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Il tesoro ritrovato, parte quarta: vetro, arsenico e vecchi segreti


Nelle puntate precedenti abbiamo visto come la Murano del XVII° secolo contasse 8.000 abitanti, dimore sontuose e chiese ormai scomparse, un suo Podestà (con sede nel Palazzo della Ragione, anch’esso scomparso) un libro d’oro e svariati privilegi. Da dove veniva tutta questa ricchezza, in un’isola che qualche secolo prima viveva essenzialmente di pesca e saline? Dalla capacità di preservare (nei “secoli bui” delle invasioni barbariche) e successivamente portare a vette ineguagliate (di perfezione e creatività) un’arte antica di cui troviamo già traccia negli scritti di Plinio il Vecchio (Naturalis historia) e Strabone (Geographica XVI° libro, 2,25) nel primo secolo dopo Cristo.

Un’arte antica, nata sull’altra sponda del Mediterraneo (“la parte della Siria che si chiama Fenicia e confina con la Galilea“, scrive Plino il Vecchio), già prospera in epoca romana (ad Aquileia in particolare) e poi rinata grazie ai profughi che sulle ceneri dell’Impero seppero creare una nuova civiltà in laguna e avviare una produzione di cui quest’isola (a partire dal 1295) venne a esercitare un monopolio gelosamente protetto dalla Serenissima Repubblica di Venezia che (come vedremo) ricorse a tutti i mezzi disponibili per evitare che certi segreti di fabbricazione venissero esportati e sempre cercò di trattenere (colmandoli di attenzioni) gli artigiani attratti dalle offerte delle potenze straniere (che se li contendevano a peso d’oro). Di cosa stiamo parlando, e quanta ricchezza produceva questa forma d’arte?

VEzXVII° ALVISE CONTARINI 1676-1684Per illustrarlo, partiamo da questa moneta: un “ducato d’oro del valore di 18 grossi d’argento” (decreto del Maggior Consiglio del 1284) pari a 3,5 grammi di oro zecchino (con 997 millesimi d’oro, è la moneta più “pura” della storia e a partire dal 1545 verrà chiamata semplicemente “zecchino”). Questo della foto risale al Dogado di Alvise Contarini (1676-1684) ed è quindi coevo alla carta di Murano da cui siamo partiti per questo viaggio nel tempo. Perché questa moneta? Perché otto milioni di ducati d’oro era il “fatturato” del vetro di Murano secondo gli storici del settore.

Facciamo qualche conto? Otto milioni di ducati moltiplicati per 3,5 grammi d’oro = ventotto tonnellate d’oro (28 milioni di grammi). Alla quotazione attuale dell’oro, corrispondono a 840 milioni di euro. Divisi per gli 8.000 abitanti dell’epoca, se il dato è corretto, farebbero 105.000 euro a testa (prodotto interno lordo “pro-capite”, bambini compresi). Al giorno d’oggi (e senza contare la differenza nel potere di acquisto, che all’epoca era superiore) il medesimo settore fattura all’incirca 100 milioni di euro all’anno (erano 150 milioni di euro nel 2006):

http://www.distrettidelveneto.it/index.php?option=com_content&task=blogsection&id=54&Itemid=130

Da cosa nacque, allora, la “crisi muranese” che nella prima metà dell’Ottocento portò alla demolizione di tanti gioielli architettonici, e quali similitudini presenta con la crisi che negli ultimi anni ha nuovamente colpito quel medesimo settore portante dell’economia isolana? Quali lezioni se ne possono trarre per risorgere dalle ceneri come la Fenice, e come già accadde nella seconda metà dell’Ottocento? Nessuno ha la bacchetta magica e non è qui che troverete la risposta, ma agli esperti che stanno affrontando la questione vorrei semplicemente offrire qualche spunto di riflessione partendo da un dato di fatto, che mi pare evidente: oggi come allora, l’economia isolana si deve confrontare con un duplice ordine di problemi I) le carenze dei governanti II) la concorrenza straniera.

