A nord di quella che era la chiesa di San Bernardo (costruita sul punto più alto dell’isola, che tuttora offre riparo ai pedoni in caso di acque alte eccezionali) non c’era quasi nulla, e l’area su cui sorgono i campi sportivi (di cui l’isola va giustamente fiera) era ancora da costruire. Lo stesso dicasi, ovviamente, per le “sacche” ricavate dai materiali di risulta e successivamente rese edificabili (Sacca Serenella in particolare).

La struttura delle fondamenta che si affacciano sul primo tratto del canale di San Donato (Navagero e Giustinian) è invece molto simile a quella che era 4 secoli fa, anche se alcuni degli edifici dell’epoca sono stati nel frattempo rimaneggiati, e uno venne purtroppo demolito nel XIX° secolo: là dove ora c’è una parete cieca, a destra della prossima foto, sorgeva infatti il Palazzo della Ragione, sede del Podestà che amministrava l’isola ai tempi della Serenissima! Dell’epoca d’oro sopravvivono comunque (oltre a Palazzo Giustinian, sede del Museo del vetro), Palazzo Trevisan e Palazzo Cappello (sulla sinistra, nella prossima foto) mentre Palazzo Paoletta (il primo a sinistra) è di costruzione tardo settecentesca.

Navagero e Giustinian

Il Palazzo Pretorio, detto anche Palazzo della Ragione, era stato edificato nel 1364 e ampliato nel 1595; ormai lo possiamo ammirare soltano in una incisione del Coronelli conservata alla Biblioteca Marciana, perché venne demolito durante la seconda occupazione austriaca, che per Murano fu particolarmente funesta: in quel cinquantennio vennero demoliti anche i palazzi nobiliari che sorgevano ai piedi del Ponte Longo (come Palazzo Giustiniani Morelli) e i quattro palazzi della famiglia Corner (quella di Caterina, già regina di Cipro). Due di queste dimore sorgevano in campo San Bernardo e per avere un’idea della loro eleganza, in assenza di foto, dobbiamo ricorrrere alla descrizione che ne fornisce l’abate Zanetti, nella sua Guida di Murano (anno 1866). A completare il quadro della “Murano scomparsa” durante la disastrosa occupazione austriaca, vanno citati il Palazzo Grimani che sorgeva in Fondamenta San Giovanni (demolito nel 1830), il Palazzo Lippomano a San Matteo (demolito nel 1817) e Palazzo Vendramin a San Salvador (vedi sopra), dove aveva vissuto il medico Pietro Caffis che vi morí nel 1677, “alla bella età di 102 anni”. A fianco del Palazzo della Ragione, come ci ricorda Marco Toso Borella, si ergeva anche una Statua della Giustizia e per capire come fosse questo lato del ponte rinvio alla sua splendida ricostruzione:

http://www.isolainvisibile.it/Edifici/Palazzo%20della%20Ragione/Palazzo%20della%20Ragione.html

Ritornando alla basilica di San Donà, che per fortuna è ancora in piedi, i suoi mosaici sono ricchi di figure zoomorfe e non hanno nulla da invidiare a quelli della basilica di San Marco, di cui sono coevi. La basilica custodisce anche un altro piccolo “tesoro” che per lungo tempo fu oggetto di contesa fra Murano e Burano (dove era stato ritrovato), finché nel 1543 il Podestà Carlo Querini lo fece murare su una parete della chiesa inserendolo in un bassorilievo con il leone andante, lo stemma di Murano e il suo stemma di famiglia, per dirimere in modo definitivo la controversia e chiarire a chi appartenesse ormai. Di cosa si trattava, e perché era tanto conteso? Era un orcio (“recipiente panciuto di terracotta, con due manici e bocca ristretta”, come lo definiscono i dizionari) ma un orcio molto speciale: chiamato “bottazzo di Sant’Albano”, distribuiva ininterrottamente vino per le funzioni religiose senza che mai ci fosse bisogno di riempirlo.. o almeno queste erano le virtù miracolose che gli venivano attribuite. Per completezza, va anche ricordato che la versione dei buranelli è leggermente diversa: secondo tale versione, il trafugamento del bottazzo non diede gli esiti sperati, perché una volta sottratto ai buranelli, il miracoloso recipiente si mise “in sciopero” e smise di somministrare il prezioso liquido:

http://www.isoladiburano.it/it/Leggende.html

Il ponte che da Fondamenta Navagero conduce alla basilica (ponte di San Donà) esiste da tempo immemorabile ma la sua forma attuale, agile e slanciata, risale al 1761: l’anno di costruzione MDCCLXI è scolpito nella pietra, in basso a sinistra, lato basilica). Sulla pietra di volta che guarda la chiesa vennero scolpiti (e sono tuttora visibili) gli stemmi dell’isola, del Podestà e del Camerlengo. Questo ponte svolge un ruolo essenziale nel periodo estivo, quando alla calura ferragostana offre un rimedio semplice e salutare.. come illustrato dalla foto che segue.

Muran Tuffi

La basilica fu oggetto di modifiche importanti quando a Murano si produsse un evento epocale: nel 1692, l’antica sede vescovile di Torcello (la più antica della laguna!) venne infatti trasferita a Murano per volontà di Marco III° Gustininian. Il nuovo vescovo prese residenza nel palazzo che tuttora porta il suo nome, ed è attualmente sede del Museo del Vetro, non prima di averlo radicalmente trasformato: quello che era un palazzo gotico (di proprietà della famiglia Cappello, che a Murano ne aveva due) venne trasformato secondo il gusto dell’epoca per assumere le forme che tuttora conserva. Quanto alla basilica, gli interventi furono altrettanto radicali e finirono per pregiudicarne la stabilità, tanto che nel 1858 venne chiusa e puntellata; i restauri terminarono soltanto nel 1873, quando la chiesa venne riaperta al pubblico. Per ammirarne la semplicità delle origini (quella delle forme romaniche, che si ritrova anche nella chiesa di San Giovanni in Bragora e in altre gemme veneziane), consiglio di guardarla dal lato che attualmente funge da ingresso per le funzioni religiose, il cui aspetto è ben diverso da quello dalla facciata principale che trovate nelle tante cartoline:

MuranVeraPozzoLeon

La vera da pozzo che appare in primo piano racchiude a sua volta una gradevole sorpresa: uno dei leoni marciani più antichi fra tutti quelli recensiti in laguna (fonte: Alberto Rizzi, “I leoni di San Marco”). Scolpito sul lato che guarda alla basilica, è un leone alato “in moeca” (il nome del leone in questa posizione) e chissà come sorrideva quando Napoleone venne spedito in esilio a Sant’Elena, perché è uno dei pochi sopravvissuti agli scalpellini che nel 1797 avevano avuto l’ordine di rimuovere a picconate tutti i simboli della defunta (ma invitta) Repubblica di Venezia.

