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Il tesoro ritrovato, parte quinta: riapre il Museo del Vetro


L’avevamo promesso e ogni promessa è debito: l’8 febbraio ha riaperto i battenti il Museo del Vetro: ampliato, rinnovato e finalmente accessibile ai diversamente abili grazie a finanziamenti UE e comunali (due milioni di euro) che hanno fra l’altro permesso il ricupero di una porzione delle antiche “Conterie”.

Palazzo Giustinian

Il Museo si trova ovviamente a Murano, nel Palazzo Giustinian della foto, già sede vescovile (quando questa venne trasferita da Torcello a Murano) di cui avevamo parlato nella terza “puntata”, ricordando che in origine era un palazzo gotico (di proprietà della famiglia Cappello, che a Murano ne aveva due: il secondo si trova tuttora sull’altro lato del canale) e quando passò a Marco III° Giustinian (il Vescovo) venne trasformato secondo il gusto dell’epoca per assumere le forme che tuttora conserva:

http://rialtofil.com/2013/12/02/il-tesoro-ritrovato-murano-comera-nel-1600-parte-terza/

Sulla destra entrando (a piano terra) sono stati esposti materiali e attrezzi del mestiere, che evocano la tradizione millenaria di una lavorazione che affonda le sue radici in tempi antichissimi:

20150208_104603

attrezzi e arnesi II

..mentre quelle che seguono sono le foto della Corte interna, che conserva sculture e altri elementi marmorei di provenienza eterogenea, non corredati da alcuna targa descrittiva (ed è l’unico piccolo “appunto” che ci sentiamo di muovere alla Direzione museale):

Corte 1

..come ad esempio questa iscrizione antica, che meriterebbe di essere trascritta o quanto meno “spiegata” con un cartello perché allo stato attuale risulta quasi illeggibile:

Corte 2Il percorso di visita segue l’ordine cronologico, a partire dai reperti di epoca romana; ai piani superiori vige il divieto (teorico) di fotografare e a questo mi sono attenuto, anche se è facile immaginare che non verrà sempre rispettato: in una recente visita al Louvre, mi sono divertito a fotografare i turisti che fotogravano la Gioconda ed erano legioni, proprio di fianco al cartello di divieto: tutto il mondo è Paese e ovunque ci siano turisti che certe cose le vedono una sola volta nella vita, certe regole diventano un optional.

La creazione del museo risale al 1861 e alla tenacia dell’Abate Vincenzo Zanetti, in un contesto di crisi che, in quanto a cause ed origini, presentava molti punti in comune con il contesto attuale. Possa la direzione museale farsi erede di quella tenacia, e promuovere la cultura del vetro come aveva fatto quell’Abate, primo Direttore del Museo, che all’isola aveva anche dedicato una “Piccola Guida di Murano e delle sue officine”, nel 1869.

L’inaugurazione ha visto qualche metro di fila all’entrata, (gestita con garbo, professionalità e cortesia dal personale in servizio) segno dell’interesse con cui è stata accolta questa piccola buona notizia.

Brindisi inauguraleUn unico rammarico, parlando con i molti che ancora lavorano il vetro a Murano (e sono più di mille persone): quasi nessuno fra loro aveva ricevuto l’invito che qui riproduciamo, probabilmente riservato ai “soliti noti” che non necessariamente esauriscono la platea degli aventi diritto (sul piano morale), e per fortuna che la professionalità del personale all’ingresso ha evitato spiacevoli “incidenti diplomatici” con i residenti.

Invito..come circostanza attenuante (per la Direzione della Fondazione Musei Civici) valga il numero elevato degli invitati “potenziali”, perché a Murano il vetro lo si lavora ancora, lo producono in tanti (nonostante i luoghi comuni sui manufatti esposti nelle vetrine di Venezia, che non sempre sono “made in Murano”) e le “murrine” stesse (finalmente valorizzate nel Museo ampliato, grazie alla disponibilità dell’amico Gianni Moretti) potete vederle ovunque, come elemento decorativo, anche dove meno ve le aspettereste:

Murrine

Lunga vita al vetro soffiato e al vetro a lume, all’avventurina e alle murrine, ai goti e ai “veri de Muran”, e soprattutto a chi li produce con la passione e la maestria di cui quest’isola conserva il segreto.

