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Da Eraclea alla Venetiarum Civitas, e dai “solidi” agli zecchini


“Roma non fu creata in un giorno”, recita un proverbio francese che risale al 1191. Venezia neppure, e tanto meno la Repubblica di Venezia: quella che all’inizio era soltanto una federazione di comunità lagunari chiamata “Venetiae” (Venezie, al plurale) aveva in realtà la sua “capitale” ad Eraclea, la sua sede patriarcale a Grado e i primi insediamenti commerciali a Torcello (le isole realtine erano ancora disabitate, e lo resteranno ancora per un paio di secoli). Da tali origini nasce la distinzione, che tale rimarrà fino al 1797, fra territorio del Dogado, “Stato da Mar” e “Stato da Terra”; il Dogado si estendeva infatti da Chioggia a Grado: in pratica, la fascia litoranea che comprende le tre lagune di Venezia, Caorle (allora molto più estesa di adesso) e Grado (attualmente chiamata laguna di Marano).

Il primo Doge  (Paolo Lucio Anafesto) venne eletto proprio ad Eraclea e per quanto formalmente sottoposto all’autorità di Bisanzio, venne scelto da quelle comunità lagunari in sostituzione del governo tribunizio (i “tribuni” erano funzionari bizantini); il Doge (dal latino Dux) in questa fase era ancora una sorta di governatore militare, ma il fatto che venisse per la prima volta eletto dai veneti riuniti in assemblea rende a mio parere legittima la definizione di “primo” Doge. Era l’anno 697 e l’ultimo Doge “abdicherà” nel 1797: undici secoli tondi di auto-governo e 120 Dogi! Quanti Stati contemporanei possono vantare una longevità comparabile? Alcuni storici considerano come primo Doge quello del 742, quando l’elezione venne definitivamente sottratta al controllo imperiale, ma il risultato non cambia di molto perché anche quel Dux veniva da Eraclea, ed è da qui che dobbiamo partire. Per farlo, vi propongo una moneta che ha molte cose da “raccontare”:

BISANZIO 610-641 solido d´oro Imperatore ERACLIO

Questa moneta d’oro (che per me è la più bella fra quelle emesse dall´Impero romano d’Oriente) venne coniata dal 629 al 631 per celebrare la storica vittoria dei bizantini sui persiani del 627 (battaglia di Ninive). Perché è così importante per noi? Il “diritto” della moneta (quello della prima foto) raffigura l’Imperatore Eraclio (610-641) con il figlio Costantino, ed è proprio da Eraclio che prende il nome quella città che darà i suo natali ai primi Dogi: Eraclea, così “battezzata” dai nobili opitergini (Oderzo) che qui trovarono rifugio fra il 638 e il 640, presto raggiunti dagli ultimi abitanti di Oderzo quando questa (nel 664) venne rasa al suolo dai longobardi:

http://www.comune.eraclea.ve.it/?area=4&menu=129&page=125

Si consideri anche che Eraclea all’epoca era un’isola (l’antica Melidissa, a metà strada fra Piave e Livenza) e questo ci conferma come in quella fase ancora convulsa, in cui la terraferma italiana era preda di scorribande e distruzioni continue, la civilizzazione che stava prendendo forma sulle rovine dell’antica (per poi assumere caratteristiche assolutamente nuove) poteva prosperare soltanto sull’acqua, e con la protezione iniziale della flotta bizantina. La prima sede dogale fu dunque Eraclea, la seconda Malamocco; per il trasferimento della “capitale” nelle isole realtine dovremo attendere il IX° secolo e il decimo Doge: Angelo Partecipazio (anno 811, dopo che l’assedio franco di Malamocco ne aveva evidenziato la vulnerabilità). Si consideri ancora che in questa fase, non si parlava ancora di Civitas Venetiarum (Venezia) ma di Civitas Rivoalti (città di Rialto, o delle isole realtine)!