DSC03542

Fonti: le foto sono mie; per le informazioni relative alla basilica, ho attinto alla pregevolissima opera della “Associazione per lo Studio e lo Sviluppo della Cultura Muranese” pubblicata nel 1999 (millenario della pergamena qui citata): si intitola “la Basilica dei SS. Maria e Donato; cinque secoli di incisioni, vedute e progetti” e contiene fra l’altro le foto della pergamena, quella dell’iscrizione in latino del 1141 e quella del bottazzo di Sant’Albano, che non ho qui riprodotto per una questione di rispetto dei (loro) diritti d’autore; lo stesso rispetto chiedo a chi vorrà riprodurre le mie foto: fatelo pure ma citando la fonte, per cortesia. Altre notizie le ho tratte dalla “Piccola Guida di Murano” pubblicata nel 1866 da Vincenzo Zanetti e ripubblicata qualche anno fa (in ristampa “anastatica”) dalla Libreria Filippi Editrice. Per i palazzi nobiliari demoliti nella prima metà dell’Ottocento, la mia bussola è stata “Venezia scomparsa” di Alvise Zorzi.

Buona lettura a tutti, e alla prossima puntata.

Rialtofil, 2 dicembre 2013

Le “puntate” precedenti sono state pubblicate qui:

http://rialtofil.com/2013/08/31/3481/

e qui:

http://rialtofil.com/2013/08/26/il-tesoro-ritrovato-parte-prima-murano-comera-nel-1600/

dicembre2013

Il tesoro ritrovato, parte seconda: rio dei vetrai e dintorni


seconda parte

Come promesso (e prima del previsto) Rialtofil pubblica un secondo scorcio del manoscritto, con due buone notizie a titolo di introduzione: la prima riguarda l’autore del manoscritto, la seconda i diritti d’autore. Andiamo per ordine:

La prima “notizia” è che la carta è quasi sicuramente attribuibile a Hendrick Danckerts, pittore e incisore olandese specializzato nella riproduzione di paesaggi, porti e residenze reali. Non è una certezza ma in favore dell’attribuzione concorrono due indizi concordanti sui quali non voglio annoiarvi, ma per i quali vorrei pubblicamente ringraziare la persona che mi ha messo sulla “pista giusta”: Laurie Hussissian, che di Venezia è innamorata, di Murano è stata ospite e di mestiere lavora nella biblioteca di Vernon (Lincolnshire). Congratulazioni e grazie, Laurie!

Seconda notizia (legata alla prima): i diritti d’autore. Questa carta è già stata riprodotta in due diverse pubblicazioni, ma senza i margini inferiore e superiore e in formato “ridotto” (rispetto alle sue reali dimensioni). La versione in mio possesso (più alta e più larga di quelle altrove riprodotte) contiene un’indicazione che potrebbe essere la data (in numeri romani come si usava fra le persone di cultura, quando il latino era ancora la lingua franca degli accademici) o il numero della tavola, come sono propenso a credere. Nel secondo caso, potrebbe trattarsi di un foglio di atlante, isolario o portolano che ha seguito il destino di tanti suoi simili: passato di mano dalle famiglie nobili ma non più facoltose a certi antiquari, che anziché cercare un acquirente degno di questi atlanti trovavano più “profittevole” e remunerativo ritagliarli e venderli a pagina (o a tavola!) come tutti possono constatare nei mercatini dell’antiquariato.. con il risultato che per poter consultare la versione integrale dell’Atlas Maior del Merian (da cui è tratta la veduta “a volo d’uccello” più riprodotta della storia di Venezia) l’unico modo è recarsi alla Biblioteca Nazionale di Vienna (per le tavole di Jacopo de Barbari invece non vi servirà andare così lontano: sono conservate al Correr di Venezia). Diritti d’autore e vincoli di riproduzione, stavo dicendo: essendo largamente trascorsi (dal 1.600 o dintorni ad oggi) i termini di decadenza del diritto d’autore, potrete liberamente riprodurre queste immagini se lo vorrete.

Cosa ci racconta allora la carta, in questa seconda puntata?

Tanti piccoli dettagli, fra cui ne scelgo alcuni con riserva di approfondirli. La struttura del rio dei vetrai, al centro del distretto produttivo di cui Murano ebbe il “monopolio” per decreto del 1295, è rimasta sostanzialmente immutata, con i suoi tre ponti. Non tutti sanno che il “ponte di mezzo” ospita uno dei pochi leoni di pietra autentici e “superstiti” che sopravvissero alla furia distruttrice degli scalpellini pagati da Napoleone per cancellare ogni traccia del leone marciano (nelle pasque veronesi, le folle erano insorte al grido di “San Marco”): “gettato nel rio, venne recuperato da mani amorose in attesa di tempi migliori” per poi essere riparato e ricollocato al suo posto! In termini di dimensioni, diciamo pure che è un leoncino ma è da quel ponte che venivano letti i bandi e i proclami della Serenissima e la sua valenza simbolica è dunque grande.

Leone Murano

Murano all’epoca aveva circa 8.000 abitanti, era retta da un proprio Podestà (che diventerà poi un Sindaco, prima che il Comune venisse accorpato a Venezia nel 1923) e aveva un suo Libro d’Oro (redatto nel 1602, per disposizione del Podestà Barbarigo). Il prestigio dei maestri vetrai era tale che potevano girare armati e, unici fra i non nobili, potevano sposare le figlie dei patrizi. Nelle due foto che seguono, il rio dei vetrai con gli edifici più antichi fra quelli rimasti: splendidi esempi di gotico veneziano con le caratteristiche finestre che ne facilitano la datazione anche ad un occhio non esperto (perché così diverse da quelle che si imporranno nei secoli successivi). Entrambi gli edifici sono visibili sul lato destro del rio (venendo da Venezia) ovvero in Fondamenta Manin.

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La chiesa di San Pietro Martire (ricostruita nel 1511) è tuttora ben visibile a sinistra del rio dei vetrai (venendo da Venezia, fermata Colonna), ma nella carta del ‘600 appare anche un’istituzione religiosa ormai scomparsa: quella di San Cipriano, dove studiò il Poeta italiano più romantico e.. focoso: Ugo Foscolo (nativo di Zante, isola greca dello Ionio che fino al 1797 rimase saldamente in mano veneziana). Di quei fasti rimangono una calle (San Cipriano) e una scuola (intitolata al Poeta). Sulle vicende che portarono all distruzione di questa ed altre chiese nella prima metà dell’Ottocento (durante la seconda dominazione austriaca) rinvio alla monumentale e insostituibile opera di Alvise Zorzi: “Venezia scomparsa” (edit. Electa) dalla quale apprendiamo ad esempio che il sontuoso mosaico di San Ciprano venne acquistato nel 1838 dal principe ereditario di Prussia, spedito in Germania e ricollocato nell’abside della Friedenskirche di Postdam (la “Versailles” prussiana)!