VEAssi90Nella prima metà dell’Ottocento la concorrenza a basso costo (nel settore che qui ci interessa) era quella boema. La Boemia era una delle gemme della corona austro-ungarica, e quando Venezia venne consegnata in mano austriaca (per due volte: con il Trattato di Campoformido nel 1797 e con quello di Vienna nel 1815) il colpo per Murano fu durissimo: un po’ come se un domani la Repubblica italiana venisse smembrata e il Veneto venisse assegnato alla Repubblica Popolare Cinese, che infatti ha già insediato una sua folta “quinta colonna” a Venezia (perdonatemi la battuta).

Non è un caso o una coincidenza (a parere di chi scrive) se le chiese e i palazzi nobiliari che vennero incredibilmente demoliti (come spiegato nella puntata precedente) lo furono proprio nel periodo della seconda occupazione austriaca, e non è un caso se nel 1796, quando si organizzavano gli ultimi tentativi per difendere quella Repubblica che sarebbe stata travolta dagli eventi (o dall’ignavia dei suoi dirigenti) a Murano si contarono 500 “militi volontari”, che era un numero enorme rispetto alla popolazione dell’isola.

SanMarco

I muranesi si distinsero ancora quando da Chioggia a Palmanova, passando per Vicenza ed Osoppo, la rivoluzione del 1848 (iniziata a Venezia, con la presa dell’Arsenale) diede vita ad una nuova Repubblica Veneta, retta dal governo provvisorio di Daniele Manin. Cacciati dalla laguna, gli austriaci la misero presto sotto assedio e nella primavera del 1849 (quando le truppe imperiali avevano ormai ripreso con la forza tutte le città della terraferma) agli assediati venne a mancare tutto, compresa la polvere da sparo. Ebbene, a produrla in loco fu il farmacista muranese Antonio Colleoni, che già si era distinto come capitano della Guardia Civica e comandante di piazza: dalle erbe medicinali alle “polveri piriche” il passo fu breve, per l’esperto chimico che aveva aperto quella farmacia nel 1841 e che (pur essendo nato altrove, e quindi “foresto”) diventerà il primo Sindaco di Murano quando nel 1866 il Veneto entrerà a far parte del Regno d’Italia.

1848 VE 217E 5lire1848 II°tipo

La farmacia porta ancora il suo nome e si trova in Fondamenta dei vetrai (ai piedi del Ponte longo che attraversa il Canal grande di Murano). Al Colleoni muranese è dedicata anche l’omonima Fondamenta e ai nostalgici che vagheggiano del “buon governo austro-ungarico” verrebbe da chiedere come mai (se era così “buono”) i veneziani e i chioggiotti e i muranesi non vedevano l’ora di liberarsene, e per farlo rischiarono tutto con la rivoluzione del 1848: se fosse stato così illuminato come alcuni sostengono (e nelle campagne forse lo era, perché si appoggiava sui proprietari terrieri), i veneziani se ne sarebbero stati quieti a curare i loro affari e oggi magari parleremmo tedesco, oltre a bere lo “spritz” all’ora dell’aperitivo. La numerazione delle case nei nostri sestieri la introdussero loro? Certo, ma era semplicemente per tassarle meglio: se l’intenzione fosse stata quella di agevolare il viandante o il postino, non avrebbero optato per un sistema che conta 5.000 numeri civici in media e a serpentina, per ogni sestiere di Venezia. Se l’avessero veramente amata, non l’avrebbero bombardata e a più riprese (!) come fecero nel 1849, senza riguardo alcuno per chiese e monumenti:

http://rialtofil.com/la-foto-del-giorno/

La concorrenza boema (agevolata o comunque non ostacolata dall’occupante austriaco) fu dunque un colpo fatale, eppure i muranesi seppero trovare le energie e le intelligenze per una ripresa economica spettacolare già nella seconda metà dell’Ottocento, e l’isola ritrovò la sua prosperità. Una di queste intelligenze fu Vincenzo Zanetti, dal quale ho tratto alcuni dei dati qui citati (quello sugli 8 milioni di ducati, ad esempio). Una delle circostanze che facilitarono la ripresa fu invece la cessazione della dominazione austriaca (1866) ed il conseguente ripristino di una qualche forma di sovranità nazionale che non aveva più interesse ad aiutare la concorrenza boema ma piuttosto a fronteggiarla, come già aveva fatto la Serenissima. A scanso di equivoci, viste le possibili analogie con la situazione attuale, sia chiaro che questa pagina non intende fare “politica” ma divulgazione storica, e a chi vorrà leggerla offre solo qualche spunto di riflessione: ognuno di voi potrà trarne le conclusioni che vorrà, a seconda della sua sensibilità e dei suoi propri convincimenti.

