Rialtofil

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A proposito di Rialto.. e di Rialtofil


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A volte mi chiedono: “perché Rialtofil”, come nome per questo blog?  “Filos” (φίλος) è un termine universale che le lingue moderne hanno preso in prestito dal greco antico per significare “amante” o “amico” di  (come nei sostantivi filantropia, filosofia, filatelia e negli aggettivi anglofilo, francofilo, cinefilo). La scelta è quindi legata al mio amore per un luogo chiamato Rialto e in questa pagina proverò a spiegarne le ragioni (o piuttosto a riassumerle, perché le ragioni sono molte e vengono da lontano).

Il toponimo Rialto deriva da Rivoalto (“alto” rispetto agli altri isolotti su cui stava sorgendo Venezia), perché in questo luogo i veneziani avevano trovato le condizioni ideali per il primo insediamento stabile, dopo gli “esperimenti” di Torcello e Metamauco (l’attuale Malamocco). Non è un caso se la Zecca (prima di essere trasferita a San Marco) si trovava a Rivoalto, così come il Bancogiro e il Palazzo dei Camerlenghi ( i “tesorieri” della Serenissima).

Nel Cinquecento, quando i mercanti inglesi volevano conoscere le quotazioni delle merci più pregiate, chiedevano “cosa si dice a Rialto”? A ricordarcelo è Shakespeare: “Now, what news on the Rialto”? (The Merchant of Venice, Atto I°, scena terza): la Wall Street dell’epoca (o la “City”, per restare a Londra) era questa, quando ancora il baricentro degli scambi commerciali era il Mediterraneo e Venezia aveva saputo porsi al centro di quel sistema di scambi.

Le pietre e le colonne su cui poggiano molte delle case di Rialto sono più antiche della città stessa: vennero trasportate in barca dai profughi in fuga dalle città romane della terraferma che trovarono rifugio in laguna, dove marmo e pietre non ce n’erano, ma i barbari a cavallo non potevano arrivare (e quando i franchi ci provarono con le loro grandi navi vennero respinti, perché la laguna bisogna conoscerla, per poterla attraversare). Con quelle pietre (e con i pali di legno che  tuttora sorreggono le fondamenta) i “profughi” fondarono una nuova città (e che città!) dove a lungo continuarono a parlare la lingua dei loro antenati. Le strade di Venezia si chiamano tuttora “calle”, i canali minori “rio”, le piazze “campo”, la moglie “muger” (da “mulier”) e la nebbia “caìgo” (da caligo): di tutte le parlate italiane, quella veneziana è tuttora la più vicina al latino!

Rialto è stato per secoli il cuore commerciale della Serenissima, così come San Marco ne era il cuore politico (sede del Palazzo Ducale e dei “Ministeri”, che con le varie magistrature cittadine avevano i loro uffici nelle “Procuratie”) e l’Arsenale il cuore produttivo (con i suoi 16.000 dipendenti, era la più grande fabbrica dei suoi tempi: per la battaglia di Lepanto, l’Arzanà fu capace di sfornare una galea al giorno). Intorno a questi tre poli (politico, commerciale e produttivo) si sviluppò una Repubblica che seppe restare indipendente per undici secoli (da 697 al 1797), sebbene circondata da regni ed imperi molto più grandi.

Di questi tre poli, Rialto è l’unico che ha in parte mantenuto la sua vocazione originaria (e integralmente ne ha conservato la toponomastica! “Ruga degli oresi” ci ricorda come questo fosse fra l’altro il quartier generale degli orafi, ed è un peccato che (con qualche eccezione) le merci in vendita ai piedi del ponte di Rialto abbiano ormai poco a che vedere con i fasti del passato. Se volete saperne di più, vi consiglio questo  articolo dell’amico Giandri: http://home.giandri.altervista.org/giandri_0401_Porta.html  Come si presentano le rive, prima di essere invase dai turisti? Ecco una foto scattata alle 6 del mattino:

A sinistra potete vedere il Fondaco (Fontego, in venessian) dei tedeschi. Sul concetto di “casa fontego” intendo ritornare (non meravigliatevi se questa pagina verrà aggiornata frequentemente: consideratela pure “work in progress”, quindi ritornateci ogni tanto, se volete). Cessate le sue funzioni originarie, il Fontego dei tedeschi è stato a lungo la sede centrale delle Poste (prima che le Poste, a Venezia come altrove,  cedessero gli edifici più prestigiosi per pagare i megastipendi dei troppi megadirigenti) ed è stato recentemente acquisito dal gruppo Benetton. A destra: il Palazzo dei Camerlenghi e le fabbriche vecchie di Rialto. I “camerlenghi” sovrintendevano alla riscossione e alla ridistribuzione delle entrate, e data la delicatezza del ruolo, ne rispondevano direttamente al Consiglio dei Dieci.