Nel canal grande di Murano c’era già un “ponte longo” (come viene attualmente denominato) che probabilmente era in legno (come del resto quello di Rialto, fino a pochi decenni prima). A quel ponte è legato un mio ricordo personale: quando nel 2006 l’Italia vinse per la quarta volta i mondiali di calcio, molti muranesi festeggiarono a modo loro: tuffandosi dal ponte (la cui altezza è ragguardevole)! Per immaginare invece la bellezza di queste rive nei secoli precedenti, con i palazzi e le chiese che non possiamo più ammirare (argomento su cui intendo ritornare, nelle prossime puntate) dobbiamo rifarci ai quadri: come quello del Canaletto (conservato all’Hermitage di San Pietroburgo) per la chiesa di San Giovanni che sorgeva sull’omonima fondamenta e quello di Giuseppe Heinz  il Giovane (al Museo Correr) che raffigura un corteo acqueo dal cui sfarzo si capisce perché anche questo meritasse l’appellativo di Canal Grande, come il suo più celebre “fratello”.

Ritornando alla carta del 600, in basso a sinistra sono ben visibili le isole di San Cristoforo della Pace e San Michele, che ospita la prima chiesa rinascimentale di Venezia (opera del Codussi, anno 1469) e all’epoca veniva chiamata la “cavana de Muran” (cavana = riparo per le barche) o anche “San Michele in Paluo” (palude), ma ancora non accoglieva il cimitero attuale, con le tombe celebri che la rendono meta di tante visite. Se è il tipo di visita che vi interessa, una lista la trovate qui:

http://venicewiki.org/wiki/San_Michele

..mentre sulle vicende che portarono a riunire le due isole, consiglio questa lettura:

http://farworkshop.wordpress.com/2012/07/17/andare-a-far-due-passi-al-cimitero/

Su Murano ci sono ancora tante cose da dire.. ma mi restano altre due “puntate” per farlo. A presto,

Rialtofil

il Tesoro ritrovato (parte prima): Murano com’era, nel 1600?


Di Venezia com’era nella sua “età dell’oro” sappiamo moltissimo: oltre ai quadri dei vedutisti che l’avevano “fotografata” con il pennello, la cartografia le ha dedicato dei veri e propri capolavori (il più noto è quello di Jacopo de Barbari, nell’anno 1.500), che attraversano vari secoli e ci permettono di ricostruire l’evoluzione della “forma urbis”. Si tratta di carte dettagliate in cui calli, canali e ponti venivano riprodotti con pazienza certosina e a volte (come nel caso del Merian nel 1635 e del già citato de’ Barbari) è addirittura possibile riconoscere i singoli palazzi. Sono testimonianze preziose non solo per il loro valore artistico ma anche perché ci tramandano il ricordo di chiese e monasteri minori, molti dei quali andarono distrutti in epoca napoleonica e di cui la toponomastica veneziana ancora porta le tracce: si consideri che per tradizione antica, su ogni isola (prima ancora di collegarla con i ponti alle altre isole!) era stata eretta una chiesa e il nome di certi “campi” veneziani evoca chiese che ormai non esistono più. A titolo di esempio si consideri questa versione acquarellata della carta di Joan Blaeu (cartografo ufficiale della Compagnia olandese delle Indie Orientali e autore di un celeberrimo Atlas Maior (che all’epoca veniva venduto alla “modica” cifra di 45.000 fiorini olandesi):

Joan Blaeu

Purtroppo per noi, le fonti sono molto più scarse per le isole “minori” e per Murano in particolare. Peccato soprattutto nel caso specifico di Murano, dove il depauperamento e le spoliazioni seguite all’occupazione napoleonica privarono l’isola non soltanto delle sue chiese e monasteri (se ne contavano diciotto, ne sono rimaste tre!) ma anche di palazzi nobiliari che nulla avevano da invidiare a quelli veneziani. Per lungo tempo, fra le famiglie nobili era infatti d’uso avere una “seconda casa” a Murano: celebre il caso dei Navagero, che in Riva degli Schiavoni avevano la loro residenza “principale” ma nella dimora muranese avevano creato un giardino botanico all’epoca leggendario, in cui Andrea Navagero (ambasciatore della Serenissima a Madrid, quando venne “scoperta” l’America) era riuscito a trapiantare “in anteprima” (per l’Italia) le scoperte che cominciavano ad arrivare in Europa dal nuovo continente ed avrebbero poi rivoluzionato le nostre tavole. Esempi? il pomodoro, le patate, le fragole, il girasole, il tabacco, i peperoni e altre ancora!

Come si presentava, la Murano di allora? La cartografia finora disponibile ce lo lascia soltanto intuire, perché Murano figura sempre sullo sfondo delle “vedute a volo d’uccello” di Venezia, con cui questi artisti e incisori volevano probabilmente dare al lettore l’illusione di poter “volare” sulle città (sogno antico a cui Leonardo da Vinci aveva dedicato molte energie, ma che si realizzerà solo qualche secolo più tardi).

Con tutte le cautele del caso (cautele d’obbligo, quando si tratta di un “ritrovamento”) e in attesa di alcuni approfondimenti in corso con gli esperti di storia locale (Marco Toso Borella in primis), Rialtofil vi offre in anteprima questo scorcio di una carta del ‘600, che è invece interamente dedicata a Murano (e alle due isole vicine, che verranno successivamente riunite a formare l’isola di San Michele) con una ricchezza di dettagli forse inedita:

TesoroparteI

Sulla destra di questo scorcio, la chiesa di San Giacomo (ormai scomparsa, eppure la zona è tuttora chiamata “San Giacomo”!) all’inizio di quella che è Fondamenta Navagero: da notarsi la sequenza di palazzi nobiliari (attualmente ne restano soltanto due: Palazzo Cappello e Palazzo Trevisan, con l’aggiunta di un palazzo del tardo settecento), che ne facevano già da allora la zona “residenziale” dell’isola.