Venezia non fu creata in un giorno, dicevamo, e nemmeno la sua monetazione: nei primi secoli di vita, i veneziani commerciavano con monete “altrui”. In una seconda fase iniziarono a coniare le loro monete d’argento (il “grosso”, che presto si impose come valuta di riferimento nel Mediterraneo orientale), ma le monete d’oro utilizzate per le transazioni “importanti” erano quelle bizantine come questa, e quando il Maggior Consiglio si decise a lanciarsi nell’avventura (correva ormai l’anno 1284) e decretare la coniazione di “ducati d’oro fino del valore di 18 grossi d’argento” (che diventeranno i famosi “zecchini”) l’influenza stilistica di Bisanzio era ancora ben presente, cosi come lo era (evidentissima) nella basilica di San Marco e in quella di San Donato a Murano. Se il peso del ducato veneziano era comparabile a quello del fiorino toscano con cui si poneva “in concorrenza” diretta, i suoi canoni estetici e la ricerca della perfezione (diversamente dalle monete genovesi e fiorentine, che sono molto più “sobrie”) richiamano invece le origini bizantine della Venetiarum Civitas erettasi a “capitale dei veneti” (non dimentichiamo che il nome “veneti” è di vari secoli anteriore alla fondazione di Venezia). Esaminiamo dunque il “rovescio” della moneta eraclea:

BISANZIO 610-641 solido d´oro

Al centro è raffigurata una croce su 4 gradini, contornata dalla scritta “vittoria” in latino ( a sinistra) e in greco ( a destra) che si riferisce alla già citata vittoria militare sui persiani del 627 (battaglia di Ninive). Perché una croce? Perché  fra le clausole del Trattato di pace figurava la riconsegna della “Vera Croce”, trafugata nel 614 quando i persiani si erano impadroniti di Gerusalemme.

Quali sono gli elementi comuni con la moneta aurea che sei secoli più tardi, a Venezia, verrà coniata con la stessa ambizione (quella di diventare la valuta più importante del Mediterraneo orientale)? La medesima forza evocativa, innanzitutto: la legittimazione religiosa che entrambe evocano (San Marco che consegna il vessillo al Doge, nei ducati d’oro veneziani; la vera croce nel solido bizantino) e lo sfarzo orientale che entrambe cercano di veicolare (cosí lontano dalla sobrietà “castigata” delle monete carolinge e crociate). Si tenga anche presente che dal punto di vista iconografico, il ducato d’oro riprende i simboli già presenti nel grosso d’argento, che già circolava (con grande successo) da quasi due secoli: San Marco aureolato che consegna il vessillo al Doge (doge di profilo, nei grossi del secondo tipo come nel ducato d’oro!) con la differenza che nel ducato d’oro il Doge è inginocchiato mentre nel “grosso” è in posizione eretta.

Nel corso dei 5 secoli in cui venne coniata, la moneta veneziana rimase sempre fedele a quelle forme, con modifiche marginali che riguardano principalmente la foggia del berretto dogale (il “corno”):

http://venipedia.it/personalit%C3%A0/dogi/il-corno-dogale

Al pari dei solidi bizantini, i ducati veneziani non portano mai l’indicazione dell’anno, e questa caratteristica perdurerà fino alla fine. Come per le monete imperiali (romane e poi bizantine) che raffigurano l’Imperatore di turno, è il nome del Doge (sul diritto della moneta) che ne permette la datazione, perché (a torto o a ragione) i veneziani si ritenevano gli eredi di quella tradizione; certo non erano gli unici ma avevano più di qualche titolo per farlo: da “profughi” e difensori dell’unico lembo dell’Impero che non aveva mai conosciuto occupazioni straniere, e mai ne conoscerà fino al 1797, riuscirono a creare un elemento di continuità storica con la Decima Regio di Augusto (“Venetia et Histria”) i cui confini vennero infine ricostituti con una coincidenza impressionante e quasi completa: Istria e Veneto, Brescia e Friuli saranno Serenissime e lo resteranno fino alla fine della Repubblica che aveva “raccolto il testimone” di un Impero.

Rialtofil

17 gennaio 2014

Articolo collegato: http://rialtofil.com/2011/12/29/72/

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Monetazione veneziana – Venice Republic, the Coins


Nella foto, l’ultimo dei Ducati d’oro coniati dalla “Serenissima”: quello di Ludovico Manin. Il diritto della moneta rappresenta il doge (a destra) che riceve il vessillo da San Marco.  La legenda è SM (San Marco) Venet(i). A destra, il nome del Doge (abbreviato, in latino) permette di datare la moneta, che al pari delle monete imperiali romane (e di quelle bizantine) non porta mai l’indicazione dell’anno. Mentre lo zecchino d’oro (come il grosso d’argento) era una moneta d’uso universale, per le necessità della vita quotidiana vennero coniate una grande varietà di monete che non erano le stesse a seconda che ci si trovasse nel Dogado, nello Stato da Terra o in quello da Mar (le tre componenti della Serenissima Repubblica di Venezia). Per le monete di valore inferiore (che non riportano il nome del Doge) si usa parlare di “monetazione anonima”.

