Rialtofil

Il veliero restaurato


Vprua

Rialtofil ringrazia.. Valentina Di Rondò, che con grande perizia e infinita pazienza ha restaurato un veliero a cui ero molto legato, per tre motivi:

  1. Si tratta della riproduzione in scala di quella che è la più antica nave al mondo tuttora galleggiante: la “Constitution”.
  2. La nave in questione (una nave da guerra) venne varata nel 1797, ultimo anno di esistenza di quella Repubblica marinara e “Serenissima” il cui sistema costituzionale era stato fonte di ispirazione per la Costituzione americana, a un tempo in cui la giovane repubblica chiamata “Stati Uniti d’America”, formata da 13 Stati costieri, era circondata da Regni e Imperi: non tutti lo sanno ma la Repubblica di Venezia fu uno dei primissimi Stati sovrani a “riconoscere” gli Stati Uniti d’America e a intrattenere relazioni diplomatiche regolari con i “ribelli” americani (tali erano ovviamente considerati dalla Madre Patria inglese); in qualche modo, quella nave americana rappresenta un “passaggio delle consegne” fra l’antica Repubblica marinara, che in quell’anno cessava di esistere dopo 11 secoli di indipendenza, e la nuova Repubblica che, nata da una rivoluzione anti-monarchica, sarebbe diventata la più grande potenza mondiale.
  3. L’autore del manufatto è Livio Antonelli, dalla cui figlia (tuttora in vita) acquistai la mia prima casa in Laguna, molti anni fa; all’epoca dell’acquisto, ricordo l’insistenza con cui, affascinato dall’opera di ingegno, dissi ai proprietari che la casa l’avrei comprata a una condizione: che il veliero restasse dov’era. Due traslochi successivi avevano messo a dura prova il gioiellino, la trascuratezza mia aveva fatto il resto e il povero veliero era in uno stato che definire “critico” sarebbe eufemistico. Prima di esporre i risultati del restauro, qualche cenno storico è necessario per spiegare i motivi di questo legame affettivo.Arsenale2

I più antichi disegni di barche appaiono in tombe egizie di 6.000 anni fa e agli antichi egizi possiamo far risalire con qualche certezza le prime imbarcazioni che, dopo aver fatto le loro prove fluviali, solcavano il Mediterraneo con navi a vela rettangolare; la vicinanza del Libano (grande fornitore di legno di cedro) agevolò lo sviluppo della cantieristica come poi avrebbero fatto la foresta del Cansiglio, gestita con lungimiranza dalla Repubblica di Venezia e la povera Irlanda, letteralmente disboscata per le esigenze della più grande flotta di tutti i tempi: quella dell’Impero britannico, che si estendeva su 5 continenti e applicò per qualche tempo su scala mondiale la politica di espansione veneziana nel Mediterraneo orientale: quella di un’espansione “mirata” al controllo delle coste e quindi degli scali strategici per controllare le rotte marittime in quanto funzionali al commercio, più che a disegni annessionistici di tipo territoriale (per capirlo basta guardare ai capisaldi britannici nel Mediterraneo nel XX° secolo: Gibilterra, Malta e Cipro che già era stata veneziana).

http://www.museozattieri.it/Ita/Home/index5e6e.html?idElem=105

Arsenale1

La flotta veneziana, all’apice della sua espansione, era composta da galee le cui dimensioni ci sono state tramandate in documenti manoscritti di Theodoro de Nicolò, un costruttore veneziano del XVI° secolo. Per una descrizione accurata dei vari tipi, rinviamo al sito dell’amico Gilberto Penzo:
http://www.veniceboats.com/it-flotta-navi-navi-sottili.htm

Le galee e le galeazze furono protagoniste della battaglia di Lepanto, ma il baricentro degli scambi commerciali si era ormai spostato sugli Oceani dove imperavano i galeoni, e dopo di loro i vascelli. “Il Galeone (che precede il Vascello e la Fregata) nasce e si sviluppa completamente privo di remi e dunque con la forza propulsiva affidata alle vele. Altra cosa erano, appunto la galea, la galeazza, la galea bastarda, la galea da mercanzia, la galea capitana e galea catalana: Queste sì, tutte, a remi e a vela” (Cesare Peris).

Per chi volesse approfondire l’evoluzione delle navi prodotte dall’Arsenale di Venezia, il sito di Cesare è ricchissimo di dettagli:

http://www.veneziamuseo.it/ARSENAL/schede_arsenal/navi.htm

Arsenale3

Il galeone non prese mai piede a Venezia “perché palesava enormi difetti di tenuta con il vento di traverso (bora)” e tali difetti “lo resero ostico ai veneziani che, infatti, svilupparono il vascello poi imitato e migliorato dalle altre marine europee” (Cesare Peris). Tra il 1686 e il 1692 il rio e l’ingresso dell’Arsenale furono ampliati per agevolare il passaggio delle nuove imbarcazioni, demolendo e ricostruendo le due torri duecentesche. Per approfondire la produzione della Serenissima, nulla di meglio della pagina di Cesare:

http://www.veneziamuseo.it/ARSENAL/schede_arsenal/vascelli.htm

Arsenale4

L’evoluzione dei vascelli nel secolo successivo porta infine al veliero di cui stiamo parlando: la fregata. In estrema sintesi, “una nave molto veloce, può raggiungere i 12 nodi e può stringere il vento fino a 60 gradi. Il suo utilizzo principale è per la caccia al nemico e per l’esplorazione. Le dimensioni che raggiunge sono di m 55 di lunghezza fuori tutto e m 45 alla linea di galleggiamento, e m 12 di larghezza. Oltre ai cannoni (già presenti sui vascelli) porta anche armi più leggere. Di solito vengono caricati anche tre o quattro mortai a canna corta ed inoltre dei piccoli cannoni girevoli, che vengono montati lungo le impavesate (la parte superiore delle murate) ed utilizzati nei combattimenti ravvicinati”:

http://www.ammiraglia88.it/SEZIONE_NORMALE/PAGINE_SITO/velieri.html

La Storia secolare della Repubblica di Venezia volgeva ormai al termine ma l’Arsenale continuò ad essere all’altezza della sua storia gloriosa fino agli ultimi giorni (navi da guerra vennero varate anche nel 1794), e questo spiega forse la brutalità forsennata con cui l’occupante francese si accanì contro tutto quello che poté bruciare o distruggere: Bucintoro compreso, ma l’ultima nave da guerra varata dalla Repubblica di Venezia fu per l’appunto una “fregata”. Per approfondire la materia, ricorriamo ancora una volta al sito dell’amico Cesare Peris:

http://www.veneziamuseo.it/ARSENAL/schede_arsenal/fregate.htm

..e con questa premessa giunge il momento di presentarvi il risultato del restauro, ancora “ormeggiato” nel laboratorio di Valentina: la fregata americana Constitution (1797). Come si presentava prima delle amorevoli cure:

Vprima

..e come si presenta adesso, con i suoi pezzi originali restituiti a nuova vita:

Vdopo

Qualche parola sulla nave, prima di passare alle foto successive? La “Constitution” venne costruita a Boston con assi di quercia della Virginia spessi fino a 178mm, su progetto di Joshua Humphreys. Fu varata il 21 ottobre 1797 ed entrò in servizio nel luglio dell’anno successivo. Battezzata in omaggio alla Costituzione degli Stati Uniti d’America, era una delle sei fregate di cui il governo statunitense autorizzò la costruzione nel 1794, più grandi e meglio armate rispetto alle normali fregate dell’epoca. L’intera costruzione era in rovere massiccio, mentre il fasciame in alcuni punti presentava uno spessore di 18 cm. Lo scafo era inoltre rivestito da una lamiera di rame.

Vprua

La Constitution si coprì di gloria nella guerra del 1812 contro la Gran Bretagna, sotto il comando del capitano Isaac Hull. Durante una battaglia con la fregata britannica “Guerriere” sembrò che le palle di cannone rimbalzassero sullo scafo, episodio che le valse il soprannome di “Old Ironsides” (fianchi di ferro, anche se la nave era di legno): http://captainsclerk.info/archives/visual/FIRST%20WAR%20CRUISE%20%281812%29/uss_constitution.html

Vcannoni

Nel bicentenario del varo (1797) ha ripreso servizio a tutti gli effetti nei ranghi della US Navy che la utilizza per visite guidate e questo ne fa la nave  più antica del mondo fra quelle ancora flottanti: https://it.wikipedia.org/wiki/USS_Constitution

Grazie a Valentina, la sua riproduzione in scala (83 centimetri di lunghezza) è pronta per riprendere servizio, seguendo l’esempio dell’originale. Avete un veliero impolverato in soffitta, che ha bisogno di cure come ne aveva questo? Scrivete direttamente a lei, a questo indirizzo:

valentina.dirondo@gmail.com

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Post Scriptum: a proposito del punto 2 sopra evocato, dal sito “Storia Veneta” riprendo integralmente la traduzione della lettera in inglese ivi riprodotta, indirizzata all’Ambasciatore della Serenissima nel 1784:

..gli Stati Uniti d’America riuniti in Congresso, giudicando che un rapporto tra i detti Stati Uniti e la Serenissima Repubblica di Venezia fondato sui principi di eguaglianza, reciprocità e amicizia sarebbe di mutuo vantaggio per entrambe le nazioni, nel giorno dodicesimo dello scorso maggio hanno conferito mandato con sigillo di detti Stati ai Sottoscritti come loro Ministri plenipotenziari, dando loro od alla maggioranza di essi pieni poteri ed autorità, in nome e per conto di essi detti Stati, per conferire, trattare e negoziare con Ambasciatore, Ministro o Commissario della detta Serenissima Repubblica di Venezia investito di pieni e sufficienti poteri, per e con riguardo ad un Trattato di Amicizia e Commercio, per fare e ricevere proposte in materia di un tale Trattato ed infine di concludere e sottoscrivere lo stesso, trasmettendolo ai detti Stati Uniti riuniti in Congresso per la loro ratifica finale.
Ci pregiamo di poter informare sua Eccellenza che abbiamo ricevuto mandato in dovuta forma e che siamo pronti ad entrare in negoziato non appena vi sia da parte della detta Serenissima Repubblica di Venezia un pieno potere all’uopo disposto.
Abbiamo infine l’onore di richiedere a sua Eccellenza di trasmettere questa informazione alla Corte [al detentore della sovranità; NdT] e di farlo con grande rispetto,
Obbedientissimo ed umilissimo servo
di sua Eccellenza,
John Adams, Benjamin Franklin, Thomas Jefferson

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Xe megio esser paron d’una sessola, che servitor d’una nave.