Rialtofil, 9 febbraio 2015

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Il link alla quarta “puntata”:

http://rialtofil.com/2014/01/15/il-tesoro-ritrovato-parte-quarta-vetri-arsenico-e-segreti/

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il Tesoro ritrovato (Murano com’era, nel 1600), parte terza


Terzo stralcio della carta di Murano, probabilmente parte di un atlas o isolario pubblicato in pochi esemplari (una ventina) e poi smembrato nei secoli successivi. Questo estratto sarà l’occasione per parlarvi della Basilica di San Donato ma anche dell’omonimo ponte o “ponte dei tuffi” e di altre curiosità muranesi.

Muran 1600

Cominciamo dalla Basilica dei Santi Maria e Donato (San Donà), perché ad essa è legata una delle pergamene più antiche conservate a Venezia: custodita nell’archivio patriarcale, è un documento dell’anno 999 in cui il parroco muranese Michele Monetario prestava giuramento di fedeltà al vescovo di Torcello. Quella dell’epoca (anno 999!) non era ancora la basilica attuale (edificata nel XII° secolo), e si chiamava semplicemente Santa Maria di Murano: la denominazione di “San Donato” venne aggiunta nel 1125, quando le spoglie del Santo vennero trasportate a Venezia da Cefalonia (isole ionie) e donate a Murano, che per ospitarne le reliquie fece costruire un grande altare. Il passo successivo fu la costruzione della basilica che possiamo tuttora ammirare: sul pavimento della navata centrale, nel più piccolo dei cinque cerchi iscritti in un riquadro decorato con figure di pavoni e grifoni, è tuttora visibile l’iscrizione latina con l’anno 1141 (data di completamento della basilica che da quel Santo prese il suo “secondo” nome). A titolo di confronto fra la Murano del 1600 e la sua struttura attuale, la mappa che segue può essere di aiuto.

MuranoMap

La prima differenza che balza all’occhio è la strada chiamata “rio terà San Salvador” laddove nel Seicento c’erano ancora un canale (rio terà = rio interrato) e quella che si ritiene essere stata la chiesa più antica dell’isola (San Salvador, demolita nel 1834). ll canale a nord dell’isola porta ancora il nome di Santa Maria, e corre parallelo a quello di San Donato nella parte che dà sulla Fondamenta Santi. A nord di quella che era la chiesa di San Bernardo (costruita sul punto più alto dell’isola, che tuttora offre riparo ai pedoni in caso di acque alte eccezionali) non c’era quasi nulla, e l’area su cui sorgono i campi sportivi (di cui l’isola va giustamente fiera) era ancora da costruire. Lo stesso dicasi, ovviamente, per le “sacche” ricavate dai materiali di risulta e successivamente rese edificabili (Sacca Serenella in particolare).

La struttura delle fondamenta che si affacciano sul primo tratto del canale di San Donato (Navagero e Giustinian) è invece molto simile a quella che era 4 secoli fa, anche se alcuni degli edifici dell’epoca sono stati nel frattempo rimaneggiati, e uno venne purtroppo demolito nel XIX° secolo: là dove ora c’è una parete cieca, a destra della prossima foto, sorgeva infatti il Palazzo della Ragione, sede del Podestà che amministrava l’isola ai tempi della Serenissima! Dell’epoca d’oro sopravvivono comunque (oltre a Palazzo Giustinian, sede del Museo del vetro), Palazzo Trevisan e Palazzo Cappello (sulla sinistra, nella prossima foto) mentre Palazzo Paoletta (il primo a sinistra) è di costruzione tardo settecentesca.

