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In bilico fra “Venezia salva” e “il gondoliere cinese”


“E quella riva lì, è bergamasca”? Pescatore: “Terra di San Marco”. Renzo: “Viva San Marco!” (“I promessi sposi”, capitolo XVII°)

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Il dialogo del “rifugiato” Renzo Tramaglino che nel XVII° secolo (attraversando il fiume Adda) cerca asilo nella Serenissima, di cui Bergamo faceva parte, mi è ritornato in mente perché nel medesimo secolo è ambientata “Venezia salva”: l’opera incompiuta di Simone Weil, che la scrisse negli anni più bui dell’occupazione nazista e dalla quale è (liberamente) tratto l’omonimo film presentato ieri alla Mostra del Cinema di Venezia dalla regista Serena Nono.  Perché Simone Weil scelse proprio Venezia per ambientare quel messaggio di speranza, nel momento in cui una dittatura spietata voleva assoggettare l’Europa intera e omologarla all’insegna di un “nuovo ordine”?

Le due opere sono ambientate nello stesso periodo (la prima metà del ‘600); la seconda è una tragedia, la prima è un romanzo, ma entrambi gli autori scelgono la Serenissima come metafora per parlare ai loro contemporanei: gli italiani sotto il giogo austro-ungarico, nel caso del Manzoni; gli europei sotto il (ben più tragico) giogo nazista, nel caso di Simone Weil. “Qui però, vedi, la va più quietamente, e si fanno le cose con un po’ più di giudizio” (I promessi sposi, Capitolo XVII°): sono le parole con cui Bortolo Castagneri accoglie il cugino “rifugiato” a Bergamo.

Mi sono interrogato, sul perché di questa scelta letteraria, e la risposta non è univoca. Forse perché nel XVII° secolo questa era ancora una Repubblica indipendente, in un’epoca dominata dai grandi imperi e dalle dinastie ereditarie? Forse perché l’avevano fondata dei rifugiati in cerca della loro terra promessa, quando l’Italia era devastata dalle invasioni barbariche? Forse perché, unico Stato in Italia, non censurava né bruciava i libri “scomodi” e non ospitava tribunali della Santa Inquisizione? Tutte risposte valide ma parziali. Anche Genova aveva avuto la sua Repubblica (ormai ridotta a stato “vassallo” della Francia). Perché “Serenissima”, quando invece la repubblica di Genova era soprannominata “la Superba”?

La risposta non si trova (soltanto) nei libri di storia o nelle memorabili pagine di Cassiodoro, ma si “respira” ancora nelle calli della città (quando non sono troppo affollate): una città a misura d’uomo, dove il potente non aveva bisogno di rinchiudersi in un castello o in una fortezza, e dove tutti si sentivano partecipi di un progetto comune (che agli albori era anche un “sogno” visionario). Una città dove tuttora si gira a piedi e le persone si incontrano ancora in calle o in campo, umili o potenti che siano; una città dove i ragazzi e le ragazze vanno a scuola da soli (senza i rischi che correrebbero altrove), e dove gli adulti si salutano quando si incrociano, e spesso si prendono ancora il tempo di bere qualcosa insieme, senza bisogno di appuntamenti formali.

Le case dei nobili e quelle degli artigiani, nelle stesse calli. Ognuno di noi è unico e irripetibile, sembrano dirci le case veneziane: se ci guardate bene, anche le più modeste portano un segno distintivo (un battacchio, una finestra, un’ altana o una patera, o semplicemente il colore) che rende ogni casa diversa da quelle vicine. Pensate alla differenza rispetto ai canoni costruttivi di altre città, che ci omologano in edifici sempre più simili fra loro, ad ammonirci che per qualcuno siamo soltanto dei numeri! Questi dettagli esprimono una filosofia di vita: l’umanesimo di una città che al centro aveva posto l’essere umano. Polvere siamo e polvere ritorneremo? “D’accordo, ma guardate  di cosa siamo capaci” – sembrano volerci dire quei folli che sull’acqua costruirono e difesero una città unica al mondo.