Vivere in simbiosi con l’acqua e le sue onde, comunicare con una parlata che ne segue il ritmo armonioso con abbondanza di vocali e sopprimendo le consonanti doppie, muoversi su piccole barche a fondo piatto ognuna delle quali ha un nome, come i cavalli.. vivere a Venezia significa anche e soprattutto accettarne e apprezzarne l’unicità che sfugge (per quanto tempo ancora?) all’omologazione dei consumi imperante: quella che tutto appiattisce e vorrebbe trasformarci in codici a barre, creando desideri artificiali (e fonte di frustrazione, per chi non potrà soddisfarli a suon di carte di credito) quando a noi basta così poco, per essere felici:

B4

Un premio Nobel per la letteratura che tutti gli anni a Venezia amava trascorrere il mese più rigido (gennaio) alle nostre barche ha dedicato questi versi:

Scialuppe, motoscafi, lance, barche,

come scarpe spaiate del Creatore,

calpestano con zelo archi e pinnacoli *

(*riflessi nell’acqua che fa loro da specchio)..

B2

..”ogni cosa è per due moltiplicata,

fuorché il destino, e la stessa H2O” (*l’acqua che fa da specchio alle cose)

Iosif Brodskij

B3

Versione originale:

Шлюпки, моторные лодки, баркасы, барки,

как непарная обувь с ноги Творца..

B7

..ревносто топчут шпили, пиластры, арки, выраженье лица.

Все помножено на два, кроме судьбы и кроме

самоей H2O

AsterixAccerchiati ma indomiti, come quei personaggi da fumetto che tenevano testa alla globalizzazione romana, i residenti utilizzano le vie d’acqua non calpestate dall’invasione turistica: le uniche dove ancora il tempo scorre come dovrebbe: con l’armonia primigenia  – perché acqua è tempo e tempo è acqua, come aveva intuito Iosif Brodskij (“Fondamenta degli incurabili”). A volte sono barche da lavoro, come quelle delle prossime foto, e il tocco del proprietario si manifesta in piccoli dettagli:B5Meglio essere padrone di una sessola” (l’umile strumento di legno che serve a svuotare le imbarcazioni dall’acqua) “che servitore di una Nave” – come recita il detto che ha dato il titolo a questa piccola rassegna fotografica.

A remi o a vela, al terzo o a motore.. lunga vita alle nostre barche!

B6Venezia, 15/12/2015

Il tesoro ritrovato, parte quinta: riapre il Museo del Vetro


L’avevamo promesso e ogni promessa è debito: l’8 febbraio ha riaperto i battenti il Museo del Vetro: ampliato, rinnovato e finalmente accessibile ai diversamente abili grazie a finanziamenti UE e comunali (due milioni di euro) che hanno fra l’altro permesso il ricupero di una porzione delle antiche “Conterie”.

Palazzo Giustinian

Il Museo si trova ovviamente a Murano, nel Palazzo Giustinian della foto, già sede vescovile (quando questa venne trasferita da Torcello a Murano) di cui avevamo parlato nella terza “puntata”, ricordando che in origine era un palazzo gotico (di proprietà della famiglia Cappello, che a Murano ne aveva due: il secondo si trova tuttora sull’altro lato del canale) e quando passò a Marco III° Giustinian (il Vescovo) venne trasformato secondo il gusto dell’epoca per assumere le forme che tuttora conserva:

http://rialtofil.com/2013/12/02/il-tesoro-ritrovato-murano-comera-nel-1600-parte-terza/

Sulla destra entrando (a piano terra) sono stati esposti materiali e attrezzi del mestiere, che evocano la tradizione millenaria di una lavorazione che affonda le sue radici in tempi antichissimi:

20150208_104603

attrezzi e arnesi II

..mentre quelle che seguono sono le foto della Corte interna, che conserva sculture e altri elementi marmorei di provenienza eterogenea, non corredati da alcuna targa descrittiva (ed è l’unico piccolo “appunto” che ci sentiamo di muovere alla Direzione museale):

Corte 1

..come ad esempio questa iscrizione antica, che meriterebbe di essere trascritta o quanto meno “spiegata” con un cartello perché allo stato attuale risulta quasi illeggibile:

Corte 2Il percorso di visita segue l’ordine cronologico, a partire dai reperti di epoca romana; ai piani superiori vige il divieto (teorico) di fotografare e a questo mi sono attenuto, anche se è facile immaginare che non verrà sempre rispettato: in una recente visita al Louvre, mi sono divertito a fotografare i turisti che fotogravano la Gioconda ed erano legioni, proprio di fianco al cartello di divieto: tutto il mondo è Paese e ovunque ci siano turisti che certe cose le vedono una sola volta nella vita, certe regole diventano un optional.

La creazione del museo risale al 1861 e alla tenacia dell’Abate Vincenzo Zanetti, in un contesto di crisi che, in quanto a cause ed origini, presentava molti punti in comune con il contesto attuale. Possa la direzione museale farsi erede di quella tenacia, e promuovere la cultura del vetro come aveva fatto quell’Abate, primo Direttore del Museo, che all’isola aveva anche dedicato una “Piccola Guida di Murano e delle sue officine”, nel 1869.