Il celebre faro di Fondamenta Piave (unico faro interno alla laguna di Venezia) non era ancora quello che conosciamo ma una semplice torre in legno  dalla quale, con un sapiente gioco di specchi, la Serenissima aveva riprodotto l’ingegnoso sistema già adottato dagli antichi romani, tanto che il suo fascio di luce era visibile fino alla bocca di porto del Lido. La struttura attuale, in marmo bianco, risale al 1934 e a questo proposito vorrei chiudere questa prima puntata con un piccolo aneddoto, ignoto ai più. Per alcuni anni, l’immagine del faro di Murano è stata simbolicamente utilizzata per “far luce” sui segreti arcani della Comunità europea (ora Unione europea), le cui procedure sono in effetti materia da “iniziati”: per la guida interna destinata ai suo funzionari, l’esecutivo della UE aveva infatti scelto l’immagine che qui riproduco. I muranesi riconosceranno subito il loro faro, e agli altri non sfuggirà il valore simbolico della scelta: per illuminare le segrete stanze e i labirinti di Bruxelles, ci voleva un faro di antica tradizione, come questo:

MuranoFaro

Sulle altre isole che formano Murano (sono cinque, senza contare le “sacche” di formazione recente) intendo ritornare più avanti, ad accertamenti (e approfondimenti) ultimati.. perché se questo manoscritto risultasse inedito, si tratterebbe di un piccolo “tesoro” per la storiografia locale e anche se non lo fosse, è un ritrovamento che mi ha riempito di gioia: la nostra laguna non sarebbe la stessa, se il collo della Signora (Venezia) non fosse adornato da quella collana di pietre preziose che impropriamente chiamiamo isole “minori”.

A presto e alla prossima puntata (per chi è curioso di saperne di più)

Rialtofil, 26 agosto 2013

Bibliografia minima:

Jerry Brotton, “A History of the World in 12 Maps”.

David Buisseret, “I mondi nuovi. La cartografia nell’Europa moderna”.

Jürgen Schulz, “La cartografia tra scienza e arte. Carte e cartografi nel Rinascimento italiano”.

Jürgen Schulz, “the Printed Plans and Panoramic Views of Venice (1486-1797)”.

Muran 012

 

Appello all’ente gondola (e al Comune)


Appello: il servizio di traghetto di riva del carbon è sospeso da mesi, causa manutenzione del pontile. Possibile che ci vogliano mesi, per sistemare un pontile?

Assessore Ugo Bergamo,

in città circolano voci che spero siano infondate: questo traghetto volete sopprimerlo e allora Le poniamo un paio di domande, in quanto assessore alla mobilità:

avete un’idea di cosa sia diventato il ponte di Rialto, nelle ore di punta? Avete un’idea di cosa significhi per le persone anziane, la soppressione dei pochi traghetti rimasti?  Stiamo parlando di un semplice pontile in legno, ci vuol tanto per aggiustarlo? Volete cancellarlo in silenzio, questo servizio pubblico che è parte integrante della nostra identità di città d’acqua? Da secoli, a Venezia, i traghetti assicurano la fluidità del traffico pedonale, e tuttora ci permettono di passare da un sestiere all’altro evitando le calli e i ponti più affollati. Un vero “piano del traffico acqueo” dovrebbe potenziarli, altro che sospenderli!

Questo servizio di trasporto pubblico esiste dal 1293 (prima data certa: quella della “mariegola” o raccolta di regole del traghetto di San Beneto) e tuttora permette (ai veneziani e ai turisti intelligenti) di attraversare la città senza intasare ulteriormente calli e vaporetti che sono già al limite della saturazione. Un mezzo di trasporto a zero emissioni, zero moto ondoso, che non ha bisogno di tornelli o altri investimenti, così antico e al tempo stesso così moderno: “Quei barcaioli.. inventarono di fatto il trasporto pubblico urbano. Le barche da traghetto, a differenza delle carrozze o delle portantine usate nelle altre città, d’esclusivo uso padronale, avevano infatti orari e tariffe ben definite ed erano a disposizione di chiunque ne facesse richiesta” (Fonte: http://www.gondolavenezia.it/storia.asp?Capitolo=10

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Per i lettori non veneziani: quella della prima foto (scattata lo scorso inverno) è la gondola “traghetto” che collega le due rive del Canal Grande (riva del vin e riva del carbon) all’altezza degli uffici comunali (Ca’ Farsetti, Ca’ Loredan e Palazzo Cavalli). A turno, i gondolieri svolgono questo servizio alla cittadinanza, la cui istituzione risale ai tempi della Serenissima, che ne regolamentò le tariffe a partire dal 1578; “tale ingerenza ci mostra l’importanza della funzione dei traghetti nella vita cittadina, anche in un periodo in cui i ponti erano già numerosi” (fonte: http://www.gondolavenezia.it/storia.asp?Pag=32.

Diversamente dalle gondole ad uso turistico, queste sono tuttora attive ad un prezzo accessibile a tutti (2 euro per traversata, 70 centesimi per i residenti). Dove sono gli “stazi”? Una mappa la trovate qui:

http://bluoscar.blogspot.be/2008/10/le-gondole-traghetto.html

Per capirne l’origine, occorre considerare che fino al Settecento, le famiglie nobili a Venezia avevano alle loro dipendenze un gondoliere “de casada” (lavoratore dipendente a tutti gli effetti) mentre i cittadini comuni potevano contare su una fittissima rete di gondole “da parada” (a collegare le due rive del Canal Grande, quando l’unico ponte che lo attraversava era quello  di Rialto). Dei 22 “stazi” originari ne sopravvivono sette, fra cui questo che è attualmente sospeso.  Al remo si alternano anche i Campioni delle regate storiche, come i cugini Vignotto e Giampaolo D’Este: se passate da Rialto nel loro giorno di turno, li potrete incontrare al traghetto del carbon o a quello di Santa Sofia (sull’altro lato del ponte), che collega il mercato di Rialto con Strada Nuova (all’altezza di Campo Santa Sofia).

Altro sestiere, altra foto:

Sestier de Casteo, 19 ottobre. Un muro diroccato su cui campeggiano vari cartelli fra cui un “divieto di ormeggio e di ancoraggio”, ma non credo che chi ha scalato quel muro li abbia letti. Venezia è anche questo: un pizzico di incoscienza (ben sapendo che una caduta in acqua da queste parti non rappresenta un grande pericolo) e una cornice che sembra un invito permanente a fermarsi un attimo, anche solo un attimo, ad assaporare la vita. Una città pedonale dove “gli altri” non sono concorrenti alla guida di un’automobile da superare sgommando per arrivare prima al semaforo, o a cui dare del cornuto se rallentano: una città senza semafori e a misura d’uomo, dove gli amici si incontrano in campo e il tempo scorre in modo diverso, come se anche lui (che nella sua corsa implacabile regge i destini umani) volesse assaporare il piacere di sedersi in riva e riposarsi un pochino.. e tanto meglio per noi, se il tempo ha forse trovato un luogo dove fermarsi, ogni tanto.