Come si misura la “ripresa” econcomica dell’isola in quel periodo? Un primo importante indizio lo offre Marco Toso Borella (alla voce “abitanti”, nel suo “Dizionario di Murano”):

“Nel 1821, 4.400 anime (1500 in San Donà, per la gran parte “vignaioli o pescatori” e 2900 in San Pietro in maggior misura “occupati nelle fornaci”);
Nel 1904, 7.250 anime (lavoravano nell’isola 3000 operai, di cui 600 veneziani e buranelli)”.

La ripresa economica è visibile anche da piccoli dettagli di vita quotodiana come quello che segue: il raddoppio delle corse che collegavano Murano con Venezia, deliberato nel 1887. Al momento si parla invece di ridurle, ed è un “dettaglio” che dovrebbe far riflettere.

MunicipioMurano

Una prima crisi (e questo pochi lo ricordano) Murano l’aveva già conosciuta nel XVII° secolo: la “guerra degli specchi” del 1664, quando il re di Francia Luigi XIV° (detto “re Sole”) e il suo potente ministro Colbert (che di economia se ne intendeva) riuscirono ad attrarre alcuni maestri muranesi a Parigi per avviare una produzione su larga scala: Luigi XIV° si era messo in testa di costruire una nuova reggia, a Versailles, con l’obiettivo di farne la più sfarzosa del mondo. Dal canto suo, Colbert che sapeva fare di conto aveva capito i margini di profitto enormi di quel “business” che trasformava la sabbia in monete d’oro, e l’interesse di poter contare su un’industria nazionale anche in questo settore.  Risultato? Nel giro di pochi anni Murano conobbe “una grave crisi d’identità e di produzione, a sua volta foriera di nuove massicce emigrazioni che continuano per tutto il Settecento coinvolgendo anche le produzioni delle conterie (perle a lume) e delle margherite (perline forate)”.

Da cosa era stata innescata questa prima crisi, oltre che dagli appetiti altrui? Dall’errore di prospettiva che aveva portato alcuni muranesi ad accettare le offerte commerciali di una potenza straniera, esportando il loro savoir faire e alcuni segreti di fabbricazione. “Nulla di nuovo sotto il sole” – commenteranno forse alcuni amici, che ben conoscono le origini della crisi attuale – ma una volta imparati tali segreti e avviata la produzione in Francia, i francesi congedarono le maestranze muranesi accusandole di essere “incostanti, volubili e di pessimo carattere”. I transfughi a quel punto rientrarono in patria, ma le quote di mercato no: i francesi ormai avevano imparato a farseli da soli, quegli specchi che adorneranno la reggia di Versailles nel 1682:

http://it.wikipedia.org/wiki/Galleria_degli_Specchi#La_Galleria_degli_Specchi

A chi volesse approfondire, consiglio questa lettura: “I servizi segreti di Venezia” (Paolo Preto, 1994) dal quale apprendiamo ad esempio che quando Ferdinando de’ Medici  convinse alcuni maestri vetrai ad aprire una fornace a Pisa, il successo di quella prima “esportazione di tecnologia” fu all’origine di una piccola diaspora (a metà del 1600) le cui dimensioni cominciarono a destare preoccupazione a Venezia. Per porvi un freno e lanciare un “segnale” inequivocabile, la Serenissima ricorse ad alcune misure di varia natura, alternando carota (gli incentivi al rientro) e.. bastone. In che senso? Giudicate voi: nel 1658, il maestro vetraio Giovan Domenico Battaggia venne trovato morto per ragioni su cui esistono due versioni ufficiali. La prima è quella del medico (veneziano) di famiglia, secondo cui il decesso era dovuto a “quest’aria di Pisa che nella staggion del caldo è pessima e dolorosa”. La seconda, avvalorata da una confessione scritta di tale Bastian de’ Daniel, parla invece di un veleno personalmente consegnatogli dagli Inquisitori (della Serenissima) “col quale ho tolto di mezzo anche altri due operai, come è ormai di pubblico dominio a Murano”. Quale che sia la verità su quel decesso (altre morti simili si verificarono durante la “guerra degli specchi”), fra il 1659 e il 1660 tutti i transfughi (in terra toscana, che allora era terra “straniera”) rientrarono in laguna.