La bellezza ci salverà dalle barbarie? Era il messaggio di Simone Weil, magistralmente rappresentato dal film di Serena Nono, che per interpretarlo ha fatto una scelta coraggiosa e temeraria. A recitare in questo film (coprodotto da RAI Cinema) non sono attori professionisti: con l’eccezione del bravo David Riondino, “il film ha come protagonisti gli ospiti della Casa dell’Ospitalità di Venezia” (persone senza fissa dimora, come dovevano esserlo i primi abitanti delle lagune):

http://www.veneziasalva.it/1/chi_siamo_520104.html

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Scelta coraggiosa, la sua (e scommessa riuscita!) agli antipodi del cinema “facile” che riempirà le sale nel periodo natalizio con i suoi prodotti “panettone”. Dal suo film, e dalle due opere già citate, vorrei partire per pormi una domanda: siamo ancora capaci, noi che abbiamo ricevuto “in prestito “questa città unica al mondo, di salvarla e salvaguardarla dall’appiattimento generale, che la vorrebbe assimilare alle altre realtà urbane? Ne siamo ancora degni e capaci, o ci stiamo silenziosamente avviando al destino metaforicamente descritto in questo libro?

Il libro ha due protagonisti: il il veneziano “DOC” Alvise Forcolin e il gondoliere cinese (Fosco Lin, nato a Cannaregio). Il secondo salverà il primo, ridotto in catene come un cane, in una dimora misteriosa e realmente esistente (ma inaccessibile al pubblico). Metafora aspra, certo, a tratti “sgradevole” come può esserlo un pugno nello stomaco o il suono del fischietto dell’arbitro quando estrae un cartellino giallo, e come tale va letta: un cartellino giallo con fischio di avvertimento, che andrebbe ascoltato prima di essere “espulsi” dalla città con un cartellino rosso chiamato sfratto (quello cantato dai Pitura Freska, per capirci, nella profetica “Venezia in affitto”). Per capire che di metafora (e satira) si tratta, ecco uno stralcio dell’immaginaria “lettera al Gazzettino” con cui si apre il libro:

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Qualcuno dirà che è eccessiva, come metafora allegorica? Forse perché non è stato testimone dell’invasione che negli ultimi anni ha visto la città perdere abitanti (in proporzioni simili a quelle dell’epidemia di peste descritta nel libro del Manzoni) a favore della speculazione più becera che in ogni palazzo vuole un hotel o un bed and breakfast, e quando i palazzi non bastano riempie la Marittima (e il canale della Giudecca) con condomini galleggianti a 12 piani chiamati “navi da crociera”: quelli contro la cui presenza in laguna si sono scatenati anche “il ragazzo della via Gluck” alias Celentano e Fiorella Mannoia e Berengo Gardin e tanti altri artisti, attoniti e rattristati dal modo in cui la città viene sfruttata. Tempo fa avevo scritto (ispirandomi al libro di Gian Antonio Stella, e guardando la sagoma di certe maxi-navi che oscurano ogni cosa al loro passaggio): “Venezia non ha più una skyline, ma una schei-line” (schei = soldi, in veneziano). Le navi da crociera a qualcuno portano “schei”? Sarà, ma attenti a non fare la fine di Alvise Forcolin.

La settantesima Mostra del Cinema è l’ottimo film di Serena Nono, ed è anche questo:

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Salviamola questa città, che non è soltanto nostra: in prestito l’abbiamo ricevuta, per consegnarla alle generazioni future. “Salvarla” significa salvaguardarne il tessuto urbano e sociale, perché adesso come nel 1940 rappresenta un baluardo simbolico che di fatto si oppone (in quanto irriducibile, grazie alla sua “forma urbis”) all’appiattimento generale che tutto vorrebbe omologare. Salvarla significa proteggerla dal rischio di incidenti come quello di Genova (Jolly nero, 7 maggio 2013) ma non significa soltanto proteggerne le pietre, magari ridotte ad un guscio vuoto, perché Venezia non è Pompei e non ha intenzione di diventarlo: amarla significa anche ripristinare il necessario equilibrio fra turismo e residenti, che è vitale quanto il delicato equilibrio fra terra e mare su cui si regge Venezia.