Navagero e Giustinian

Il Palazzo Pretorio, detto anche Palazzo della Ragione, era stato edificato nel 1364 e ampliato nel 1595; ormai lo possiamo ammirare soltano in una incisione del Coronelli conservata alla Biblioteca Marciana, perché venne demolito durante la seconda occupazione austriaca, che per Murano fu particolarmente funesta: in quel cinquantennio vennero demoliti anche i palazzi nobiliari che sorgevano ai piedi del Ponte Longo (come Palazzo Giustiniani Morelli) e i quattro palazzi della famiglia Corner (quella di Caterina, già regina di Cipro). Due di queste dimore sorgevano in campo San Bernardo e per avere un’idea della loro eleganza, in assenza di foto, dobbiamo ricorrrere alla descrizione che ne fornisce l’abate Zanetti, nella sua Guida di Murano (anno 1866). A completare il quadro della “Murano scomparsa” durante la disastrosa occupazione austriaca, vanno citati il Palazzo Grimani che sorgeva in Fondamenta San Giovanni (demolito nel 1830), il Palazzo Lippomano a San Matteo (demolito nel 1817) e Palazzo Vendramin a San Salvador (vedi sopra), dove aveva vissuto il medico Pietro Caffis che vi morí nel 1677, “alla bella età di 102 anni”. A fianco del Palazzo della Ragione, come ci ricorda Marco Toso Borella, si ergeva anche una Statua della Giustizia e per capire come fosse questo lato del ponte rinvio alla sua splendida ricostruzione:

http://www.isolainvisibile.it/Edifici/Palazzo%20della%20Ragione/Palazzo%20della%20Ragione.html

Ritornando alla basilica di San Donà, che per fortuna è ancora in piedi, i suoi mosaici sono ricchi di figure zoomorfe e non hanno nulla da invidiare a quelli della basilica di San Marco, di cui sono coevi. La basilica custodisce anche un altro piccolo “tesoro” che per lungo tempo fu oggetto di contesa fra Murano e Burano (dove era stato ritrovato), finché nel 1543 il Podestà Carlo Querini lo fece murare su una parete della chiesa inserendolo in un bassorilievo con il leone andante, lo stemma di Murano e il suo stemma di famiglia, per dirimere in modo definitivo la controversia e chiarire a chi appartenesse ormai. Di cosa si trattava, e perché era tanto conteso? Era un orcio (“recipiente panciuto di terracotta, con due manici e bocca ristretta”, come lo definiscono i dizionari) ma un orcio molto speciale: chiamato “bottazzo di Sant’Albano”, distribuiva ininterrottamente vino per le funzioni religiose senza che mai ci fosse bisogno di riempirlo.. o almeno queste erano le virtù miracolose che gli venivano attribuite. Per completezza, va anche ricordato che la versione dei buranelli è leggermente diversa: secondo tale versione, il trafugamento del bottazzo non diede gli esiti sperati, perché una volta sottratto ai buranelli, il miracoloso recipiente si mise “in sciopero” e smise di somministrare il prezioso liquido:

http://www.isoladiburano.it/it/Leggende.html

Il ponte che da Fondamenta Navagero conduce alla basilica (ponte di San Donà) esiste da tempo immemorabile ma la sua forma attuale, agile e slanciata, risale al 1761: l’anno di costruzione MDCCLXI è scolpito nella pietra, in basso a sinistra, lato basilica). Sulla pietra di volta che guarda la chiesa vennero scolpiti (e sono tuttora visibili) gli stemmi dell’isola, del Podestà e del Camerlengo. Questo ponte svolge un ruolo essenziale nel periodo estivo, quando alla calura ferragostana offre un rimedio semplice e salutare.. come illustrato dalla foto che segue.

Muran Tuffi

La basilica fu oggetto di modifiche importanti quando a Murano si produsse un evento epocale: nel 1692, l’antica sede vescovile di Torcello (la più antica della laguna!) venne infatti trasferita a Murano per volontà di Marco III° Gustininian. Il nuovo vescovo prese residenza nel palazzo che tuttora porta il suo nome, ed è attualmente sede del Museo del Vetro, non prima di averlo radicalmente trasformato: quello che era un palazzo gotico (di proprietà della famiglia Cappello, che a Murano ne aveva due) venne trasformato secondo il gusto dell’epoca per assumere le forme che tuttora conserva. Quanto alla basilica, gli interventi furono altrettanto radicali e finirono per pregiudicarne la stabilità, tanto che nel 1858 venne chiusa e puntellata; i restauri terminarono soltanto nel 1873, quando la chiesa venne riaperta al pubblico. Per ammirarne la semplicità delle origini (quella delle forme romaniche, che si ritrova anche nella chiesa di San Giovanni in Bragora e in altre gemme veneziane), consiglio di guardarla dal lato che attualmente funge da ingresso per le funzioni religiose, il cui aspetto è ben diverso da quello dalla facciata principale che trovate nelle tante cartoline:

MuranVeraPozzoLeon

La vera da pozzo che appare in primo piano racchiude a sua volta una gradevole sorpresa: uno dei leoni marciani più antichi fra tutti quelli recensiti in laguna (fonte: Alberto Rizzi, “I leoni di San Marco”). Scolpito sul lato che guarda alla basilica, è un leone alato “in moeca” (il nome del leone in questa posizione) e chissà come sorrideva quando Napoleone venne spedito in esilio a Sant’Elena, perché è uno dei pochi sopravvissuti agli scalpellini che nel 1797 avevano avuto l’ordine di rimuovere a picconate tutti i simboli della defunta (ma invitta) Repubblica di Venezia.

DSC03542

Fonti: le foto sono mie; per le informazioni relative alla basilica, ho attinto alla pregevolissima opera della “Associazione per lo Studio e lo Sviluppo della Cultura Muranese” pubblicata nel 1999 (millenario della pergamena qui citata): si intitola “la Basilica dei SS. Maria e Donato; cinque secoli di incisioni, vedute e progetti” e contiene fra l’altro le foto della pergamena, quella dell’iscrizione in latino del 1141 e quella del bottazzo di Sant’Albano, che non ho qui riprodotto per una questione di rispetto dei (loro) diritti d’autore; lo stesso rispetto chiedo a chi vorrà riprodurre le mie foto: fatelo pure ma citando la fonte, per cortesia. Altre notizie le ho tratte dalla “Piccola Guida di Murano” pubblicata nel 1866 da Vincenzo Zanetti e ripubblicata qualche anno fa (in ristampa “anastatica”) dalla Libreria Filippi Editrice. Per i palazzi nobiliari demoliti nella prima metà dell’Ottocento, la mia bussola è stata “Venezia scomparsa” di Alvise Zorzi.

Buona lettura a tutti, e alla prossima puntata.

Rialtofil, 2 dicembre 2013

Le “puntate” precedenti sono state pubblicate qui:

http://rialtofil.com/2013/08/31/3481/

e qui:

http://rialtofil.com/2013/08/26/il-tesoro-ritrovato-parte-prima-murano-comera-nel-1600/

dicembre2013

Il tesoro ritrovato, parte seconda: rio dei vetrai e dintorni


seconda parte

Come promesso (e prima del previsto) Rialtofil pubblica un secondo scorcio del manoscritto, con due buone notizie a titolo di introduzione: la prima riguarda l’autore del manoscritto, la seconda i diritti d’autore. Andiamo per ordine:

La prima “notizia” è che la carta è quasi sicuramente attribuibile a Hendrick Danckerts, pittore e incisore olandese specializzato nella riproduzione di paesaggi, porti e residenze reali. Non è una certezza ma in favore dell’attribuzione concorrono due indizi concordanti sui quali non voglio annoiarvi, ma per i quali vorrei pubblicamente ringraziare la persona che mi ha messo sulla “pista giusta”: Laurie Hussissian, che di Venezia è innamorata, di Murano è stata ospite e di mestiere lavora nella biblioteca di Vernon (Lincolnshire). Congratulazioni e grazie, Laurie!