Rialtofil

 

A proposito di Rialto.. e di Rialtofil


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A volte mi chiedono: “perché Rialtofil”, come nome per questo blog?  “Filos” (φίλος) è un termine universale che le lingue moderne hanno preso in prestito dal greco antico per significare “amante” o “amico” di  (come nei sostantivi filantropia, filosofia, filatelia e negli aggettivi anglofilo, francofilo, cinefilo). La scelta è quindi legata al mio amore per un luogo chiamato Rialto e in questa pagina proverò a spiegarne le ragioni (o piuttosto a riassumerle, perché le ragioni sono molte e vengono da lontano).

Il toponimo Rialto deriva da Rivoalto (“alto” rispetto agli altri isolotti su cui stava sorgendo Venezia), perché in questo luogo i veneziani avevano trovato le condizioni ideali per il primo insediamento stabile, dopo gli “esperimenti” di Torcello e Metamauco (l’attuale Malamocco). Non è un caso se la Zecca (prima di essere trasferita a San Marco) si trovava a Rivoalto, così come il Bancogiro e il Palazzo dei Camerlenghi ( i “tesorieri” della Serenissima).

Nel Cinquecento, quando i mercanti inglesi volevano conoscere le quotazioni delle merci più pregiate, chiedevano “cosa si dice a Rialto”? A ricordarcelo è Shakespeare: “Now, what news on the Rialto”? (The Merchant of Venice, Atto I°, scena terza): la Wall Street dell’epoca (o la “City”, per restare a Londra) era questa, quando ancora il baricentro degli scambi commerciali era il Mediterraneo e Venezia aveva saputo porsi al centro di quel sistema di scambi.

Le pietre e le colonne su cui poggiano molte delle case di Rialto sono più antiche della città stessa: vennero trasportate in barca dai profughi in fuga dalle città romane della terraferma che trovarono rifugio in laguna, dove marmo e pietre non ce n’erano, ma i barbari a cavallo non potevano arrivare (e quando i franchi ci provarono con le loro grandi navi vennero respinti, perché la laguna bisogna conoscerla, per poterla attraversare). Con quelle pietre (e con i pali di legno che  tuttora sorreggono le fondamenta) i “profughi” fondarono una nuova città (e che città!) dove a lungo continuarono a parlare la lingua dei loro antenati. Le strade di Venezia si chiamano tuttora “calle”, i canali minori “rio”, le piazze “campo”, la moglie “muger” (da “mulier”) e la nebbia “caìgo” (da caligo): di tutte le parlate italiane, quella veneziana è tuttora la più vicina al latino!

Rialto è stato per secoli il cuore commerciale della Serenissima, così come San Marco ne era il cuore politico (sede del Palazzo Ducale e dei “Ministeri”, che con le varie magistrature cittadine avevano i loro uffici nelle “Procuratie”) e l’Arsenale il cuore produttivo (con i suoi 16.000 dipendenti, era la più grande fabbrica dei suoi tempi: per la battaglia di Lepanto, l’Arzanà fu capace di sfornare una galea al giorno). Intorno a questi tre poli (politico, commerciale e produttivo) si sviluppò una Repubblica che seppe restare indipendente per undici secoli (da 697 al 1797), sebbene circondata da regni ed imperi molto più grandi.

Di questi tre poli, Rialto è l’unico che ha in parte mantenuto la sua vocazione originaria (e integralmente ne ha conservato la toponomastica! “Ruga degli oresi” ci ricorda come questo fosse fra l’altro il quartier generale degli orafi, ed è un peccato che (con qualche eccezione) le merci in vendita ai piedi del ponte di Rialto abbiano ormai poco a che vedere con i fasti del passato. Se volete saperne di più, vi consiglio questo  articolo dell’amico Giandri: http://home.giandri.altervista.org/giandri_0401_Porta.html  Come si presentano le rive, prima di essere invase dai turisti? Ecco una foto scattata alle 6 del mattino:

A sinistra potete vedere il Fondaco (Fontego, in venessian) dei tedeschi. Sul concetto di “casa fontego” intendo ritornare (non meravigliatevi se questa pagina verrà aggiornata frequentemente: consideratela pure “work in progress”, quindi ritornateci ogni tanto, se volete). Cessate le sue funzioni originarie, il Fontego dei tedeschi è stato a lungo la sede centrale delle Poste (prima che le Poste, a Venezia come altrove,  cedessero gli edifici più prestigiosi per pagare i megastipendi dei troppi megadirigenti) ed è stato recentemente acquisito dal gruppo Benetton. A destra: il Palazzo dei Camerlenghi e le fabbriche vecchie di Rialto. I “camerlenghi” sovrintendevano alla riscossione e alla ridistribuzione delle entrate, e data la delicatezza del ruolo, ne rispondevano direttamente al Consiglio dei Dieci.

Un altro fondaco celebre è questo: ex Fontego dei Turchi, attualmente sede del Museo di storia naturale. Alla sua destra c’è il Fontego del Megio, che è uno dei più antichi: costruito nel XIII° secolo per stiparvi il grano, nel XV° secolo passò ad ospitare altre granaglie fra cui il “megio”, da cui prese il nome:


Tornando a Rialto, questa è la sede del mercato del pesce (tuttora attivo, e merita una visita!) come si presenta all’alba:

Nella foto successiva la “riva del vin”, che ospita qualche ristorante generalmente affollato più per la vista sul Canal Grande che per la qualità del cibo. A Venezia i ristoranti migliori sono quelli in corte “sconta”, cioè nascosta: se volete mangiare qualcosa di tipico veneziano, andate piuttosto alla Madonna che è a due passi, nell’omonima calle, oppure all’Antica Osteria Ruga Rialto, in calle del Sturion. Un po’ più nascosto ma altrettanto buono e abbordabile, “la buona forchetta” (dietro Campo Sant’Aponal). In Rio Terà San Silvestro troverete invece La porta d’acqua (Rio Terà ovvero “interrato” significa che dove ora c’è una calle c’era un canale, e questo splendido ristorante ne conserva per l’appunto la porta d’acqua): il ristorante è una chicca, e non solo per gli affreschi d’epoca che ne arricchiscono le pareti interne.