L’inaugurazione ha visto qualche metro di fila all’entrata, (gestita con garbo, professionalità e cortesia dal personale in servizio) segno dell’interesse con cui è stata accolta questa piccola buona notizia.

Brindisi inauguraleUn unico rammarico, parlando con i molti che ancora lavorano il vetro a Murano (e sono più di mille persone): quasi nessuno fra loro aveva ricevuto l’invito che qui riproduciamo, probabilmente riservato ai “soliti noti” che non necessariamente esauriscono la platea degli aventi diritto (sul piano morale), e per fortuna che la professionalità del personale all’ingresso ha evitato spiacevoli “incidenti diplomatici” con i residenti.

Invito..come circostanza attenuante (per la Direzione della Fondazione Musei Civici) valga il numero elevato degli invitati “potenziali”, perché a Murano il vetro lo si lavora ancora, lo producono in tanti (nonostante i luoghi comuni sui manufatti esposti nelle vetrine di Venezia, che non sempre sono “made in Murano”) e le “murrine” stesse (finalmente valorizzate nel Museo ampliato, grazie alla disponibilità dell’amico Gianni Moretti) potete vederle ovunque, come elemento decorativo, anche dove meno ve le aspettereste:

Murrine

Lunga vita al vetro soffiato e al vetro a lume, all’avventurina e alle murrine, ai goti e ai “veri de Muran”, e soprattutto a chi li produce con la passione e la maestria di cui quest’isola conserva il segreto.

Rialtofil, 9 febbraio 2015

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Il link alla quarta “puntata”:

http://rialtofil.com/2014/01/15/il-tesoro-ritrovato-parte-quarta-vetri-arsenico-e-segreti/

Il tesoro ritrovato, parte quarta: vetro, arsenico e vecchi segreti


Nelle puntate precedenti abbiamo visto come la Murano del XVII° secolo contasse 8.000 abitanti, dimore sontuose e chiese ormai scomparse, un suo Podestà (con sede nel Palazzo della Ragione, anch’esso scomparso) un libro d’oro e svariati privilegi. Da dove veniva tutta questa ricchezza, in un’isola che qualche secolo prima viveva essenzialmente di pesca e saline? Dalla capacità di preservare (nei “secoli bui” delle invasioni barbariche) e successivamente portare a vette ineguagliate (di perfezione e creatività) un’arte antica di cui troviamo già traccia negli scritti di Plinio il Vecchio (Naturalis historia) e Strabone (Geographica XVI° libro, 2,25) nel primo secolo dopo Cristo.

Un’arte antica, nata sull’altra sponda del Mediterraneo (“la parte della Siria che si chiama Fenicia e confina con la Galilea“, scrive Plino il Vecchio), già prospera in epoca romana (ad Aquileia in particolare) e poi rinata grazie ai profughi che sulle ceneri dell’Impero seppero creare una nuova civiltà in laguna e avviare una produzione di cui quest’isola (a partire dal 1295) venne a esercitare un monopolio gelosamente protetto dalla Serenissima Repubblica di Venezia che (come vedremo) ricorse a tutti i mezzi disponibili per evitare che certi segreti di fabbricazione venissero esportati e sempre cercò di trattenere (colmandoli di attenzioni) gli artigiani attratti dalle offerte delle potenze straniere (che se li contendevano a peso d’oro). Di cosa stiamo parlando, e quanta ricchezza produceva questa forma d’arte?

VEzXVII° ALVISE CONTARINI 1676-1684Per illustrarlo, partiamo da questa moneta: un “ducato d’oro del valore di 18 grossi d’argento” (decreto del Maggior Consiglio del 1284) pari a 3,5 grammi di oro zecchino (con 997 millesimi d’oro, è la moneta più “pura” della storia e a partire dal 1545 verrà chiamata semplicemente “zecchino”). Questo della foto risale al Dogado di Alvise Contarini (1676-1684) ed è quindi coevo alla carta di Murano da cui siamo partiti per questo viaggio nel tempo. Perché questa moneta? Perché otto milioni di ducati d’oro era il “fatturato” del vetro di Murano secondo gli storici del settore.

Facciamo qualche conto? Otto milioni di ducati moltiplicati per 3,5 grammi d’oro = ventotto tonnellate d’oro (28 milioni di grammi). Alla quotazione attuale dell’oro, corrispondono a 840 milioni di euro. Divisi per gli 8.000 abitanti dell’epoca, se il dato è corretto, farebbero 105.000 euro a testa (prodotto interno lordo “pro-capite”, bambini compresi). Al giorno d’oggi (e senza contare la differenza nel potere di acquisto, che all’epoca era superiore) il medesimo settore fattura all’incirca 100 milioni di euro all’anno (erano 150 milioni di euro nel 2006):

http://www.distrettidelveneto.it/index.php?option=com_content&task=blogsection&id=54&Itemid=130

Da cosa nacque, allora, la “crisi muranese” che nella prima metà dell’Ottocento portò alla demolizione di tanti gioielli architettonici, e quali similitudini presenta con la crisi che negli ultimi anni ha nuovamente colpito quel medesimo settore portante dell’economia isolana? Quali lezioni se ne possono trarre per risorgere dalle ceneri come la Fenice, e come già accadde nella seconda metà dell’Ottocento? Nessuno ha la bacchetta magica e non è qui che troverete la risposta, ma agli esperti che stanno affrontando la questione vorrei semplicemente offrire qualche spunto di riflessione partendo da un dato di fatto, che mi pare evidente: oggi come allora, l’economia isolana si deve confrontare con un duplice ordine di problemi I) le carenze dei governanti II) la concorrenza straniera.