Un altro fondaco celebre è questo: ex Fontego dei Turchi, attualmente sede del Museo di storia naturale. Alla sua destra c’è il Fontego del Megio, che è uno dei più antichi: costruito nel XIII° secolo per stiparvi il grano, nel XV° secolo passò ad ospitare altre granaglie fra cui il “megio”, da cui prese il nome:


Tornando a Rialto, questa è la sede del mercato del pesce (tuttora attivo, e merita una visita!) come si presenta all’alba:

Nella foto successiva la “riva del vin”, che ospita qualche ristorante generalmente affollato più per la vista sul Canal Grande che per la qualità del cibo. A Venezia i ristoranti migliori sono quelli in corte “sconta”, cioè nascosta: se volete mangiare qualcosa di tipico veneziano, andate piuttosto alla Madonna che è a due passi, nell’omonima calle, oppure all’Antica Osteria Ruga Rialto, in calle del Sturion. Un po’ più nascosto ma altrettanto buono e abbordabile, “la buona forchetta” (dietro Campo Sant’Aponal). In Rio Terà San Silvestro troverete invece La porta d’acqua (Rio Terà ovvero “interrato” significa che dove ora c’è una calle c’era un canale, e questo splendido ristorante ne conserva per l’appunto la porta d’acqua): il ristorante è una chicca, e non solo per gli affreschi d’epoca che ne arricchiscono le pareti interne.

Se conoscete la tradizione tutta veneziana dei “cicheti”, a Rialto ne troverete di buonissimi in tre ottimi locali a poche decine di metri di distanza: “Ai do mori” (San Polo 429), “all’Arco” (San Polo 436) e dai Zemei (“ai gemelli”, San Polo 1.045, all’altezza di Campo San Silvestro). Sono quelli che a Venezia vengono anche chiamati “bacari”: luoghi informali dove mangiare qualcosa di buono in piedi (o al massimo su uno sgabello) senza le formalità di un ristorante, ideali anche per bere un bicchiere prima di riprendere il cammino. Se i termini “bacaro” e “cicheti” sono ignoti a Google translator, la traduzione la troverete qui: http://rialtofil.com/2013/07/22/2219/

..sul lato opposto del Ponte, il Palazzo dei Camerlenghi (edificato fra il 1525 e il 1528, attualmente sede della Corte dei conti regionale). Una curiosità: avete notato le inferriate sulle finestre? Il pian terreno era adibito a prigione per i debitori insolventi.. inutile aggiungere che come prigioni erano piuttosto umide: fra tutte le rive della zona, questa è una delle più esposte all’acqua alta!

Su Rialto c’è ancora tanto da dire.. la chiesa di San Giacometo, ad esempio: miracolosamente sopravvissuta al terribile incendio che distrusse il ponte di Rialto (nel Cinquecento), quando era ancora di legno (come le case circostanti). La riconoscerete facilmente per il suo incredibile orologio (enorme, perché i mercanti potessero vederlo anche da lontano) che occupa quasi per intero la facciata principale.

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Sull’abside della chiesa è tuttora scolpita l’iscrizione:

HOC CIRCA TEMPLUM SIT IUS MERCANTIBUS AEQUUM, PONDERA NEC NERGANT, NEC SIT CONVENTIO PRAVA

“Attorno a questo tempio sia equa la legge per i mercanti, esatti i pesi, leali i contratti”.

Il messaggio mi sembra attuale, ed è forse (anche) grazie a questa etica degli affari che i mercanti veneziani riuscirono a conquistarsi quote di mercato esorbitanti rispetto alle dimensioni della loro città-Stato: il rispetto della parola data, la lealtà nelle transazioni, uno Stato che non soffocava l’iniziativa privata. Altri tempi, ma non è un caso se quelli della Serenissima furono gli anni d’oro e se ancora oggi, fra veneziani, un accordo si può concludere con una stretta di mano nella certezza che verrà onorato.