Seconda notizia (legata alla prima): i diritti d’autore. Questa carta è già stata riprodotta in due diverse pubblicazioni, ma senza i margini inferiore e superiore e in formato “ridotto” (rispetto alle sue reali dimensioni). La versione in mio possesso (più alta e più larga di quelle altrove riprodotte) contiene un’indicazione che potrebbe essere la data (in numeri romani come si usava fra le persone di cultura, quando il latino era ancora la lingua franca degli accademici) o il numero della tavola, come sono propenso a credere. Nel secondo caso, potrebbe trattarsi di un foglio di atlante, isolario o portolano che ha seguito il destino di tanti suoi simili: passato di mano dalle famiglie nobili ma non più facoltose a certi antiquari, che anziché cercare un acquirente degno di questi atlanti trovavano più “profittevole” e remunerativo ritagliarli e venderli a pagina (o a tavola!) come tutti possono constatare nei mercatini dell’antiquariato.. con il risultato che per poter consultare la versione integrale dell’Atlas Maior del Merian (da cui è tratta la veduta “a volo d’uccello” più riprodotta della storia di Venezia) l’unico modo è recarsi alla Biblioteca Nazionale di Vienna (per le tavole di Jacopo de Barbari invece non vi servirà andare così lontano: sono conservate al Correr di Venezia). Diritti d’autore e vincoli di riproduzione, stavo dicendo: essendo largamente trascorsi (dal 1.600 o dintorni ad oggi) i termini di decadenza del diritto d’autore, potrete liberamente riprodurre queste immagini se lo vorrete.

Cosa ci racconta allora la carta, in questa seconda puntata?

Tanti piccoli dettagli, fra cui ne scelgo alcuni con riserva di approfondirli. La struttura del rio dei vetrai, al centro del distretto produttivo di cui Murano ebbe il “monopolio” per decreto del 1295, è rimasta sostanzialmente immutata, con i suoi tre ponti. Non tutti sanno che il “ponte di mezzo” ospita uno dei pochi leoni di pietra autentici e “superstiti” che sopravvissero alla furia distruttrice degli scalpellini pagati da Napoleone per cancellare ogni traccia del leone marciano (nelle pasque veronesi, le folle erano insorte al grido di “San Marco”): “gettato nel rio, venne recuperato da mani amorose in attesa di tempi migliori” per poi essere riparato e ricollocato al suo posto! In termini di dimensioni, diciamo pure che è un leoncino ma è da quel ponte che venivano letti i bandi e i proclami della Serenissima e la sua valenza simbolica è dunque grande.

Leone Murano

Murano all’epoca aveva circa 8.000 abitanti, era retta da un proprio Podestà (che diventerà poi un Sindaco, prima che il Comune venisse accorpato a Venezia nel 1923) e aveva un suo Libro d’Oro (redatto nel 1602, per disposizione del Podestà Barbarigo). Il prestigio dei maestri vetrai era tale che potevano girare armati e, unici fra i non nobili, potevano sposare le figlie dei patrizi. Nelle due foto che seguono, il rio dei vetrai con gli edifici più antichi fra quelli rimasti: splendidi esempi di gotico veneziano con le caratteristiche finestre che ne facilitano la datazione anche ad un occhio non esperto (perché così diverse da quelle che si imporranno nei secoli successivi). Entrambi gli edifici sono visibili sul lato destro del rio (venendo da Venezia) ovvero in Fondamenta Manin.

Muran09011 002

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La chiesa di San Pietro Martire (ricostruita nel 1511) è tuttora ben visibile a sinistra del rio dei vetrai (venendo da Venezia, fermata Colonna), ma nella carta del ‘600 appare anche un’istituzione religiosa ormai scomparsa: quella di San Cipriano, dove studiò il Poeta italiano più romantico e.. focoso: Ugo Foscolo (nativo di Zante, isola greca dello Ionio che fino al 1797 rimase saldamente in mano veneziana). Di quei fasti rimangono una calle (San Cipriano) e una scuola (intitolata al Poeta). Sulle vicende che portarono all distruzione di questa ed altre chiese nella prima metà dell’Ottocento (durante la seconda dominazione austriaca) rinvio alla monumentale e insostituibile opera di Alvise Zorzi: “Venezia scomparsa” (edit. Electa) dalla quale apprendiamo ad esempio che il sontuoso mosaico di San Ciprano venne acquistato nel 1838 dal principe ereditario di Prussia, spedito in Germania e ricollocato nell’abside della Friedenskirche di Postdam (la “Versailles” prussiana)!