In questo articolo troverete principalmente le monete che erano in uso a Venezia e nel Dogado, ovvero nei territori “originari” dov’era nata quella Repubblica marinara la cui sede dogale si spostò progressivamente da Eraclea a Malamocco e poi a Rivoalto (Rialto) e San Marco, dove ebbe la sua sede definitiva. Il territorio del Dogado era più o meno questo:

DOGADO

Con un contenuto in oro pari al 997 per mille (da confrontare ad esempio con il 906 per mille delle monete d´oro di Vittorio Emanuele I°), il Ducato d´oro coniato dalla Zecca di Venezia (da cui il termine: Zecchino) é la moneta più pura che sia mai stata messa in circolazione. Per questo motivo, nel linguaggio comune, il termine “zecchino” é sinonimo di purezza e perfezione.

La monetazione “anonima” meriterebbe un capitolo a parte, dato che fu ampiamente utilizzata sia nei domini di terraferma (Stato da terra) sia nello Stato da Mar (Istria, Dalmazia, Peloponneso, isole Ionie, Cipro, Creta e altre isole greche che con alterne vicende fecero parte della Serenissima). Per avere un’idea dell’estensione dello Stato da terra, potete utilizzare questa mappa (fonte: wikipedia)

L’estensione dello Stato da Mar è più complicata da riassumere in una mappa, perché dipese da alterne vicende belliche (fra cui sette guerre con l’Impero ottomano!) ma con qualche approssimazione potete riferirvi a questa:

Il primo zecchino (denominato “ducato d’oro del valore di 18 grossi d’argento”, come da decreto del Maggior Consiglio) venne coniato nel 1284 (Doge Giovanni Dandolo); l’ultimo nel 1797 (Doge Ludovico Manin). In cinque secoli di esistenza, il diametro della moneta si mantenne costante (21 mm) mentre il peso passò dai 3,559 grammi iniziali ai 3,494 degli ultimi anni.  Il termine “zecchino” (in luogo della denominazione ufficiale di “ducato d’oro”) risale al XVI° secolo, e da allora è diventato sinonimo di oro puro (a 24 carati). Nel momento di massimo fulgore, si stima che la Repubblica di Venezia possedesse riserve auree pari al 15% di tutto l’oro presente nel mondo allora conosciuto!

Oltre al Ducato d’oro o zecchino, che a lungo è stato il “dollaro del Mediterraneo”, la Zecca della Serenissima coniava anche (a titolo di esempio, e in ordine crescente di valore facciale).

BAGATTINI in rame (la moneta più piccola, per le transazioni “bagatellari” come il pane): 18 millimetri di diametro per 1,8 grammi di peso. Sul rovescio, leone di San Marco “in soldo”; sul diritto, busto della Madonna con bambino:

BEZZI (in rame) del valore di mezzo soldo = 6 bagattini (21 mm. di diametro, 4 grammi il peso):

SOLDI (in argento, fino al 1603, e in rame a partire da tale data) = 12 bagattini.


GAZZETTE (in argento) del valore di 2 soldi, e i loro multipli (come la moneta da 2 gazzette pari a 4 soldi, detta GROSSETTA):

Grossetta d'argento = 2 gazzette del valore di 4 soldi

..e quella da 4 gazzette, molto simile alla precedente (sono facili da riconoscere, dato che il valore sul diritto della moneta è espresso in numeri romani):

Dal 1194 al 1470: GROSSI (in argento) del valore iniziale di 5 soldi. Nell’immagine che segue: un grosso del Dogato di Pietro Gradenigo (1289-1311) detto anche grosso “matapan”. Si tratta del grosso del I° tipo, che rimarrà invariato fino al 1356; nei grossi del periodo successivo, il Doge sul diritto della moneta è invece ritratto di profilo. Il rovescio della moneta raffigura Cristo Redentore seduto sul trono.

Dal 1472: LIRE (in argento) = 20 soldi. L’esemplare dell’immagine (Dogado Contarini, 1676-1684) presenta un foro perché in tempi lontani questa moneta (la prima “Lira” coniata con questo nome in Italia, a partire dal Doge Nicolò Tron!) veniva spesso utilizzata per adornare il collo delle Signore:

SCUDO della croce (in argento) = 7 Lire = 140 soldi, e i suoi sottomultipli (nell’immagine che segue, il “quarto di scudo della croce”, pari a 35 soldi):

Per vederle tutte (comprese quelle che qui non ho citato, per motivi di spazio), vivamente consiglio una visita al Museo Correr (in Piazza San Marco, Venezia; l’ingresso è gratuito per i residenti) che in una sala apposita conserva la serie quasi completa delle monete coniate  dalle origini della Zecca veneziana (Anno Domini 820, con sede a Rialto!) fino al 1797 (sede definitiva, in bacino San Marco). In alternativa, un’eccellente galleria fotografica la troverete qui: http://numismatica-italiana.lamoneta.it/zecca/Venezia.