Di fronte alla Chiesa, sul lato opposto del Campo, potrete anche salutare il Gobbo di Rialto, che in altri tempi aveva un ruolo comparabile a quello del “Pasquino” di Roma, oltre ad essere il terminale della “via crucis” inflitta ai ladri ed altri lestofanti (che per questo si dice lo abbracciassero in lacrime alla fine del supplizio). Questo era anche uno dei punti da cui venivano letti i bandi e le ordinanze della Serenissima, per coloro che non sapevano leggere né scrivere:

Di Rialto ho detto abbastanza (spero) per spiegare le ragioni che mi hanno portato a scegliere lo pseudonimo “Rialtofil”, e a fissare stabile dimora in queste calli. Un grazie a chi vorrà sfogliare queste pagine, e un saluto cordiale a chi condivide i miei interessi collezionistici o anche soltanto (e soprattutto) il mio amore per Venezia. Per chi volesse scrivermi, l’indirizzo è:

Rialtofil@gmail.com

Buona estate a tutti,

Rialtofil

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Un francobollo da 1,8 milioni di dollari. Vi interessa?


..non è uno scherzo, eccolo qui:

Battuto all’asta per 1,8 milioni di dollari, quest’anno, a Basilea:

http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/economia/bw/2011-06-09_109670994.html

Come i collezionisti sanno, il francobollo da “mezzo grano” del Regno di Sicilia (stampa calcografica, anno 1859, con l’effigie di Ferdinando II°) era arancione. Questo esemplare rappresenta un errore di colore, e la sua rarità è ovviamente una di quelle che si pagano.. a peso d’oro.

1,8 milioni di dollari non vi bastano? Procuratevi (se ci riuscite) il Treskilling giallo svedese del 1855 (altro errore di colore: giallo anziché verde). Esemplari esistenti: uno. Al suo penultimo passaggio di proprietà, nel 1996, era stato aggiudicato per 2,5 milioni di franchi svizzeri. Rivenduto all’asta nel 2010, a Ginevra, il prezzo di aggiudicazione è rimasto segreto, cosí come l’identità dell’aggiudicatario..

Altro esempio, reso noto da un celebre film? l’Inverted Jenny (o Upside Down Jenny): francobollo americano da 24 cents del 1918, di cui 100 (cento) esemplari furono per errore stampati con l’aeroplano rovesciato (“upside down”: a testa in giù). Nel 2005, una quartina è stata aggiudicata per  2.970.000 dollari; il valore di un singolo esemplare si aggira intorno agli 800.000 dollari. Il “Gronchi rosa”, al confronto, è un francobollo comune (in circolazione ce ne sono ben 79.455 esemplari, e il suo valore di mercato si è più che dimezzato, in confronto alle quotazioni raggiunte negli anni 90)!

Avviso ai naviganti:

regola numero 1: diffidate di chi fa balenare miracolosi ritrovamenti nella soffitta del bisnonno, e dicendo che “di francobolli non me ne intendo” mette all’asta certe “rarità” (rigorosamente non garantite: clausola “visto e piaciuto”!) su una nota piattaforma di vendite online. Guardate il francobollo della foto, e contate le firme peritali che lo accompagnano: in 152 anni di vita, difficile pensare che nessuno si sia mai accorto della rarità di ciò che aveva per le mani (e se di cose autentiche si trattava, è molto improbabile che nessuno le abbia mai fatte periziare, in 152 anni!).

regola numero 2: se capita a voi, di ricevere una perla rara in eredità, non svendetela su ebay (dove il numero di falsi in vendita appiattisce le quotazioni, e il valore medio di aggiudicazione). Con un certificato peritale, lo stesso oggetto spunterà un prezzo di vendita ben superiore! Se si tratta di monete (antiche) o francobolli rari, scrivetemi pure (rialtofil@gmail.com) e vi dirò come valorizzare il “ritrovamento” (nel senso di consigliarvi un buon perito e magari una casa d’aste, di quelle serie).

PS un vecchio articolo ancora attuale (per confrontare le quotazioni del Gronchi rosa con quelle attuali): http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1993/11/19/un-investimento-dove-vince-chi-trova.html

Firme peritali: per riconoscerle


Attenzione, su ebay stanno nuovamente proliferando le firme false  (Alberto Diena, in particolare: la più facile da “imitare”).  Come riconoscere una firma peritale? Confrontandola con una firma originale e controllando la posizione della firma, che ha un significato ben preciso: http://rialtofil.com/?s=firme+e+posizione

Per aiutarvi a riconoscerle, le  firme sono qui presentate in ordine alfabetico. Questa pagina ne contiene una selezione (ragionata ma non esaustiva) che non implica giudizi di valore e vuole soltanto rappresentare un servizio per gli amici collezionisti (molti dei quali in passato mi hanno scritto chiedendomi: “di chi è questa firma”? “tu la conosci?”). Altri si occupano con ben altra competenza della materia; il mio vuole essere soltanto un piccolo contributo alla trasparenza del mercato filatelico.