Se conoscete la tradizione tutta veneziana dei “cicheti”, a Rialto ne troverete di buonissimi in tre ottimi locali a poche decine di metri di distanza: “Ai do mori” (San Polo 429), “all’Arco” (San Polo 436) e dai Zemei (“ai gemelli”, San Polo 1.045, all’altezza di Campo San Silvestro). Sono quelli che a Venezia vengono anche chiamati “bacari”: luoghi informali dove mangiare qualcosa di buono in piedi (o al massimo su uno sgabello) senza le formalità di un ristorante, ideali anche per bere un bicchiere prima di riprendere il cammino. Se i termini “bacaro” e “cicheti” sono ignoti a Google translator, la traduzione la troverete qui: http://rialtofil.com/2013/07/22/2219/

..sul lato opposto del Ponte, il Palazzo dei Camerlenghi (edificato fra il 1525 e il 1528, attualmente sede della Corte dei conti regionale). Una curiosità: avete notato le inferriate sulle finestre? Il pian terreno era adibito a prigione per i debitori insolventi.. inutile aggiungere che come prigioni erano piuttosto umide: fra tutte le rive della zona, questa è una delle più esposte all’acqua alta!

Su Rialto c’è ancora tanto da dire.. la chiesa di San Giacometo, ad esempio: miracolosamente sopravvissuta al terribile incendio che distrusse il ponte di Rialto (nel Cinquecento), quando era ancora di legno (come le case circostanti). La riconoscerete facilmente per il suo incredibile orologio (enorme, perché i mercanti potessero vederlo anche da lontano) che occupa quasi per intero la facciata principale.

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Sull’abside della chiesa è tuttora scolpita l’iscrizione:

HOC CIRCA TEMPLUM SIT IUS MERCANTIBUS AEQUUM, PONDERA NEC NERGANT, NEC SIT CONVENTIO PRAVA

“Attorno a questo tempio sia equa la legge per i mercanti, esatti i pesi, leali i contratti”.

Il messaggio mi sembra attuale, ed è forse (anche) grazie a questa etica degli affari che i mercanti veneziani riuscirono a conquistarsi quote di mercato esorbitanti rispetto alle dimensioni della loro città-Stato: il rispetto della parola data, la lealtà nelle transazioni, uno Stato che non soffocava l’iniziativa privata. Altri tempi, ma non è un caso se quelli della Serenissima furono gli anni d’oro e se ancora oggi, fra veneziani, un accordo si può concludere con una stretta di mano nella certezza che verrà onorato.

Di fronte alla Chiesa, sul lato opposto del Campo, potrete anche salutare il Gobbo di Rialto, che in altri tempi aveva un ruolo comparabile a quello del “Pasquino” di Roma, oltre ad essere il terminale della “via crucis” inflitta ai ladri ed altri lestofanti (che per questo si dice lo abbracciassero in lacrime alla fine del supplizio). Questo era anche uno dei punti da cui venivano letti i bandi e le ordinanze della Serenissima, per coloro che non sapevano leggere né scrivere:

Di Rialto ho detto abbastanza (spero) per spiegare le ragioni che mi hanno portato a scegliere lo pseudonimo “Rialtofil”, e a fissare stabile dimora in queste calli. Un grazie a chi vorrà sfogliare queste pagine, e un saluto cordiale a chi condivide i miei interessi collezionistici o anche soltanto (e soprattutto) il mio amore per Venezia. Per chi volesse scrivermi, l’indirizzo è:

Rialtofil@gmail.com

Buona estate a tutti,

Rialtofil

Venetian Life Glossary. Piccolo glossario di vita veneziana


Venezia è un posto talmente speciale, che alcuni termini sono di uso corrente soltanto qui, ragion per cui mi sembra utile illustrarli con qualche immagine. In questa pagina ne troverete alcuni, in ordine alfabetico. Trattandosi di informazioni principalmente destinate agli amici stranieri, ho deciso di optare per l’inglese. Le foto sono mie, e gli errori eventuali di traduzione anche; se vorrete segnalarli, o suggerire altre “voci” per questo glossario, l’indirizzo è Rialtofil@gmail.com

Venice being a very special place (I would say unique!), there are words that are mainly (sometimes solely!) used in Venice. On this page you will find some of them, in alphabetical order, with a short explanation. Unless otherwise indicated, all pictures have been taken by myself. Stay tuned, because this is work in progress and will be updated on a regular basis. The “cover” picture was taken from my windows, the day of the Regata Storica (see below, under “Appendix”).

ALTANA: where the venetian ladies used to get blonde or almost blonde under the sun (I will not tell you the trick, but the colour is still called “biondo veneziano”); nowadays they simply get tanned or enjoy a prosecco with friends. It is a kind of “roof on the roof”, and must comply with very strict rules as regards the materials used.

BANDE (“parapetti”, in Italian): the item missing in this bridge, one of the few which still is the same as they all were under the Venice Republic (if you don’t trust me, feel free to double-check in the Canaletto paintings). The legend says that when the Austrians occupied the city (after the fall of Napoleon) so often were they falling in the canals (sometimes because of the strong local wine, sometimes “helped” by the locals) that they decided to furbish every single bridge with two “bande laterali” (lateral walls).

BARENE: strips of land not suitable for the building industry (with the high tide you would have water up to your knees) but so suitable (and crucial) for biodiversity. Almost destroyed by erosion in the Southern lagoon, because of the (too) deep canals dredged in the 20th century to accomodate the needs of (too) big ships, they still cover a large part fo the Northern lagoon, from Murano to Burano and beyond. The small canals flowing inside the barene are called GHEBI.

BRICOLA (plural BRICOLE): essential part of the landscape in the two lagoons (Venice and Marano, still connected to each other by inner canals) they serve two main purposes: to moor the big boats (for smaller boats, we use single “PALINE”); and to indicate the canals where (even with low tide) you can safely sail at any time of the day. To make a “bricola” you need to bind together 3 paline, but some have 5 or 7. As for the roses offered to the ladies, their number is uneven (two paline do not make a bricola). At the crossroad of two canals, they are called DAMA and a fourth palina is added in the middle to carry the special signs or lights that make a “dama” (dama like “Lady”, in Italian).

CAPITEO (Italian: capitello votivo): as you can see in the next picture (taken in front of San Francesco del Deserto, close to Burano), BRICOLE may also serve a religious purpose, to support CAPITEI (venetian plural for capiteo). They are so simple but so beautiful, and most of them have been made by fishermen.

COCAI = Seagull! They are the true kings (or Queens?) of the lagoon, often having a rest on a “bricola”(see above), which serve them as a throne. May I introduce mine? A masterpiece of blown glass by Maestro Gino Cenedese, entirely made in Murano:

Seagull

CORTE SCONTA (venetian for “nascosta”): hidden court (or place, in general). For more information, ask Corto Maltese (the cartoons character created by Hugo Pratt, who used to live and work in the Malamocco village.. right in front of the Poveglia island):

FELZE: until the early 20th century, gondolas used to have a cabin (called FELZE) to protect its passengers from weather conditions (and incidentally, to preserve their privacy). For more information I recommend the official website of the gondola makers, where you can learn much more: http://www.elfelze.org/index.php?option=com_content&view=article&id=8&Itemid=32

FONTEGO: warehouse and homeplace of the merchants of Venice. The Italian word for Fontego is FONDACO, and the two words are equivalent. In this picture you can see two of them: from the right to the left, Fontego dei Turchi e Fontego del Megio.