Fra le monete che finora non ho citato, ce ne sono altre che vennero utilizzate soltanto in certi periodi (la monetazione veneziana copre un arco di tempo superiore a quello di molti Stati moderni!) come questo TRAIRO d’argento del valore di 5 soldi, introdotto nel XVIII° secolo (diametro: 19 mm. Peso: 1,15 grammi):

Nei primi secoli di vita della Serenissima, invece, molto utilizzati furono i soldini d’argento. Quello che ho scelto come esempio è un soldino del primo tipo (Doge Bartolomeo Gradenigo, 1339-1342) con leone rampante (Diametro: 17 mm. Peso:  0,95 grammi):

Quella che segue è invece una “carzia” per il possedimento di Cipro (Doge Jeronimus Priuli, come indicato sul rovescio). L’isola di Afrodite fu veneziana per quasi un secolo: dal 1489 al sanguinoso assedio di Famagosta del 1570-71, che rappresenta uno degli episodi più eroici della storia dell’Occidente (http://www.roth37.it/COINS/Famagosta/index.html).

Il trattamento riservato agli assediati (e il tradimento della parola data al momento della resa) è all’origine della foga con cui i veneziani condussero la flotta cristiana alla vittoria di Lepanto, vendicando il supplizio sofferto dall’eroico Bragadin. La vicenda ha ispirato vari libri, fra cui segnalo: “L’assedio” di Maria Grazia Siliato (Mondadori, 1995) che di Marcantonio Bragadin è una discendente e a giusto titolo ne va fiera.

Durante l’assedio di Famagosta vennero coniate delle monete in rame chiamate “bisanti” per sopperire alla penuria di carzie (che venivano coniate esclusivamente alla Zecca di Venezia, e pertanto vennero presto esaurite a causa degli eventi bellici). Si tratta di monete “ossidionali” (dal latino obsidio, obsidionis = assedio) come vengono chiamate quelle coniate in queste particolari circostanze storiche; sul diritto portano l’impronta del leone di San Marco con la legenda “Pro Regni Cypri Praesidio”, e sul rovescio il motto “Venetorum fides inviolabilis”. Portano tutte lo stesso anno (il 1570) come nella foto che segue:

BisanteRiassumendo, la caratteristica comune delle monete veneziane è l’onnipresenza di San Marco: raffigurato in effigie (negli zecchini e nei grossi d’argento) oppure simbolicamente rappresentato dal leone alato (simbolo dell’evangelista Marco nella tradizione proto-cristiana che ad ogni Evangelista aveva associato un animale). Leone rampante, andante, in soldo o in moeca, a seconda della posizione assunta, ma sempre alato (the winged lion, come dicono gli anglosassoni). A proposito, qualcuno pensa che il leone alato in numismatica sia scomparso con la fine della Serenissima Repubblica (anno di disgrazia 1797) o che la sua unica risurrezione sia stata quella del 1848? Guardate questa moneta delle isole Ionie, che veneziane rimasero fino alla fine e successivamente, alla caduta di Napoleone (quando Venezia venne ceduta all’Austria) conobbero un cinquantennio di auto-governo con il nome di Ηνωμένον Κράτος των Ιονίων Νήσων (Unione delle Isole Ionie). In quel cinquantennio (dal 1815 al 1864)  il leone alato (con 7 frecce a rappresentare le 7 isole) ne fu l’emblema:

L’Unione delle isole ionie riprese l’eredità (e i confini territoriali) della “repubblica settinsulare” costituita nel 1800 (tre anni dopo la caduta della Serenissima) ed era formata da Corfù, Cefalonia, Itaca, Zante (l’isola natale di Ugo Foscolo!), Paxos, Cerigo e Santa Maura (l’attuale Leucada). Nella monetazione e nella bandiera conservò il leone marciano, che andò “in pensione” soltanto quando le isole ionie vennero accorpate al neo-costituito regno di Grecia (che nel 1830, suo anno di nascita, comprendeva soltanto la parte continentale della Grecia attuale: il processo unitario greco fu lungo e laborioso, non meno di quello italiano).