Dei periti non italiani ho inserito soltanto Ulrich FERCHENBAUER, una delle firme più quotate (e affidabili) per i francobolli del Lombardo-Veneto. Beati i tedeschi, che hanno un Albo ufficiale dei periti filatelici.. in Italia di questo titolo si può fregiare praticamente chiunque (dopo aver sbrigato qualche semplice formalità presso la Camera di Commercio, ad esempio) ma purtroppo non abbiamo nulla di comparabile a questa, che è la lista ufficiale dei Periti iscritti al BPP:

http://bpp.de/en/prueferliste//#!&view=list

Quanto alla posizione della firma e al suo significato (che può cambiare da perito a perito) rinvio all’articolo corrispondente (già pubblicato qualche tempo fa, su queste pagine). In apposita e separata sezione, intendo pubblicare altre firme che, pur non essendo “peritali” in senso stretto, compaiono comunque con una certa frequenza nelle aste online. A volte sono equiparabili  a firme di “garanzia” commerciale (celebre il caso di Romolo Mezzadri), a volte sono ricollegabili alla specifica competenza acquisita da appassionati di una determinata nicchia filatelica (penso in particolare a Paolo Cardillo e Umberto Ballabio), e come tali vengono apprezzate dai collezionisti. Fatta questa premessa, via con le firme:

Gino BIONDI:

Giacomo BOTTACCHI:

Egidio CAFFAZ:

Giovanni CHIAVARELLO:

Giorgio COLLA:

Alberto DIENA:

Emilio DIENA:

Enzo DIENA:

Raffaele DIENA:

Ulrich FERCHENBAUER:

Alfredo FIECCHI:

Luigi GAZZI:

Corrado GIUSTI:

Mario MERONE:

Guglielmo OLIVA:

Luigi RAYBAUDI MASSILIA:

Maurizio RAYBAUDI:

Silvano SORANI:

Virgilio TERRACHINI:

Serena VIGNATI (studio Raybaudi):

Porte d’acqua


RiodeiMiracoli

“I simply think that water is the image of time, and every New Year’s Eve, in somewhat pagan fashion, I try to find myself near water, preferably near a sea or an ocean, to watch the emergence of a new helping, a new cupful of time from it.. this is the way, and in my case the why, I set my eyes on this city”.

Iosif  Brodskij, Watermark

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Iosif  Brodskij, uomo libero (come amava definirsi) e premio Nobel per la letteratura, trascorreva ogni anno il mese di gennaio a Venezia: gennaio, il mese più freddo ma anche quello meno “battuto” dai turisti. Le sue spoglie riposano nell’isola di San Michele, all’ombra di un grande portapenne in cui molti ancora depositano una matita, una penna o un pennarello, in segno di omaggio al suo talento (tempo fa c’era anche quella che si diceva fosse stata la sua ultima bottiglia di vodka, ma quella è sparita). La sua intuizione rimane, ed è l’equazione acqua = tempo, che a Venezia (non a caso) scorre in modo completamente diverso. Una città costruita sull’acqua nell’illusione di fermare il tempo, o anche soltanto di rallentarne la corsa inesorabile, o semplicemente nell’aspirazione di vivere in armonia con il suo scorrere, consapevoli che nulla può veramente fermarlo.

Per secoli, a Venezia, la porta principale delle case è stata quella d’acqua, e non quella che dava in “calle”. Nelle dimore storiche, questo si riflette anche nelle proporzioni rispettive delle porte (più ampia quella d’acqua, modesta e spartana quella di terra). Per tutta la durata della Repubblica (e fino all’Ottocento) quello di Rialto fu l’unico ponte utilizzabile per l’attraversamento “pedonale” del Canal Grande: per gli spostamenti quotidiani, i veneziani utilizzavano la barca e la miglior prospettiva da cui apprezzare la città rimane quella che dai canali guarda verso le rive e le case, che sull’acqua poggiano le fondamenta, nell’acqua si specchiano in un gioco di riflessi e all’acqua offrono il loro “lato” migliore:

A chi volesse visitare Venezia da questa angolazione (che poi è la migliore), consiglio un libro straordinario: “Venezia vista dall’acqua”, di Giannina Piamonte.  Per girare la città in barca (a remi, di preferenza!), è una guida preziosa, e probabilmente l’unica nel suo genere: i percorsi vengono proposti (con ampia dovizia di particolari) seguendo non già le calli e i campi,  ma il corso dei rii e dei canali che permettono di vedere Venezia con gli occhi di chi decise di costruirla e farne quello che è diventata: “il sogno più compiuto mai realizzato dagli uomini” (Jean d’Ormesson). Se invece prendete un taxi d’acqua, ricordate che non tutti i canali sono accessibili a questi mezzi di trasporto (e per fortuna: i taxi d’acqua montano motori da 200 cavalli).

Se avrete la fortuna di girare per Venezia in questo modo, nel giro di pochi minuti dimenticherete la calca dei troppi turisti pigiati in calli troppo strette per loro e gli altri problemi che affliggono una città vittima del suo successo, e ne percepirete invece la magia che ha fatto scrivere a Jean d’Ormesson:

“Venise nous apprend que la mort n’a pas le dernier mot. Ce qui a le dernier mot, c’est le souvenir, la création, le rêve, l’espérance”.

 

Gli indirizzi a Venezia: in bocca al lupo!


Calli, campi e campielli, corti, salizzade, fondamenta e rive, porteghi e sotoporteghi, “rughe”: a Venezia tutto è speciale, anche i nomi delle strade, e la numerazione delle case: una follia! I numeri civici attuali sono un’eredità del periodo austro-ungarico (1815-1866), quando la burocrazia imperiale, non riuscendo a districarsi in quel labirinto che è Venezia, ma volendo comunque tassare ogni singola casa (e ogni singola finestra) sfruttò la storica divisione della città in sei (i sestieri) e adottò una numerazione progressiva  a serpentina, tale che ogni sestiere ha una media di 5.000 numeri civici. Come si presenta un indirizzo tipico a Venezia? “Castello 4429” ( è l’indirizzo di un celebre albergo). “Cannaregio 5719” (un celebre ristorante).

Come facevano i veneziani, prima che arrivassero gli austriaci? Semplice. Venezia è nata su un insieme di isole via via collegate da ponti. Ogni isola ha (o aveva) la sua chiesa (alcune furono distrutte in periodo napoleonico) e quindi la sua “parochia”. I “postini” della Serenissima si orientavano in questo modo: parochia (= isola), e nome della famiglia (Ca’ Farsetti, Ca’ Loredan e via discorrendo: Ca’ = casa, con il nome della famiglia che vi abitava). Se avete in casa qualche lettera pre-filatelica, vedrete che si presentano così: nome cognome e “parochia”. A chi vuole avventurarsi nel labirinto di Venezia e ancora non lo conosce, consiglio di fare la stessa cosa: naso all’insù, cercate i campanili! Sono il miglior punto di riferimento per non perdersi, e anche se non dovesse funzionare.. perdersi è romantico, potrebbe portarvi a scoprire luoghi che non avreste mai immaginato: come questo della foto, che pochi turisti conoscono.

Nella foto: sotoportego e Corte Delfina, con lo stemma della famiglia Dolfin. Una delle casate dalla nobiltà più antica, i Dolfin diedero alla città un Doge (Giovanni Dolfin, 1356-1361). Quanto all’origine del cognome, i cronisti dell’epoca la fanno discendere da un soprannominato “Delfino” per l’abilità nel nuoto: certo che si nuotava, a Venezia, nei canali, fino a pochi decenni fa.. e nelle isole minori (dove l’acqua è più pulita) i ragazzini lo fanno ancora.