VEAssi90Nella prima metà dell’Ottocento la concorrenza a basso costo (nel settore che qui ci interessa) era quella boema. La Boemia era una delle gemme della corona austro-ungarica, e quando Venezia venne consegnata in mano austriaca (per due volte: con il Trattato di Campoformido nel 1797 e con quello di Vienna nel 1815) il colpo per Murano fu durissimo: un po’ come se un domani la Repubblica italiana venisse smembrata e il Veneto venisse assegnato alla Repubblica Popolare Cinese, che infatti ha già insediato una sua folta “quinta colonna” a Venezia (perdonatemi la battuta).

Non è un caso o una coincidenza (a parere di chi scrive) se le chiese e i palazzi nobiliari che vennero incredibilmente demoliti (come spiegato nella puntata precedente) lo furono proprio nel periodo della seconda occupazione austriaca, e non è un caso se nel 1796, quando si organizzavano gli ultimi tentativi per difendere quella Repubblica che sarebbe stata travolta dagli eventi (o dall’ignavia dei suoi dirigenti) a Murano si contarono 500 “militi volontari”, che era un numero enorme rispetto alla popolazione dell’isola.

SanMarco

I muranesi si distinsero ancora quando da Chioggia a Palmanova, passando per Vicenza ed Osoppo, la rivoluzione del 1848 (iniziata a Venezia, con la presa dell’Arsenale) diede vita ad una nuova Repubblica Veneta, retta dal governo provvisorio di Daniele Manin. Cacciati dalla laguna, gli austriaci la misero presto sotto assedio e nella primavera del 1849 (quando le truppe imperiali avevano ormai ripreso con la forza tutte le città della terraferma) agli assediati venne a mancare tutto, compresa la polvere da sparo. Ebbene, a produrla in loco fu il farmacista muranese Antonio Colleoni, che già si era distinto come capitano della Guardia Civica e comandante di piazza: dalle erbe medicinali alle “polveri piriche” il passo fu breve, per l’esperto chimico che aveva aperto quella farmacia nel 1841 e che (pur essendo nato altrove, e quindi “foresto”) diventerà il primo Sindaco di Murano quando nel 1866 il Veneto entrerà a far parte del Regno d’Italia.

1848 VE 217E 5lire1848 II°tipo

La farmacia porta ancora il suo nome e si trova in Fondamenta dei vetrai (ai piedi del Ponte longo che attraversa il Canal grande di Murano). Al Colleoni muranese è dedicata anche l’omonima Fondamenta e ai nostalgici che vagheggiano del “buon governo austro-ungarico” verrebbe da chiedere come mai (se era così “buono”) i veneziani e i chioggiotti e i muranesi non vedevano l’ora di liberarsene, e per farlo rischiarono tutto con la rivoluzione del 1848: se fosse stato così illuminato come alcuni sostengono (e nelle campagne forse lo era, perché si appoggiava sui proprietari terrieri), i veneziani se ne sarebbero stati quieti a curare i loro affari e oggi magari parleremmo tedesco, oltre a bere lo “spritz” all’ora dell’aperitivo. La numerazione delle case nei nostri sestieri la introdussero loro? Certo, ma era semplicemente per tassarle meglio: se l’intenzione fosse stata quella di agevolare il viandante o il postino, non avrebbero optato per un sistema che conta 5.000 numeri civici in media e a serpentina, per ogni sestiere di Venezia. Se l’avessero veramente amata, non l’avrebbero bombardata e a più riprese (!) come fecero nel 1849, senza riguardo alcuno per chiese e monumenti:

http://rialtofil.com/la-foto-del-giorno/

La concorrenza boema (agevolata o comunque non ostacolata dall’occupante austriaco) fu dunque un colpo fatale, eppure i muranesi seppero trovare le energie e le intelligenze per una ripresa economica spettacolare già nella seconda metà dell’Ottocento, e l’isola ritrovò la sua prosperità. Una di queste intelligenze fu Vincenzo Zanetti, dal quale ho tratto alcuni dei dati qui citati (quello sugli 8 milioni di ducati, ad esempio). Una delle circostanze che facilitarono la ripresa fu invece la cessazione della dominazione austriaca (1866) ed il conseguente ripristino di una qualche forma di sovranità nazionale che non aveva più interesse ad aiutare la concorrenza boema ma piuttosto a fronteggiarla, come già aveva fatto la Serenissima. A scanso di equivoci, viste le possibili analogie con la situazione attuale, sia chiaro che questa pagina non intende fare “politica” ma divulgazione storica, e a chi vorrà leggerla offre solo qualche spunto di riflessione: ognuno di voi potrà trarne le conclusioni che vorrà, a seconda della sua sensibilità e dei suoi propri convincimenti.