Nel canal grande di Murano c’era già un “ponte longo” (come viene attualmente denominato) che probabilmente era in legno (come del resto quello di Rialto, fino a pochi decenni prima). A quel ponte è legato un mio ricordo personale: quando nel 2006 l’Italia vinse per la quarta volta i mondiali di calcio, molti muranesi festeggiarono a modo loro: tuffandosi dal ponte (la cui altezza è ragguardevole)! Per immaginare invece la bellezza di queste rive nei secoli precedenti, con i palazzi e le chiese che non possiamo più ammirare (argomento su cui intendo ritornare, nelle prossime puntate) dobbiamo rifarci ai quadri: come quello del Canaletto (conservato all’Hermitage di San Pietroburgo) per la chiesa di San Giovanni che sorgeva sull’omonima fondamenta e quello di Giuseppe Heinz  il Giovane (al Museo Correr) che raffigura un corteo acqueo dal cui sfarzo si capisce perché anche questo meritasse l’appellativo di Canal Grande, come il suo più celebre “fratello”.

Ritornando alla carta del 600, in basso a sinistra sono ben visibili le isole di San Cristoforo della Pace e San Michele, che ospita la prima chiesa rinascimentale di Venezia (opera del Codussi, anno 1469) e all’epoca veniva chiamata la “cavana de Muran” (cavana = riparo per le barche) o anche “San Michele in Paluo” (palude), ma ancora non accoglieva il cimitero attuale, con le tombe celebri che la rendono meta di tante visite. Se è il tipo di visita che vi interessa, una lista la trovate qui:

http://venicewiki.org/wiki/San_Michele

..mentre sulle vicende che portarono a riunire le due isole, consiglio questa lettura:

http://farworkshop.wordpress.com/2012/07/17/andare-a-far-due-passi-al-cimitero/

Su Murano ci sono ancora tante cose da dire.. ma mi restano altre due “puntate” per farlo. A presto,

Rialtofil

il Tesoro ritrovato (parte prima): Murano com’era, nel 1600?


Di Venezia com’era nella sua “età dell’oro” sappiamo moltissimo: oltre ai quadri dei vedutisti che l’avevano “fotografata” con il pennello, la cartografia le ha dedicato dei veri e propri capolavori (il più noto è quello di Jacopo de Barbari, nell’anno 1.500), che attraversano vari secoli e ci permettono di ricostruire l’evoluzione della “forma urbis”. Si tratta di carte dettagliate in cui calli, canali e ponti venivano riprodotti con pazienza certosina e a volte (come nel caso del Merian nel 1635 e del già citato de’ Barbari) è addirittura possibile riconoscere i singoli palazzi. Sono testimonianze preziose non solo per il loro valore artistico ma anche perché ci tramandano il ricordo di chiese e monasteri minori, molti dei quali andarono distrutti in epoca napoleonica e di cui la toponomastica veneziana ancora porta le tracce: si consideri che per tradizione antica, su ogni isola (prima ancora di collegarla con i ponti alle altre isole!) era stata eretta una chiesa e il nome di certi “campi” veneziani evoca chiese che ormai non esistono più. A titolo di esempio si consideri questa versione acquarellata della carta di Joan Blaeu (cartografo ufficiale della Compagnia olandese delle Indie Orientali e autore di un celeberrimo Atlas Maior (che all’epoca veniva venduto alla “modica” cifra di 45.000 fiorini olandesi):

Joan Blaeu

Purtroppo per noi, le fonti sono molto più scarse per le isole “minori” e per Murano in particolare. Peccato soprattutto nel caso specifico di Murano, dove il depauperamento e le spoliazioni seguite all’occupazione napoleonica privarono l’isola non soltanto delle sue chiese e monasteri (se ne contavano diciotto, ne sono rimaste tre!) ma anche di palazzi nobiliari che nulla avevano da invidiare a quelli veneziani. Per lungo tempo, fra le famiglie nobili era infatti d’uso avere una “seconda casa” a Murano: celebre il caso dei Navagero, che in Riva degli Schiavoni avevano la loro residenza “principale” ma nella dimora muranese avevano creato un giardino botanico all’epoca leggendario, in cui Andrea Navagero (ambasciatore della Serenissima a Madrid, quando venne “scoperta” l’America) era riuscito a trapiantare “in anteprima” (per l’Italia) le scoperte che cominciavano ad arrivare in Europa dal nuovo continente ed avrebbero poi rivoluzionato le nostre tavole. Esempi? il pomodoro, le patate, le fragole, il girasole, il tabacco, i peperoni e altre ancora!