Un’ultima curiosità: le indicazioni toponomastiche a Venezia vengono chiamate “nizioleti” (da “piccole lenzuola”, in riferimento al loro bianco candore). Lettura consigliata: http://venezia.myblog.it/archive/2009/04/13/nizioleti-a-venezia.html

I primi francobolli del Regno (di Sardegna)


Nall’immagine: il “penny black italiano” (francobollo da 5 centesimi, a sfondo nero, con effigie di Vittorio Emanuele II°, emesso nel 1851):

Il primo francobollo della storia (penny black, regina Vittoria) risale al 1840, ma in Italia dovremo aspettare fino al 1850 (prima emissione del lombardo-veneto, all’epoca austro-ungarico). In quel momento storico (e fino al 1861) l’Italia era frammentata in Stati, Ducati e Granducati, per la gioia (postuma) dei collezionisti, che nel decennio 1850-1860 trovano ampia materia di studio e qualche piccola soddisfazione: quelli degli “Antichi Stati italiani” sono i francobolli più ricercati del mondo (e anche i più cari, rispetto ai loro “coevi” di Paesi che all’epoca avevano già trovato il loro assetto unitario). Probabilmente sono anche i più belli, e sicuramente i più interessanti dal punto di vista storico.

Nel Regno di Sardegna (che comprendeva anche la Savoia e la Contea di Nizza, oltre a Piemonte, Liguria e Sardegna) i primi  francobolli furono emessi l’1 gennaio 1851. Erano tre valori (da 5, 20 e 40 centesimi) con l’effigie di Vittorio Emanuele II° in stampa litografica, senza filigrana (a differenza dal penny black inglese). L’assenza di filigrana dette origine a numerose falsificazioni (le più note: i falsi di Genova e quelli di Ginevra).

Dal punto di vista collezionistico, i falsi d’epoca hanno un loro interesse (e quindi un certo valore di mercato); il problema sono i falsi e le riproduzioni recenti, come quelle che si vedono in vendita su ebay. Valore di mercato zero, eppure in molti ci cascano. Motivo? Un misto di ingordigia e ingenuità (di chi li compra, gettando i suoi soldi dalla finestra) e spregiudicatezza (di chi li vende, ben conoscendo le debolezze dell’animo umano): il francobollo più “comune” fra quelli della prima emissione (il 20 centesimi azzurro) vale 16.000 euro (per la tinta più comune) allo stato nuovo. Per un 5 cents nero parliamo di 24.000 euro, per un 40c. rosa di 34.000 euro. Quando sono autentici, sono quasi sempre firmati (da un perito) o accompagnati da un certificato peritale. Se non sono firmati lasciate perdere: questi pezzi da collezione hanno 160 anni di vita e in 160 anni, è difficile che nessuno abbia valorizzato il capitale che aveva in mano (facendolo periziare) anziché svenderlo per quattro lire. Eppure, questa elementare riflessione sembra sfuggire a molti: da una mia personale stima, basata su un’osservazione a campione, ritengo che l’80% dei francobolli della prima emissione in vendita su ebay siano falsi.

L’esemplare della seconda foto (un 20c. su lettera del 1853) è firmato Bottacchi (uno dei più grandi periti italiani) e appartiene adesso alla collezione del Dr. Carlo Bigi.

I sondaggi di Rialtofil: istruzioni per l’uso


“La parola ai collezionisti” è la nuova sezione che da oggi potrete utilizzare per esprimere il vostro parere sugli argomenti di volta in volta proposti.

Primo sondaggio (attivo da oggi, 14 dicembre):

“Periti e perizie, quali sono le firme a cui date maggior fiducia?”.

La lista iniziale ne indica dieci ma il sondaggio è “aperto” e permette a ciascun partecipante di aggiungere altre opzioni di voto. Mi raccomando: se votate “altri” vogliate per cortesia precisare a chi vi riferite: il sondaggio permette di aggiungere altri nomi, cliccando su “altri” e inserendo il nome da voi scelto  nella casella che appare alla voce “others”.

Regole di base:

1. è possibile dare risposte multiple (= votare per più di un perito).

2. si vota una volta sola (il server è intelligente, se qualcuno vota più volte riconosce l’IP address e quei voti non li conta).

3. si vota entro il 14 gennaio (un mese da oggi): per quella data intendo chiudere il sondaggio e pubblicarne i risultati definitivi. Nel frattempo, se siete curiosi, il risultato provvisorio sarà consultabile cliccando su “view results”.

Ultima precisazione da parte mia: nella lista dei dieci non figurano gli amici Umberto Ballabio e Paolo Cardillo (ma potete aggiungerli voi). Perché ??? Primo, perché sono amici. Secondo perché, con la correttezza e la modestia che li contraddistingue, non si sono mai presentati come periti ma come esperti (di Antichi Stati italiani). Per quanto mi riguarda, alla loro firma accordo la massima fiducia, negli ambiti di specializzazione che si sono scelti.

Buon voto a tutti,

Rialtofil

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