Unione delle isole ioniePer concludere (anche se a prima vista parrebbe esulare dall’oggetto della presente trattazione), mi sembra giusto pubblicare una foto della moneta in argento da 5 lire della Repubblica Veneta (proclamata il 22 marzo 1848, dopo la cacciata degli austriaci) che ebbe corso legale nel 1848-1849, insieme con i suoi sottomultipli in centesimi. Se pensate che per continuare a battere moneta durante l’assedio che ne seguì, il Governo provvisorio di Daniele Manin chiese ai veneziani di conferire l’argenteria di famiglia, e i veneziani lo fecero senza batter ciglio, avrete un’idea dell’orgoglio e delle passioni che ancora suscitava questo leone alato.

Interessante notare come in questa fase storica vennero coniati due tipi di monete, di pari peso (25 grammi d’argento) e diametro (37,5 millimetri) corrispondenti all’evoluzione della strategia “federale” della Repubblica Veneta: quelle emesse con decreto del I° governo provvisorio del 29 giugno 1848 (prima foto) portano la scritta “Repubblica Veneta” sul diritto e “Unione italiana” sul rovescio, mentre in quelle emesse con decreto del II° governo provvisorio il 27 novembre 1848 (ma coniate nel 1849) la legenda sul diritto diventa “Indipendenza italiana” e sul rovescio (seconda foto) “Alleanza dei Popoli Liberi”: l’Italia sognata da Daniele Manin (e dal Cattaneo, a Milano) era una federazione di Stati o uno Stato federale.

1848 VE 217E 5lire1848 II°tipo

1848 VE 217E 37mm 24.81gr

Cosa valgono oggi le monete veneziane?

Per la quotazione degli zecchini d’oro (e per quella delle monete del Governo Provvisorio 1848-1849) potete consultare il Gigante, che è il catalogo più utilizzato dai collezionisti di numismatica, e viene aggiornato ogni anno. Per la monetazione in argento e per quella anonima, degno di nota è l’ottimo catalogo “le monete di Venezia”, di Luca Luciani e Artur Zub (Treviso, 2012). In una “bibliografia minima” non può poi mancare il Paolucci: “le monete dei Dogi di Venezia” (Padova, 1990). Grazie al progetto Gutenberg (“digitalizzazione” delle opere non più coperte da diritto d’autore, al fine di renderle fruibili online) su Internet potete invece consultare gratuitamente la monumentale opera di Nicolò Papadopoli Aldobrandini: pubblicato nel 1905, il suo libro “le monete di Venezia” è stato per molti decenni il punto di riferimento in materia. L’opera include un utilissimo indice alfabetico ed è consultabile qui: http://www.gutenberg.org/files/30164/30164-pdf.pdf

Per ritornare al valore di catalogo di queste monete, riportarne qui tutte le quotazioni sarebbe impossibile, ed è bene ricordare che il valore di mercato di una moneta dipende dal suo stato di conservazione, oltre che dalla sua rarità. A titolo di conclusione, mi limiterò a dire che gli zecchini più rari (coefficiente di rarità R5, per il Gigante) sono quelli coniati durante i Dogati di:

  • Marino Falier (1354-1355)
  • Marco Barbarigo (1485-1486)
  • Antonio Grimani (1521-1523)
  • Nicolò Donà (1618)
  • Francesco Contarini (1623-1624)
  • Giovanni Corner (1625-1629)
  • Nicolò Contarini (1630-1631)
  • Francesco Corner (1656).

Se questo articolo vi è risultato utile per le vostre ricerche, potete votarlo con le stelle all’inizio del testo (5 al massimo, come per gli alberghi!) e trattandosi delle monete più belle del mondo, 5 stelle sarebbero ovviamente gradite (per le monete, non per me).

Credits: tutte le monete delle foto appartengono alla mia collezione personale, con l’eccezione della moneta delle isole ionie e del bisante di Cipro per il quale ho utilizzato questa (pregevole) fonte, che consiglio anche a chi vorrà approfondire quel contesto storico:

http://www.roth37.it/COINS/Famagosta/

Non ho parlato delle “oselle” perché, pur essendo monete di pregevole fattura e di indubbio valore collezionistico, non ebbero corso legale come mezzo di pagamento, ma a chi volesse farsi un’idea di cosa fossero consiglio questo articolo di Alvise Zorzi:

http://www.ilgiornaledivicenza.it/stories/Home/132777_oselle_le_gratifiche_dei_dogi_per_i_patrizi_della_serenissima/?refresh_ce#scroll=3290

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