FoggyMurano

Altri tempi, altri metodi.. fra quelli descritti in quel libro (che per la verità accenna anche alla politica di “incentivi” messa in atto dalla Serenissima per tutelare la produzione in laguna) e la resa incondizionata ad una concorrenza fatta di prodotti a basso costo (ma di pessima qualità) si potrà ben trovare la giusta via di mezzo (“in medio stat virtus”), senza ricorrere all’arsenico: perché sarà anche vero che l’Italia ha vissuto una crisi economica particolarmente lunga, ma è anche vero che per i prodotti di qualità la domanda internazionale è in crescita costante e che questo settore ha conosciuto altre crisi cicliche (come ho cercato di dimostrare) ma sempre ha saputo risollevarsi e spiccare il volo, come questo gabbiano del compianto Maestro Gino Cenedese, ed è questo il mio personale augurio ai muranesi per il 2014. Manufatti come questi sono inimitabili, e se ne fanno solo in quest’isola che nelle fornaci ha forgiato anche il carattere dei suoi abitanti: “nemici dichiarati dell’ignavia e dell’ozio, naturalmente intelligenti, industri ed operosi, ritraendo qualche cosa dalla natura del fuoco e del vetro” (Vincenzo Zanetti).

GinoCenedese

Il seguito? Alla prossima puntata,

Rialtofil

15 gennaio 2014

Le foto sono mie ad eccezione di quella del manifesto avviso del 1877, che è tratta da: “L’Archivio municipale di Murano 1808/1924” (Sergio Barizza,Giorgio Ferrari).

Per saperne di più sulla Murano scomparsa, rinvio all’ottimo sito di Marco Toso Borella:

http://www.isolainvisibile.it/

Per qualche informazione in più sulla monetazione veneziana:

http://rialtofil.com/2011/12/29/72/

Per leggere la “puntata” precedente:

http://rialtofil.com/2013/12/02/il-tesoro-ritrovato-murano-comera-nel-1600-parte-terza/

Per una visita al Museo del vetro (sempre consigliata), corre l’obbligo di segnalarvi che al momento è oggetto di lavori di restauro co-finanziati dall’Unione europea; lo spazio visitabile è di conseguenza ridotto (così come il biglietto di ingresso):

http://museovetro.visitmuve.it/it/il-museo/sede/la-sede-e-la-storia/:

A lavori ultimati, Rialtofil vi aggiornerà su quella che è una delle eccellenze dei musei civici veneziani. A chi volesse approfondire le motivazioni economiche che nel 1848 portarono i veneziani (con i muranesi e i chioggiotti!) a sfidare un Impero, cacciare con la forza gli occupanti austriaci, riappropriarsi della propria sovranità e conservarla contro ogni avversità fino all’agosto del 1849, consiglio invece questa lettura:

http://www.einaudi.it/libri/libro/paul-ginsborg/daniele-manin-e-la-rivoluzione-veneziana-del-1848-49/978880614972

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il Tesoro ritrovato (Murano com’era, nel 1600), parte terza


Terzo stralcio della carta di Murano, probabilmente parte di un atlas o isolario pubblicato in pochi esemplari (una ventina) e poi smembrato nei secoli successivi. Questo estratto sarà l’occasione per parlarvi della Basilica di San Donato ma anche dell’omonimo ponte o “ponte dei tuffi” e di altre curiosità muranesi.