JULIA: no need for translation, there is only one Julia with these emerald eyes and she is the co-author of this blog.

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MURAZZI: long barrier made of stones, erected by the Venice Republic (and later strenghtened, after the floods of 1966) to protect the two strips of land which separate the lagoon from the open sea: Pellestrina (almost in its entirety) and the western part of the Lido island (where the Murazzi start shortly after the Excelsior Hotel). It is a popular place for biking, sun bathing and.. testing your building skills:

NISSIOETI (Italian: NIZIOLETI): street signs, so called because they are (were) as white as the cleanest blankets (in venetian: NISSIOI). The street names in Venice are fascinating, often unusual and sometimes very surprising. Their origin and meaning can be found in “Tassini, curiosità veneziane”, a book written in the 19th century which is a goldmine of information and can be consulted online at: http://venicexplorer.net/tradizione/topos/

PALINA where we moor our small boats (for the big ones see: BRICOLA, which is made of 3 or more PALI). They are not all like this one, but the personal touch given by the owner of this one (in Murano, close to the San Donà bridge) is really cute:

PATERA: to these stone gems called PATERE (singular: patera, with accent on the first A) I have devoted a separate entry. May I humbly refer to it? You can read it at: http://rialtofil.com/2012/08/14/patere-veneziane-cosa-sono-dove-trovarle-e-dove-farne-fare-una-su-misura-per-voi/

PORTA d’ACQUA: for many centuries, the main entry of venetian building was not the one on the street (streets were not paved, by the way!) but the door open on the canal: http://rialtofil.com/2011/12/19/porte-dacqua/ This is very visible in the Canal Grande but also in the smaller canals such as this one (Rio dei Miracoli):

RIO: small Canal, like the one of the next picture (Rio dei Meloni). Those which were covered and paved to make a street are now “Rio terà” (interrato, in Italian). More information, by Gigio Zanon, at: http://venicewiki.org/wiki/Toponomastica

Riodeimeloni

SCURI: in Venice they are always green like the ones of these window, from which Rialtofil enjoys the Grand Canal. They are precious in summer time, when they protect us from the heat of the sun.

Casa

SOTOPORTEGO: covered passage connecting two streets, it provides us with: shadow when the summer is too hot, a good shelter in case of rain, and a safe harbour for the young “morosi” (for many of whom, this was the place of the first kiss):

SQUERO (probably da “scure”, one of the tools used to cut the wood by the “mastri d’ascia”): the place where traditional wooden boats are still made, in Venice. The one in the  next picture is the Squero di San Trovaso, close to Fondamenta delle Zattere, but there are many others still active in the lagoon!

Squero

VERA (DA POZZO): until the 19th century, the supply of drinking water in Venice was ensured by a combination of groundwater and rainwater which was stored in the  simplest and most effective way: the water was collected in every campo (square) and filtered by two layers of sand. The result was clean water for everybody, thanks to very strict rules on the use and maintenance of the wells. Every well in Venice has a story to tell, and the story teller are these stones (the “vere da pozzo”). The one in the picture belongs to the Fontego dei Tedeschi, and can be seen in its inner court:

APPENDIX:

Miscellaneous (without pictures)

ARSENALE (in venetian: arzanà): the fortified shipbuilding district where the Venice Republic used to employ up to 16,000 people. Those (proudly) working in what used to be the biggest European factory were called “ARSENALOTTI”, and a very ambitious social housing project was created for them, in what is now the SESTIERE of Castello. The Venetian Arsenale is widely quoted by Dante in its Divina Commedia.

BACARO: that’s where you can drink something and enjoy “cicheti” (see below, under letter C); in the Rialto area (after the bridge, in the San Polo district) you can find many; my favourites are listed here: http://rialtofil.com/2012/08/01/rialtofil-ha-traslocato/

BARBACANI: pictures speak better than words, and the “Prince of Barbacani” can be seen here: http://alloggibarbaria.blogspot.it/2013/03/il-principe-dei-barbacani.html PS an excellent explanation (in English) of this unusual word was already made by another blog, to which I would like to refer: http://ytaba36.wordpress.com/2012/08/07/barbacani/

BATEO: synonym for “vaporetto” (see below,under letter V).

CA’ FARSETTI: the City Council. Ca’ = CASA, and this is the way most historical buildings are still called, from the name of the old  family owners.

CAFFE CORRETTO: depending on the season (and on the barman) it might mean a cup of coffee with some GRASPA (see below), or a generous cup of GRASPA with a small tiny quantity of coffee.

CAIGO (with accent on letter i): the special fog which makes the lagoon so mysterious in the winter months (November and December in particular): so thick that sometimes one can’t see the other side of a canal! Someone even says that these are the best conditions for appreciating the special misty beauty of Venice.. the weather here truly offers 4 seasons and each of them has very distinct features, like in Vivaldi’s “quattro stagioni” masterpiece. My advice is to enjoy each of them!

CANALASSO: the venetian nickname for CANAL GRANDE. Adding the letters “asso” at the end of the word “canal” gives a touch of British understatement (or self-irony), when referred to what is normally considered the most beautiful “street” of the world: “xe tuti rovinassi” (“they are just old ruins”) and we are speaking about properties which are negotiated (when they are on sale) at the price of € 40 million, on average (Ca’ Corner della Regina was recently bought by Prada, for this price).

CAVANA: where would you park your car when it snows outside? In your box, probably. “Cavana” is a shelter (roof + walls, but without floor: the water is its floor!) designed to host your boat in case of adverse weather conditions.

“CIAO VECIO”: this is how venetians call each other, even when they are 15 years old: “vecio” = old, it is ironic and means “old friend”. But don’t say it to girls (ciao vecia is not polite, especially if the one saying it is a man).

CICHETI: small food, served in small dishes (or in TRAMEZZINI). Don’t confuse it with “fast food” because it is not: being made on the spot with products “of the day” (= fresh and healthy), the quality of such “small” food is often remarkable.

“COPARLI TUTI”: that’s what you may hear locals saying if: you are sleeping or having pic-nic on the steps of the narrow bridge that venetians need to cross to get to work. Or, if you are standing in the middle of an overcrowded vaporetto with your 5 pieces of luggage when people need to get off the boat. Or, if you dump your plastic bottles (not to mention other items) in the nearest canal. Nobody has ben “killed” until now, but if you decide to spend some days in a place which is so unique and fragile, my advice is: respect the place if you want to be respected.. or go somewhere else, please. PS “MI TE COPO” is also what we sometimes tell our children when they do something wrong. I can reassure you on the fact that no blood on the floor follows, after the warning.