Come si presentava, la Murano di allora? La cartografia finora disponibile ce lo lascia soltanto intuire, perché Murano figura sempre sullo sfondo delle “vedute a volo d’uccello” di Venezia, con cui questi artisti e incisori volevano probabilmente dare al lettore l’illusione di poter “volare” sulle città (sogno antico a cui Leonardo da Vinci aveva dedicato molte energie, ma che si realizzerà solo qualche secolo più tardi).

Con tutte le cautele del caso (cautele d’obbligo, quando si tratta di un “ritrovamento”) e in attesa di alcuni approfondimenti in corso con gli esperti di storia locale (Marco Toso Borella in primis), Rialtofil vi offre in anteprima questo scorcio di una carta del ‘600, che è invece interamente dedicata a Murano (e alle due isole vicine, che verranno successivamente riunite a formare l’isola di San Michele) con una ricchezza di dettagli forse inedita:

TesoroparteI

Sulla destra di questo scorcio, la chiesa di San Giacomo (ormai scomparsa, eppure la zona è tuttora chiamata “San Giacomo”!) all’inizio di quella che è Fondamenta Navagero: da notarsi la sequenza di palazzi nobiliari (attualmente ne restano soltanto due: Palazzo Cappello e Palazzo Trevisan, con l’aggiunta di un palazzo del tardo settecento), che ne facevano già da allora la zona “residenziale” dell’isola.

Il celebre faro di Fondamenta Piave (unico faro interno alla laguna di Venezia) non era ancora quello che conosciamo ma una semplice torre in legno  dalla quale, con un sapiente gioco di specchi, la Serenissima aveva riprodotto l’ingegnoso sistema già adottato dagli antichi romani, tanto che il suo fascio di luce era visibile fino alla bocca di porto del Lido. La struttura attuale, in marmo bianco, risale al 1934 e a questo proposito vorrei chiudere questa prima puntata con un piccolo aneddoto, ignoto ai più. Per alcuni anni, l’immagine del faro di Murano è stata simbolicamente utilizzata per “far luce” sui segreti arcani della Comunità europea (ora Unione europea), le cui procedure sono in effetti materia da “iniziati”: per la guida interna destinata ai suo funzionari, l’esecutivo della UE aveva infatti scelto l’immagine che qui riproduco. I muranesi riconosceranno subito il loro faro, e agli altri non sfuggirà il valore simbolico della scelta: per illuminare le segrete stanze e i labirinti di Bruxelles, ci voleva un faro di antica tradizione, come questo:

MuranoFaro

Sulle altre isole che formano Murano (sono cinque, senza contare le “sacche” di formazione recente) intendo ritornare più avanti, ad accertamenti (e approfondimenti) ultimati.. perché se questo manoscritto risultasse inedito, si tratterebbe di un piccolo “tesoro” per la storiografia locale e anche se non lo fosse, è un ritrovamento che mi ha riempito di gioia: la nostra laguna non sarebbe la stessa, se il collo della Signora (Venezia) non fosse adornato da quella collana di pietre preziose che impropriamente chiamiamo isole “minori”.

A presto e alla prossima puntata (per chi è curioso di saperne di più)

Rialtofil, 26 agosto 2013

Bibliografia minima:

Jerry Brotton, “A History of the World in 12 Maps”.

David Buisseret, “I mondi nuovi. La cartografia nell’Europa moderna”.

Jürgen Schulz, “La cartografia tra scienza e arte. Carte e cartografi nel Rinascimento italiano”.

Jürgen Schulz, “the Printed Plans and Panoramic Views of Venice (1486-1797)”.

Muran 012

 

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