Muran 1600

Cominciamo dalla Basilica dei Santi Maria e Donato (San Donà), perché ad essa è legata una delle pergamene più antiche conservate a Venezia: custodita nell’archivio patriarcale, è un documento dell’anno 999 in cui il parroco muranese Michele Monetario prestava giuramento di fedeltà al vescovo di Torcello. Quella dell’epoca (anno 999!) non era ancora la basilica attuale (edificata nel XII° secolo), e si chiamava semplicemente Santa Maria di Murano: la denominazione di “San Donato” venne aggiunta nel 1125, quando le spoglie del Santo vennero trasportate a Venezia da Cefalonia (isole ionie) e donate a Murano, che per ospitarne le reliquie fece costruire un grande altare. Il passo successivo fu la costruzione della basilica che possiamo tuttora ammirare: sul pavimento della navata centrale, nel più piccolo dei cinque cerchi iscritti in un riquadro decorato con figure di pavoni e grifoni, è tuttora visibile l’iscrizione latina con l’anno 1141 (data di completamento della basilica che da quel Santo prese il suo “secondo” nome). A titolo di confronto fra la Murano del 1600 e la sua struttura attuale, la mappa che segue può essere di aiuto.

MuranoMap

La prima differenza che balza all’occhio è la strada chiamata “rio terà San Salvador” laddove nel Seicento c’erano ancora un canale (rio terà = rio interrato) e quella che si ritiene essere stata la chiesa più antica dell’isola (San Salvador, demolita nel 1834). ll canale a nord dell’isola porta ancora il nome di Santa Maria, e corre parallelo a quello di San Donato nella parte che dà sulla Fondamenta Santi. A nord di quella che era la chiesa di San Bernardo (costruita sul punto più alto dell’isola, che tuttora offre riparo ai pedoni in caso di acque alte eccezionali) non c’era quasi nulla, e l’area su cui sorgono i campi sportivi (di cui l’isola va giustamente fiera) era ancora da costruire. Lo stesso dicasi, ovviamente, per le “sacche” ricavate dai materiali di risulta e successivamente rese edificabili (Sacca Serenella in particolare).

La struttura delle fondamenta che si affacciano sul primo tratto del canale di San Donato (Navagero e Giustinian) è invece molto simile a quella che era 4 secoli fa, anche se alcuni degli edifici dell’epoca sono stati nel frattempo rimaneggiati, e uno venne purtroppo demolito nel XIX° secolo: là dove ora c’è una parete cieca, a destra della prossima foto, sorgeva infatti il Palazzo della Ragione, sede del Podestà che amministrava l’isola ai tempi della Serenissima! Dell’epoca d’oro sopravvivono comunque (oltre a Palazzo Giustinian, sede del Museo del vetro), Palazzo Trevisan e Palazzo Cappello (sulla sinistra, nella prossima foto) mentre Palazzo Paoletta (il primo a sinistra) è di costruzione tardo settecentesca.

Navagero e Giustinian

Il Palazzo Pretorio, detto anche Palazzo della Ragione, era stato edificato nel 1364 e ampliato nel 1595; ormai lo possiamo ammirare soltano in una incisione del Coronelli conservata alla Biblioteca Marciana, perché venne demolito durante la seconda occupazione austriaca, che per Murano fu particolarmente funesta: in quel cinquantennio vennero demoliti anche i palazzi nobiliari che sorgevano ai piedi del Ponte Longo (come Palazzo Giustiniani Morelli) e i quattro palazzi della famiglia Corner (quella di Caterina, già regina di Cipro). Due di queste dimore sorgevano in campo San Bernardo e per avere un’idea della loro eleganza, in assenza di foto, dobbiamo ricorrrere alla descrizione che ne fornisce l’abate Zanetti, nella sua Guida di Murano (anno 1866). A completare il quadro della “Murano scomparsa” durante la disastrosa occupazione austriaca, vanno citati il Palazzo Grimani che sorgeva in Fondamenta San Giovanni (demolito nel 1830), il Palazzo Lippomano a San Matteo (demolito nel 1817) e Palazzo Vendramin a San Salvador (vedi sopra), dove aveva vissuto il medico Pietro Caffis che vi morí nel 1677, “alla bella età di 102 anni”. A fianco del Palazzo della Ragione, come ci ricorda Marco Toso Borella, si ergeva anche una Statua della Giustizia e per capire come fosse questo lato del ponte rinvio alla sua splendida ricostruzione:

http://www.isolainvisibile.it/Edifici/Palazzo%20della%20Ragione/Palazzo%20della%20Ragione.html