“FAME BEN” (make a good price to me): that’s what we say when we negotiate a price “for venetians” (which means lower, because most venetians have to live in the most expensive Italian city with an average Italian salary, and this is only possibile if we help each other!). Be aware that this will not work if you say it with a strong American (or Russian) accent, or even just with the accent of a “FORESTO” (see below).

FORESTO: anyone not living in the lagoon. Do you come from New Zealand? “Foresto”. Do you come from Padova? “Foresto”. No difference and no discrimination based on nationality, as you can see:)

GHEBI: the small canals which flow inbetween the BARENE (see above).

GOTO: “glass” (bicchiere) in the making, in the language of the Murano glass blowers.

GRASPA: eau de vie (in French) Schnaps (in German) Grappa (in Italian)… if translation in your language is not available, be careful before trying it, or try caffé corretto, first.

MARANGONA: the oldest bell still active in Piazza San Marco. “Marangoni” are the carpenters, whose working hours were dictated by the sound of this bell.

MOROSO, MOROSA (boyfriend, girlfriend): the one you love (from old Latin AMOR). Much more romantic than “boyfriend and girlfriend” or “fidanzato e fidanzata” (their Italian equivalent)!

MUGER (from old Latin MULIER): woman. When venetians say “LA MI MUGER” they refer to the woman sharing their life, irrespective of marriage (more or less with the same meaning as “ma femme” in French and “mi mujer” in Spanish).

OMBRA: glass of wine

“PARON DE CASA” (Landlord, or “Master of the place”): this is the way venetians call the bell tower of Piazza San Marco (from which you can enjoy the best overview of the lagoon). For many centuries, when people had no watch and no mobile phone, its five bells were the “master” of social and economic activities by marking the time, each of them with its unique sound. One of them (la MARANGONA) is still the original one, the others were replaced in 1912: http://venipedia.it/monumenti/campanile-di-san-marco

PEOCIO: Italian “cozza” (shellfish with black shell) but also “mean person”: “xe un peocio” is what we say (in venetian jargon) when we want to refer to someone greedy!

REGATA STORICA: the most important of the many regattas (this word was invented here!) organised in the Venice lagoon, it takes place on the  first Sunday of September. The tradition is so old and strong that this event has its own official glossary: http://www.regatastoricavenezia.it/rs.php?pg=29&lang=en

REGATA DEE BEFANE: it takes place on 6 January (befana day, in Italy) close to the Rialto bridge. Its special features? 1st: due to the season, it is not unfrequent to row under the snow (and the snow in venice.. is just magic!) 2nd: those who row are men dressed like old women (“befane”), with long skirts and funny scarfs!

SCHEI: money. If you are curious to see how venetian coins looked like, you can have a look at: http://rialtofil.com/2011/12/12/monetazione-veneziana-nota-introduttiva/

SESTIERE (plural: SESTIERI): the venetian districts. While roman cities were divided in “quartieri” (from old Latin QUATER = four) the shape of Venice did not fit at all with this traditional partition. This is therefore the only city where the districts are called SESTIERI (from old Latin SEXTARIUM = sixth part of)! The shape of the iron that you can see on the prow of every gondola, according to the tradition, would remind the 6 sestieri. In fact, its mission is to counterbalance the weight of the gondolier, who stands on the opposite side of the boat. Gondolas are 10.75 metres long, and driving them requires outstanding skills indeed!

SGROPPINO: one third of prosecco, one third of vodka, and lemon ice cream happily swimming inside. Normally served at the end of dinner, if the dinner was not “small food”, and it makes miracles.

SPRITZ: everybody knows what it means, no need to explain it here. Less and less trendy, by the way, and insane: why mixing wine with water ?! My advice: try a good Prosecco, instead!

SQUERARIOL: gondola maker. Yes, gondolas are still made in Venice, and the place where they are made is called SQUERO.

“STAME BEN”: take care of yourself, sometimes used instead of “SE VEDEMO” (see you) when you part from someone.

“TI XE MATO” (you are crazy): take it as a compliment. Venice is a special place for special people, and a little touch of “madness” here is absolutely normal/necessary. If you propose a smart new idea and the answer of your friends is “ti xe mato”, it means: ” go ahead”. If the idea is really crapped, your friends would rather say: “ti xe fora” (you are out of mind) or “ti xe mona” (translation not available, for the time being;-))

TOLA, TOLE(T)TA (in Italian: tavola, tavoletta): long piece of wood used to cross the canals, when (and where) the stone bridges had not yet been built. To remind us of this old tradition, in Venice you can count no less that 6 street named after “tola” or toleta”, and an excellent bookshop called “TOLETTA”. On the same street, one of my favourite restaurant (“Ai Artisti”, close to the Accademia bridge) offers a view on one of the canals where “tolette” have been (for a long time) the only kind of bridge available.

TRAMEZZINI: small triangles of soft bread filled in with fresh products of the day. In Venice we walk a lot and, instead of having two big meals sitting in a restaurant, we enjoy having small food several times a day, together with a drink. Long life to tramezzini (with one zed, in venetian), and once you try them you will understand how much they contribute to the venetian art of living!

VAPORE (or vaporetto): this is the way we still call the “water bus” introduced in the 19th century, although these boats now use diesel engines: http://rialtofil.com/2012/11/18/da-venezia-col-vapore-1850-1866/

VECIA CARAMPANA: someone who used to trade her charme agains remuneration and, after getting “retired” from the job, tends to preach and teach moral vertues to the others. The nickname “carampana” comes from Ca’ Rampani, where this kind of professionals used to practice in the old days.

VENESSIAN: this is how venetians call themselves (instead of “veneziano”, which is the Italian form) and the language they speak with each other. Although very similar to Italian (but closer to Latin, since Venice did not experience any foreign occupation until 1797!) venetian has its own features and is still spoken by almost everybody living in the lagoon (new venetians included!) This is part of an effort to preserve our identity (while being understood by the average Italian), in a city which is hosting more than 20 million visitors every year (while the number of residents keeps on declining), and due to this huge pressure, would otherwise risk “loosing its soul”: Venice is more than its stones, and those visiting it are more than happy to find something more than “another Pompei”!

“VE VOGIO BEN”: “I love you” (who are reading this glossary) because if you have taken the time to read this.. you probably want to understand more about my beloved city, hence I wish you will be able to fully enjoy its unique features and treat it with respect , when visiting it.

Text and pictures by:

Marco Gasparinetti

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