Come si misura la “ripresa” econcomica dell’isola in quel periodo? Un primo importante indizio lo offre Marco Toso Borella (alla voce “abitanti”, nel suo “Dizionario di Murano”):

“Nel 1821, 4.400 anime (1500 in San Donà, per la gran parte “vignaioli o pescatori” e 2900 in San Pietro in maggior misura “occupati nelle fornaci”);
Nel 1904, 7.250 anime (lavoravano nell’isola 3000 operai, di cui 600 veneziani e buranelli)”.

La ripresa economica è visibile anche da piccoli dettagli di vita quotodiana come quello che segue: il raddoppio delle corse che collegavano Murano con Venezia, deliberato nel 1887. Al momento si parla invece di ridurle, ed è un “dettaglio” che dovrebbe far riflettere.

MunicipioMurano

Una prima crisi (e questo pochi lo ricordano) Murano l’aveva già conosciuta nel XVII° secolo: la “guerra degli specchi” del 1664, quando il re di Francia Luigi XIV° (detto “re Sole”) e il suo potente ministro Colbert (che di economia se ne intendeva) riuscirono ad attrarre alcuni maestri muranesi a Parigi per avviare una produzione su larga scala: Luigi XIV° si era messo in testa di costruire una nuova reggia, a Versailles, con l’obiettivo di farne la più sfarzosa del mondo. Dal canto suo, Colbert che sapeva fare di conto aveva capito i margini di profitto enormi di quel “business” che trasformava la sabbia in monete d’oro, e l’interesse di poter contare su un’industria nazionale anche in questo settore.  Risultato? Nel giro di pochi anni Murano conobbe “una grave crisi d’identità e di produzione, a sua volta foriera di nuove massicce emigrazioni che continuano per tutto il Settecento coinvolgendo anche le produzioni delle conterie (perle a lume) e delle margherite (perline forate)”.

Da cosa era stata innescata questa prima crisi, oltre che dagli appetiti altrui? Dall’errore di prospettiva che aveva portato alcuni muranesi ad accettare le offerte commerciali di una potenza straniera, esportando il loro savoir faire e alcuni segreti di fabbricazione. “Nulla di nuovo sotto il sole” – commenteranno forse alcuni amici, che ben conoscono le origini della crisi attuale – ma una volta imparati tali segreti e avviata la produzione in Francia, i francesi congedarono le maestranze muranesi accusandole di essere “incostanti, volubili e di pessimo carattere”. I transfughi a quel punto rientrarono in patria, ma le quote di mercato no: i francesi ormai avevano imparato a farseli da soli, quegli specchi che adorneranno la reggia di Versailles nel 1682:

http://it.wikipedia.org/wiki/Galleria_degli_Specchi#La_Galleria_degli_Specchi

A chi volesse approfondire, consiglio questa lettura: “I servizi segreti di Venezia” (Paolo Preto, 1994) dal quale apprendiamo ad esempio che quando Ferdinando de’ Medici  convinse alcuni maestri vetrai ad aprire una fornace a Pisa, il successo di quella prima “esportazione di tecnologia” fu all’origine di una piccola diaspora (a metà del 1600) le cui dimensioni cominciarono a destare preoccupazione a Venezia. Per porvi un freno e lanciare un “segnale” inequivocabile, la Serenissima ricorse ad alcune misure di varia natura, alternando carota (gli incentivi al rientro) e.. bastone. In che senso? Giudicate voi: nel 1658, il maestro vetraio Giovan Domenico Battaggia venne trovato morto per ragioni su cui esistono due versioni ufficiali. La prima è quella del medico (veneziano) di famiglia, secondo cui il decesso era dovuto a “quest’aria di Pisa che nella staggion del caldo è pessima e dolorosa”. La seconda, avvalorata da una confessione scritta di tale Bastian de’ Daniel, parla invece di un veleno personalmente consegnatogli dagli Inquisitori (della Serenissima) “col quale ho tolto di mezzo anche altri due operai, come è ormai di pubblico dominio a Murano”. Quale che sia la verità su quel decesso (altre morti simili si verificarono durante la “guerra degli specchi”), fra il 1659 e il 1660 tutti i transfughi (in terra toscana, che allora era terra “straniera”) rientrarono in laguna.

FoggyMurano

Altri tempi, altri metodi.. fra quelli descritti in quel libro (che per la verità accenna anche alla politica di “incentivi” messa in atto dalla Serenissima per tutelare la produzione in laguna) e la resa incondizionata ad una concorrenza fatta di prodotti a basso costo (ma di pessima qualità) si potrà ben trovare la giusta via di mezzo (“in medio stat virtus”), senza ricorrere all’arsenico: perché sarà anche vero che l’Italia ha vissuto una crisi economica particolarmente lunga, ma è anche vero che per i prodotti di qualità la domanda internazionale è in crescita costante e che questo settore ha conosciuto altre crisi cicliche (come ho cercato di dimostrare) ma sempre ha saputo risollevarsi e spiccare il volo, come questo gabbiano del compianto Maestro Gino Cenedese, ed è questo il mio personale augurio ai muranesi per il 2014. Manufatti come questi sono inimitabili, e se ne fanno solo in quest’isola che nelle fornaci ha forgiato anche il carattere dei suoi abitanti: “nemici dichiarati dell’ignavia e dell’ozio, naturalmente intelligenti, industri ed operosi, ritraendo qualche cosa dalla natura del fuoco e del vetro” (Vincenzo Zanetti).

