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Xe megio esser paron d’una sessola, che servitor d’una nave.


Vivere in simbiosi con l’acqua e le sue onde, comunicare con una parlata che ne segue il ritmo armonioso con abbondanza di vocali e sopprimendo le consonanti doppie, muoversi su piccole barche a fondo piatto ognuna delle quali ha un nome, come i cavalli.. vivere a Venezia significa anche e soprattutto accettarne e apprezzarne l’unicità che sfugge (per quanto tempo ancora?) all’omologazione dei consumi imperante: quella che tutto appiattisce e vorrebbe trasformarci in codici a barre, creando desideri artificiali (e fonte di frustrazione, per chi non potrà soddisfarli a suon di carte di credito) quando a noi basta così poco, per essere felici:

B4

Un premio Nobel per la letteratura che tutti gli anni a Venezia amava trascorrere il mese più rigido (gennaio) alle nostre barche ha dedicato questi versi:

Scialuppe, motoscafi, lance, barche,

come scarpe spaiate del Creatore,

calpestano con zelo archi e pinnacoli *

(*riflessi nell’acqua che fa loro da specchio)..

B2

..”ogni cosa è per due moltiplicata,

fuorché il destino, e la stessa H2O” (*l’acqua che fa da specchio alle cose)

Iosif Brodskij

B3

Versione originale:

Шлюпки, моторные лодки, баркасы, барки,

как непарная обувь с ноги Творца..

B7

..ревносто топчут шпили, пиластры, арки, выраженье лица.

Все помножено на два, кроме судьбы и кроме

самоей H2O

AsterixAccerchiati ma indomiti, come quei personaggi da fumetto che tenevano testa alla globalizzazione romana, i residenti utilizzano le vie d’acqua non calpestate dall’invasione turistica: le uniche dove ancora il tempo scorre come dovrebbe: con l’armonia primigenia  – perché acqua è tempo e tempo è acqua, come aveva intuito Iosif Brodskij (“Fondamenta degli incurabili”). A volte sono barche da lavoro, come quelle delle prossime foto, e il tocco del proprietario si manifesta in piccoli dettagli:B5Meglio essere padrone di una sessola” (l’umile strumento di legno che serve a svuotare le imbarcazioni dall’acqua) “che servitore di una Nave” – come recita il detto che ha dato il titolo a questa piccola rassegna fotografica.

A remi o a vela, al terzo o a motore.. lunga vita alle nostre barche!

B6Venezia, 15/12/2015

Porte d’acqua


RiodeiMiracoli

“I simply think that water is the image of time, and every New Year’s Eve, in somewhat pagan fashion, I try to find myself near water, preferably near a sea or an ocean, to watch the emergence of a new helping, a new cupful of time from it.. this is the way, and in my case the why, I set my eyes on this city”.

Iosif  Brodskij, Watermark

DSC01209

Iosif  Brodskij, uomo libero (come amava definirsi) e premio Nobel per la letteratura, trascorreva ogni anno il mese di gennaio a Venezia: gennaio, il mese più freddo ma anche quello meno “battuto” dai turisti. Le sue spoglie riposano nell’isola di San Michele, all’ombra di un grande portapenne in cui molti ancora depositano una matita, una penna o un pennarello, in segno di omaggio al suo talento (tempo fa c’era anche quella che si diceva fosse stata la sua ultima bottiglia di vodka, ma quella è sparita). La sua intuizione rimane, ed è l’equazione acqua = tempo, che a Venezia (non a caso) scorre in modo completamente diverso. Una città costruita sull’acqua nell’illusione di fermare il tempo, o anche soltanto di rallentarne la corsa inesorabile, o semplicemente nell’aspirazione di vivere in armonia con il suo scorrere, consapevoli che nulla può veramente fermarlo.

Per secoli, a Venezia, la porta principale delle case è stata quella d’acqua, e non quella che dava in “calle”. Nelle dimore storiche, questo si riflette anche nelle proporzioni rispettive delle porte (più ampia quella d’acqua, modesta e spartana quella di terra). Per tutta la durata della Repubblica (e fino all’Ottocento) quello di Rialto fu l’unico ponte utilizzabile per l’attraversamento “pedonale” del Canal Grande: per gli spostamenti quotidiani, i veneziani utilizzavano la barca e la miglior prospettiva da cui apprezzare la città rimane quella che dai canali guarda verso le rive e le case, che sull’acqua poggiano le fondamenta, nell’acqua si specchiano in un gioco di riflessi e all’acqua offrono il loro “lato” migliore:

A chi volesse visitare Venezia da questa angolazione (che poi è la migliore), consiglio un libro straordinario: “Venezia vista dall’acqua”, di Giannina Piamonte.  Per girare la città in barca (a remi, di preferenza!), è una guida preziosa, e probabilmente l’unica nel suo genere: i percorsi vengono proposti (con ampia dovizia di particolari) seguendo non già le calli e i campi,  ma il corso dei rii e dei canali che permettono di vedere Venezia con gli occhi di chi decise di costruirla e farne quello che è diventata: “il sogno più compiuto mai realizzato dagli uomini” (Jean d’Ormesson). Se invece prendete un taxi d’acqua, ricordate che non tutti i canali sono accessibili a questi mezzi di trasporto (e per fortuna: i taxi d’acqua montano motori da 200 cavalli).

Se avrete la fortuna di girare per Venezia in questo modo, nel giro di pochi minuti dimenticherete la calca dei troppi turisti pigiati in calli troppo strette per loro e gli altri problemi che affliggono una città vittima del suo successo, e ne percepirete invece la magia che ha fatto scrivere a Jean d’Ormesson:

“Venise nous apprend que la mort n’a pas le dernier mot. Ce qui a le dernier mot, c’est le souvenir, la création, le rêve, l’espérance”.

 

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