Ritornando alla basilica di San Donà, che per fortuna è ancora in piedi, i suoi mosaici sono ricchi di figure zoomorfe e non hanno nulla da invidiare a quelli della basilica di San Marco, di cui sono coevi. La basilica custodisce anche un altro piccolo “tesoro” che per lungo tempo fu oggetto di contesa fra Murano e Burano (dove era stato ritrovato), finché nel 1543 il Podestà Carlo Querini lo fece murare su una parete della chiesa inserendolo in un bassorilievo con il leone andante, lo stemma di Murano e il suo stemma di famiglia, per dirimere in modo definitivo la controversia e chiarire a chi appartenesse ormai. Di cosa si trattava, e perché era tanto conteso? Era un orcio (“recipiente panciuto di terracotta, con due manici e bocca ristretta”, come lo definiscono i dizionari) ma un orcio molto speciale: chiamato “bottazzo di Sant’Albano”, distribuiva ininterrottamente vino per le funzioni religiose senza che mai ci fosse bisogno di riempirlo.. o almeno queste erano le virtù miracolose che gli venivano attribuite. Per completezza, va anche ricordato che la versione dei buranelli è leggermente diversa: secondo tale versione, il trafugamento del bottazzo non diede gli esiti sperati, perché una volta sottratto ai buranelli, il miracoloso recipiente si mise “in sciopero” e smise di somministrare il prezioso liquido:

http://www.isoladiburano.it/it/Leggende.html

Il ponte che da Fondamenta Navagero conduce alla basilica (ponte di San Donà) esiste da tempo immemorabile ma la sua forma attuale, agile e slanciata, risale al 1761: l’anno di costruzione MDCCLXI è scolpito nella pietra, in basso a sinistra, lato basilica). Sulla pietra di volta che guarda la chiesa vennero scolpiti (e sono tuttora visibili) gli stemmi dell’isola, del Podestà e del Camerlengo. Questo ponte svolge un ruolo essenziale nel periodo estivo, quando alla calura ferragostana offre un rimedio semplice e salutare.. come illustrato dalla foto che segue.

Muran Tuffi

La basilica fu oggetto di modifiche importanti quando a Murano si produsse un evento epocale: nel 1692, l’antica sede vescovile di Torcello (la più antica della laguna!) venne infatti trasferita a Murano per volontà di Marco III° Gustininian. Il nuovo vescovo prese residenza nel palazzo che tuttora porta il suo nome, ed è attualmente sede del Museo del Vetro, non prima di averlo radicalmente trasformato: quello che era un palazzo gotico (di proprietà della famiglia Cappello, che a Murano ne aveva due) venne trasformato secondo il gusto dell’epoca per assumere le forme che tuttora conserva. Quanto alla basilica, gli interventi furono altrettanto radicali e finirono per pregiudicarne la stabilità, tanto che nel 1858 venne chiusa e puntellata; i restauri terminarono soltanto nel 1873, quando la chiesa venne riaperta al pubblico. Per ammirarne la semplicità delle origini (quella delle forme romaniche, che si ritrova anche nella chiesa di San Giovanni in Bragora e in altre gemme veneziane), consiglio di guardarla dal lato che attualmente funge da ingresso per le funzioni religiose, il cui aspetto è ben diverso da quello dalla facciata principale che trovate nelle tante cartoline:

MuranVeraPozzoLeon

La vera da pozzo che appare in primo piano racchiude a sua volta una gradevole sorpresa: uno dei leoni marciani più antichi fra tutti quelli recensiti in laguna (fonte: Alberto Rizzi, “I leoni di San Marco”). Scolpito sul lato che guarda alla basilica, è un leone alato “in moeca” (il nome del leone in questa posizione) e chissà come sorrideva quando Napoleone venne spedito in esilio a Sant’Elena, perché è uno dei pochi sopravvissuti agli scalpellini che nel 1797 avevano avuto l’ordine di rimuovere a picconate tutti i simboli della defunta (ma invitta) Repubblica di Venezia.