GinoCenedese

Il seguito? Alla prossima puntata,

Rialtofil

15 gennaio 2014

Le foto sono mie ad eccezione di quella del manifesto avviso del 1877, che è tratta da: “L’Archivio municipale di Murano 1808/1924” (Sergio Barizza,Giorgio Ferrari).

Per saperne di più sulla Murano scomparsa, rinvio all’ottimo sito di Marco Toso Borella:

http://www.isolainvisibile.it/

Per qualche informazione in più sulla monetazione veneziana:

http://rialtofil.com/2011/12/29/72/

Per leggere la “puntata” precedente:

http://rialtofil.com/2013/12/02/il-tesoro-ritrovato-murano-comera-nel-1600-parte-terza/

Per una visita al Museo del vetro (sempre consigliata), corre l’obbligo di segnalarvi che al momento è oggetto di lavori di restauro co-finanziati dall’Unione europea; lo spazio visitabile è di conseguenza ridotto (così come il biglietto di ingresso):

http://museovetro.visitmuve.it/it/il-museo/sede/la-sede-e-la-storia/:

A lavori ultimati, Rialtofil vi aggiornerà su quella che è una delle eccellenze dei musei civici veneziani. A chi volesse approfondire le motivazioni economiche che nel 1848 portarono i veneziani (con i muranesi e i chioggiotti!) a sfidare un Impero, cacciare con la forza gli occupanti austriaci, riappropriarsi della propria sovranità e conservarla contro ogni avversità fino all’agosto del 1849, consiglio invece questa lettura:

http://www.einaudi.it/libri/libro/paul-ginsborg/daniele-manin-e-la-rivoluzione-veneziana-del-1848-49/978880614972

il Tesoro ritrovato (Murano com’era, nel 1600), parte terza


Terzo stralcio della carta di Murano, probabilmente parte di un atlas o isolario pubblicato in pochi esemplari (una ventina) e poi smembrato nei secoli successivi. Questo estratto sarà l’occasione per parlarvi della Basilica di San Donato ma anche dell’omonimo ponte o “ponte dei tuffi” e di altre curiosità muranesi.

Muran 1600

Cominciamo dalla Basilica dei Santi Maria e Donato (San Donà), perché ad essa è legata una delle pergamene più antiche conservate a Venezia: custodita nell’archivio patriarcale, è un documento dell’anno 999 in cui il parroco muranese Michele Monetario prestava giuramento di fedeltà al vescovo di Torcello. Quella dell’epoca (anno 999!) non era ancora la basilica attuale (edificata nel XII° secolo), e si chiamava semplicemente Santa Maria di Murano: la denominazione di “San Donato” venne aggiunta nel 1125, quando le spoglie del Santo vennero trasportate a Venezia da Cefalonia (isole ionie) e donate a Murano, che per ospitarne le reliquie fece costruire un grande altare. Il passo successivo fu la costruzione della basilica che possiamo tuttora ammirare: sul pavimento della navata centrale, nel più piccolo dei cinque cerchi iscritti in un riquadro decorato con figure di pavoni e grifoni, è tuttora visibile l’iscrizione latina con l’anno 1141 (data di completamento della basilica che da quel Santo prese il suo “secondo” nome). A titolo di confronto fra la Murano del 1600 e la sua struttura attuale, la mappa che segue può essere di aiuto.

MuranoMap

La prima differenza che balza all’occhio è la strada chiamata “rio terà San Salvador” laddove nel Seicento c’erano ancora un canale (rio terà = rio interrato) e quella che si ritiene essere stata la chiesa più antica dell’isola (San Salvador, demolita nel 1834). ll canale a nord dell’isola porta ancora il nome di Santa Maria, e corre parallelo a quello di San Donato nella parte che dà sulla Fondamenta Santi. A nord di quella che era la chiesa di San Bernardo (costruita sul punto più alto dell’isola, che tuttora offre riparo ai pedoni in caso di acque alte eccezionali) non c’era quasi nulla, e l’area su cui sorgono i campi sportivi (di cui l’isola va giustamente fiera) era ancora da costruire. Lo stesso dicasi, ovviamente, per le “sacche” ricavate dai materiali di risulta e successivamente rese edificabili (Sacca Serenella in particolare).

La struttura delle fondamenta che si affacciano sul primo tratto del canale di San Donato (Navagero e Giustinian) è invece molto simile a quella che era 4 secoli fa, anche se alcuni degli edifici dell’epoca sono stati nel frattempo rimaneggiati, e uno venne purtroppo demolito nel XIX° secolo: là dove ora c’è una parete cieca, a destra della prossima foto, sorgeva infatti il Palazzo della Ragione, sede del Podestà che amministrava l’isola ai tempi della Serenissima! Dell’epoca d’oro sopravvivono comunque (oltre a Palazzo Giustinian, sede del Museo del vetro), Palazzo Trevisan e Palazzo Cappello (sulla sinistra, nella prossima foto) mentre Palazzo Paoletta (il primo a sinistra) è di costruzione tardo settecentesca.