Rialtofil, 7 settembre 2013

Per chi fosse interessato alla ricostruzione (solo apparentemente romanzata) della vita di Venezia ai suoi albori, consiglio la lettura del cap. X de “L’ultima legione” di V. M. Manfredi, che in quella specifica pagina si ispira al documento storico di Aurelio Cassiodoro:

CASSIODORUS, Variarum libri XII, XII, 24

..documento sul quale intendo ritornare, in un prossimo articolo. Altri comunque l’hanno già commentato, e a titolo di esempio propongo questo:

http://www.veneziadoc.net/Storia-di-Venezia/Lettera_Cassiodoro.php

Credits:

“Addio monti sorgenti”, olio su tela di Luigi Bianchini (1861), Casa Manzoni;

Tae Cimarosti (per le foto dalla Mostra del Cinema);

Salviamovenezia.wordpress.com (per la foto della manifestazione del 2 settembre, all’Hotel Excelsior).

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Lombardo-Veneto 1850!


I primi francobolli emessi in Italia: Lombardo-Veneto 1850 (per il Regno di Sardegna bisognerà attendere il 1851, come per il Granducato di Toscana; nello Stato Pontificio, i primi francobolli vennero emessi nel 1852, come quelli di Modena e Parma, mentre per la prima emissione del Regno delle due Sicilie l’attesa durerà fino al 1858). In alto, sotto al 5 cents con annullo Adria, due francobolli da 15 e 30 centes con l’annullo forse più ricercato: quello “muto” di Venezia (V di Venezia in triplice cerchio). Questo annullo venne utilizzato soltanto per cinque settimane: dal 24 dicembre 1850 al 28 gennaio 1851!

Al terzo piano di questo “alberello”, altri due annulli che a me piacciono in modo particolare: “da Venezia col vapore” (in uso sui battelli a vapore del Lloyd che collegavano Venezia con Trieste) e Motta (come il panettone, certo.. ma è Motta sul Livenza, provincia di Treviso) su affrancatura “bicolore” (10+5 centes). Poco più sotto, Santa Maria Maddalena (Rovigo) e Zara (Dalmazia). In basso a sinistra, il primo annullo di raccomandazione (“raccomandata”, in stampatello diritto). Finito l’alberello, terminate le decorazioni, vi.. raccomando e auguro un

Serenissimo Natale e Buone Feste!

Porte d’acqua


RiodeiMiracoli

“I simply think that water is the image of time, and every New Year’s Eve, in somewhat pagan fashion, I try to find myself near water, preferably near a sea or an ocean, to watch the emergence of a new helping, a new cupful of time from it.. this is the way, and in my case the why, I set my eyes on this city”.

Iosif  Brodskij, Watermark

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Iosif  Brodskij, uomo libero (come amava definirsi) e premio Nobel per la letteratura, trascorreva ogni anno il mese di gennaio a Venezia: gennaio, il mese più freddo ma anche quello meno “battuto” dai turisti. Le sue spoglie riposano nell’isola di San Michele, all’ombra di un grande portapenne in cui molti ancora depositano una matita, una penna o un pennarello, in segno di omaggio al suo talento (tempo fa c’era anche quella che si diceva fosse stata la sua ultima bottiglia di vodka, ma quella è sparita). La sua intuizione rimane, ed è l’equazione acqua = tempo, che a Venezia (non a caso) scorre in modo completamente diverso. Una città costruita sull’acqua nell’illusione di fermare il tempo, o anche soltanto di rallentarne la corsa inesorabile, o semplicemente nell’aspirazione di vivere in armonia con il suo scorrere, consapevoli che nulla può veramente fermarlo.

Per secoli, a Venezia, la porta principale delle case è stata quella d’acqua, e non quella che dava in “calle”. Nelle dimore storiche, questo si riflette anche nelle proporzioni rispettive delle porte (più ampia quella d’acqua, modesta e spartana quella di terra). Per tutta la durata della Repubblica (e fino all’Ottocento) quello di Rialto fu l’unico ponte utilizzabile per l’attraversamento “pedonale” del Canal Grande: per gli spostamenti quotidiani, i veneziani utilizzavano la barca e la miglior prospettiva da cui apprezzare la città rimane quella che dai canali guarda verso le rive e le case, che sull’acqua poggiano le fondamenta, nell’acqua si specchiano in un gioco di riflessi e all’acqua offrono il loro “lato” migliore:

A chi volesse visitare Venezia da questa angolazione (che poi è la migliore), consiglio un libro straordinario: “Venezia vista dall’acqua”, di Giannina Piamonte.  Per girare la città in barca (a remi, di preferenza!), è una guida preziosa, e probabilmente l’unica nel suo genere: i percorsi vengono proposti (con ampia dovizia di particolari) seguendo non già le calli e i campi,  ma il corso dei rii e dei canali che permettono di vedere Venezia con gli occhi di chi decise di costruirla e farne quello che è diventata: “il sogno più compiuto mai realizzato dagli uomini” (Jean d’Ormesson). Se invece prendete un taxi d’acqua, ricordate che non tutti i canali sono accessibili a questi mezzi di trasporto (e per fortuna: i taxi d’acqua montano motori da 200 cavalli).

Se avrete la fortuna di girare per Venezia in questo modo, nel giro di pochi minuti dimenticherete la calca dei troppi turisti pigiati in calli troppo strette per loro e gli altri problemi che affliggono una città vittima del suo successo, e ne percepirete invece la magia che ha fatto scrivere a Jean d’Ormesson:

“Venise nous apprend que la mort n’a pas le dernier mot. Ce qui a le dernier mot, c’est le souvenir, la création, le rêve, l’espérance”.

 

La mia città


Punta della Dogana, vista dal campanile di San Marco. Qui pagavano dazio le merci in arrivo nella Serenissima: spezie e seta in particolare, che presentavano il vantaggio di essere merci leggere (quindi adatte al trasporto per via di mare) ed estremamente ricercate. Come certe rarità da collezionisti.. dirà qualcuno.

Cariche di quelle leggerissime merci, le galee veneziane solcavano i mari e il mercato di Rialto fu, per un paio di secoli almeno, il più ricco del Mediterraneo, tanto da ispirare a William Shakespeare “il mercante di Venezia” (opera teatrale di cui consiglio anche la versione cinematografica, con un sorprendente Al Pacino).

A distanza di secoli, le dimore storiche si specchiano ancora sul Canal Grande a ricordarci la ricchezza che tale commercio aveva portato alla città, ma anche e soprattutto il buon gusto e la lungimiranza di quei mercanti, che ci hanno tramandato una città unica al mondo.

Della mia città sono profondamente innamorato. Spero che mi perdonerete se intendo pubblicarne altre foto, di tanto in tanto. Vero è che in Italia abbiamo anche questa fortuna: città d’arte e a misura d’uomo, dove ogni pietra ha una storia (o forse molte) da raccontare.. come questo leone di guardia all’Arsenale, che compare anche nella “favola di Venezia” (Hugo Pratt) e in realtà ci viene dalla Grecia (bottino della guerra di Morea del 1684, in cui la Repubblica Serenissima sconfisse l’Impero Ottomano). Le scritte runiche (quelle di cui parla Corto Maltese) ci sono veramente, e raccontano dei mercenari vichinghi inviati da Costantinopoli in Grecia. Qualcuno pensava che fosse solo una favola? Le scritte sono state decifrate, la traduzione la trovate qui:

http://it.wikipedia.org/wiki/Leone_del_Pireo

Nella foto in basso: un Palazzo che non ha bisogno di presentazioni, e un altro leone che ha viaggiato molto: quello che troneggia in cima alla colonna (se lo guardate da vicino, vedrete che in realtà è una chimera), è molto più antico di Venezia (che pure ha la sua venerabile età), venne “prelevato” chissà dove (i quattro cavalli della basilica, del resto, provengono dal sacco di Costantinopoli) e adottato dai veneziani per farne il simbolo della loro potenza marittima. Da lontano la sua silhouette evoca grazie ed eleganza, ma attenti a non avvicinarvi troppo. Che cosa rappresenti veramente, lo potete vedere qui: http://www.felicecalchi.com/it/cat-animali/209-mod-an16.html

Fra le due colonne, del resto, venivano eseguite le sentenze capitali, ed è forse per questo che i veneziani tuttora evitano di passarci in mezzo.. come potete immaginare, si dice che non porti bene. Sulla sinistra potete vedere quella che era la Zecca di Stato della Serenissima: i grossi d’argento e i ducati d’oro venivano coniati qui. Se passate da Venezia, non perdetevi una visita al Museo Correr, dove sono esposti.

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