DSC03542

Fonti: le foto sono mie; per le informazioni relative alla basilica, ho attinto alla pregevolissima opera della “Associazione per lo Studio e lo Sviluppo della Cultura Muranese” pubblicata nel 1999 (millenario della pergamena qui citata): si intitola “la Basilica dei SS. Maria e Donato; cinque secoli di incisioni, vedute e progetti” e contiene fra l’altro le foto della pergamena, quella dell’iscrizione in latino del 1141 e quella del bottazzo di Sant’Albano, che non ho qui riprodotto per una questione di rispetto dei (loro) diritti d’autore; lo stesso rispetto chiedo a chi vorrà riprodurre le mie foto: fatelo pure ma citando la fonte, per cortesia. Altre notizie le ho tratte dalla “Piccola Guida di Murano” pubblicata nel 1866 da Vincenzo Zanetti e ripubblicata qualche anno fa (in ristampa “anastatica”) dalla Libreria Filippi Editrice. Per i palazzi nobiliari demoliti nella prima metà dell’Ottocento, la mia bussola è stata “Venezia scomparsa” di Alvise Zorzi.

Buona lettura a tutti, e alla prossima puntata.

Rialtofil, 2 dicembre 2013

Le “puntate” precedenti sono state pubblicate qui:

http://rialtofil.com/2013/08/31/3481/

e qui:

http://rialtofil.com/2013/08/26/il-tesoro-ritrovato-parte-prima-murano-comera-nel-1600/

dicembre2013

il Tesoro ritrovato (parte prima): Murano com’era, nel 1600?


Di Venezia com’era nella sua “età dell’oro” sappiamo moltissimo: oltre ai quadri dei vedutisti che l’avevano “fotografata” con il pennello, la cartografia le ha dedicato dei veri e propri capolavori (il più noto è quello di Jacopo de Barbari, nell’anno 1.500), che attraversano vari secoli e ci permettono di ricostruire l’evoluzione della “forma urbis”. Si tratta di carte dettagliate in cui calli, canali e ponti venivano riprodotti con pazienza certosina e a volte (come nel caso del Merian nel 1635 e del già citato de’ Barbari) è addirittura possibile riconoscere i singoli palazzi. Sono testimonianze preziose non solo per il loro valore artistico ma anche perché ci tramandano il ricordo di chiese e monasteri minori, molti dei quali andarono distrutti in epoca napoleonica e di cui la toponomastica veneziana ancora porta le tracce: si consideri che per tradizione antica, su ogni isola (prima ancora di collegarla con i ponti alle altre isole!) era stata eretta una chiesa e il nome di certi “campi” veneziani evoca chiese che ormai non esistono più. A titolo di esempio si consideri questa versione acquarellata della carta di Joan Blaeu (cartografo ufficiale della Compagnia olandese delle Indie Orientali e autore di un celeberrimo Atlas Maior (che all’epoca veniva venduto alla “modica” cifra di 45.000 fiorini olandesi):

Joan Blaeu

Purtroppo per noi, le fonti sono molto più scarse per le isole “minori” e per Murano in particolare. Peccato soprattutto nel caso specifico di Murano, dove il depauperamento e le spoliazioni seguite all’occupazione napoleonica privarono l’isola non soltanto delle sue chiese e monasteri (se ne contavano diciotto, ne sono rimaste tre!) ma anche di palazzi nobiliari che nulla avevano da invidiare a quelli veneziani. Per lungo tempo, fra le famiglie nobili era infatti d’uso avere una “seconda casa” a Murano: celebre il caso dei Navagero, che in Riva degli Schiavoni avevano la loro residenza “principale” ma nella dimora muranese avevano creato un giardino botanico all’epoca leggendario, in cui Andrea Navagero (ambasciatore della Serenissima a Madrid, quando venne “scoperta” l’America) era riuscito a trapiantare “in anteprima” (per l’Italia) le scoperte che cominciavano ad arrivare in Europa dal nuovo continente ed avrebbero poi rivoluzionato le nostre tavole. Esempi? il pomodoro, le patate, le fragole, il girasole, il tabacco, i peperoni e altre ancora!

Come si presentava, la Murano di allora? La cartografia finora disponibile ce lo lascia soltanto intuire, perché Murano figura sempre sullo sfondo delle “vedute a volo d’uccello” di Venezia, con cui questi artisti e incisori volevano probabilmente dare al lettore l’illusione di poter “volare” sulle città (sogno antico a cui Leonardo da Vinci aveva dedicato molte energie, ma che si realizzerà solo qualche secolo più tardi).

Con tutte le cautele del caso (cautele d’obbligo, quando si tratta di un “ritrovamento”) e in attesa di alcuni approfondimenti in corso con gli esperti di storia locale (Marco Toso Borella in primis), Rialtofil vi offre in anteprima questo scorcio di una carta del ‘600, che è invece interamente dedicata a Murano (e alle due isole vicine, che verranno successivamente riunite a formare l’isola di San Michele) con una ricchezza di dettagli forse inedita:

TesoroparteI

Sulla destra di questo scorcio, la chiesa di San Giacomo (ormai scomparsa, eppure la zona è tuttora chiamata “San Giacomo”!) all’inizio di quella che è Fondamenta Navagero: da notarsi la sequenza di palazzi nobiliari (attualmente ne restano soltanto due: Palazzo Cappello e Palazzo Trevisan, con l’aggiunta di un palazzo del tardo settecento), che ne facevano già da allora la zona “residenziale” dell’isola.

Il celebre faro di Fondamenta Piave (unico faro interno alla laguna di Venezia) non era ancora quello che conosciamo ma una semplice torre in legno  dalla quale, con un sapiente gioco di specchi, la Serenissima aveva riprodotto l’ingegnoso sistema già adottato dagli antichi romani, tanto che il suo fascio di luce era visibile fino alla bocca di porto del Lido. La struttura attuale, in marmo bianco, risale al 1934 e a questo proposito vorrei chiudere questa prima puntata con un piccolo aneddoto, ignoto ai più. Per alcuni anni, l’immagine del faro di Murano è stata simbolicamente utilizzata per “far luce” sui segreti arcani della Comunità europea (ora Unione europea), le cui procedure sono in effetti materia da “iniziati”: per la guida interna destinata ai suo funzionari, l’esecutivo della UE aveva infatti scelto l’immagine che qui riproduco. I muranesi riconosceranno subito il loro faro, e agli altri non sfuggirà il valore simbolico della scelta: per illuminare le segrete stanze e i labirinti di Bruxelles, ci voleva un faro di antica tradizione, come questo:

MuranoFaro

Sulle altre isole che formano Murano (sono cinque, senza contare le “sacche” di formazione recente) intendo ritornare più avanti, ad accertamenti (e approfondimenti) ultimati.. perché se questo manoscritto risultasse inedito, si tratterebbe di un piccolo “tesoro” per la storiografia locale e anche se non lo fosse, è un ritrovamento che mi ha riempito di gioia: la nostra laguna non sarebbe la stessa, se il collo della Signora (Venezia) non fosse adornato da quella collana di pietre preziose che impropriamente chiamiamo isole “minori”.

A presto e alla prossima puntata (per chi è curioso di saperne di più)

Rialtofil, 26 agosto 2013

Bibliografia minima:

Jerry Brotton, “A History of the World in 12 Maps”.

David Buisseret, “I mondi nuovi. La cartografia nell’Europa moderna”.

Jürgen Schulz, “La cartografia tra scienza e arte. Carte e cartografi nel Rinascimento italiano”.

Jürgen Schulz, “the Printed Plans and Panoramic Views of Venice (1486-1797)”.

Muran 012

 

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