Navagero e Giustinian

Il Palazzo Pretorio, detto anche Palazzo della Ragione, era stato edificato nel 1364 e ampliato nel 1595; ormai lo possiamo ammirare soltano in una incisione del Coronelli conservata alla Biblioteca Marciana, perché venne demolito durante la seconda occupazione austriaca, che per Murano fu particolarmente funesta: in quel cinquantennio vennero demoliti anche i palazzi nobiliari che sorgevano ai piedi del Ponte Longo (come Palazzo Giustiniani Morelli) e i quattro palazzi della famiglia Corner (quella di Caterina, già regina di Cipro). Due di queste dimore sorgevano in campo San Bernardo e per avere un’idea della loro eleganza, in assenza di foto, dobbiamo ricorrrere alla descrizione che ne fornisce l’abate Zanetti, nella sua Guida di Murano (anno 1866). A completare il quadro della “Murano scomparsa” durante la disastrosa occupazione austriaca, vanno citati il Palazzo Grimani che sorgeva in Fondamenta San Giovanni (demolito nel 1830), il Palazzo Lippomano a San Matteo (demolito nel 1817) e Palazzo Vendramin a San Salvador (vedi sopra), dove aveva vissuto il medico Pietro Caffis che vi morí nel 1677, “alla bella età di 102 anni”. A fianco del Palazzo della Ragione, come ci ricorda Marco Toso Borella, si ergeva anche una Statua della Giustizia e per capire come fosse questo lato del ponte rinvio alla sua splendida ricostruzione:

http://www.isolainvisibile.it/Edifici/Palazzo%20della%20Ragione/Palazzo%20della%20Ragione.html

Ritornando alla basilica di San Donà, che per fortuna è ancora in piedi, i suoi mosaici sono ricchi di figure zoomorfe e non hanno nulla da invidiare a quelli della basilica di San Marco, di cui sono coevi. La basilica custodisce anche un altro piccolo “tesoro” che per lungo tempo fu oggetto di contesa fra Murano e Burano (dove era stato ritrovato), finché nel 1543 il Podestà Carlo Querini lo fece murare su una parete della chiesa inserendolo in un bassorilievo con il leone andante, lo stemma di Murano e il suo stemma di famiglia, per dirimere in modo definitivo la controversia e chiarire a chi appartenesse ormai. Di cosa si trattava, e perché era tanto conteso? Era un orcio (“recipiente panciuto di terracotta, con due manici e bocca ristretta”, come lo definiscono i dizionari) ma un orcio molto speciale: chiamato “bottazzo di Sant’Albano”, distribuiva ininterrottamente vino per le funzioni religiose senza che mai ci fosse bisogno di riempirlo.. o almeno queste erano le virtù miracolose che gli venivano attribuite. Per completezza, va anche ricordato che la versione dei buranelli è leggermente diversa: secondo tale versione, il trafugamento del bottazzo non diede gli esiti sperati, perché una volta sottratto ai buranelli, il miracoloso recipiente si mise “in sciopero” e smise di somministrare il prezioso liquido:

http://www.isoladiburano.it/it/Leggende.html

Il ponte che da Fondamenta Navagero conduce alla basilica (ponte di San Donà) esiste da tempo immemorabile ma la sua forma attuale, agile e slanciata, risale al 1761: l’anno di costruzione MDCCLXI è scolpito nella pietra, in basso a sinistra, lato basilica). Sulla pietra di volta che guarda la chiesa vennero scolpiti (e sono tuttora visibili) gli stemmi dell’isola, del Podestà e del Camerlengo. Questo ponte svolge un ruolo essenziale nel periodo estivo, quando alla calura ferragostana offre un rimedio semplice e salutare.. come illustrato dalla foto che segue.

Muran Tuffi

La basilica fu oggetto di modifiche importanti quando a Murano si produsse un evento epocale: nel 1692, l’antica sede vescovile di Torcello (la più antica della laguna!) venne infatti trasferita a Murano per volontà di Marco III° Gustininian. Il nuovo vescovo prese residenza nel palazzo che tuttora porta il suo nome, ed è attualmente sede del Museo del Vetro, non prima di averlo radicalmente trasformato: quello che era un palazzo gotico (di proprietà della famiglia Cappello, che a Murano ne aveva due) venne trasformato secondo il gusto dell’epoca per assumere le forme che tuttora conserva. Quanto alla basilica, gli interventi furono altrettanto radicali e finirono per pregiudicarne la stabilità, tanto che nel 1858 venne chiusa e puntellata; i restauri terminarono soltanto nel 1873, quando la chiesa venne riaperta al pubblico. Per ammirarne la semplicità delle origini (quella delle forme romaniche, che si ritrova anche nella chiesa di San Giovanni in Bragora e in altre gemme veneziane), consiglio di guardarla dal lato che attualmente funge da ingresso per le funzioni religiose, il cui aspetto è ben diverso da quello dalla facciata principale che trovate nelle tante cartoline:

MuranVeraPozzoLeon

La vera da pozzo che appare in primo piano racchiude a sua volta una gradevole sorpresa: uno dei leoni marciani più antichi fra tutti quelli recensiti in laguna (fonte: Alberto Rizzi, “I leoni di San Marco”). Scolpito sul lato che guarda alla basilica, è un leone alato “in moeca” (il nome del leone in questa posizione) e chissà come sorrideva quando Napoleone venne spedito in esilio a Sant’Elena, perché è uno dei pochi sopravvissuti agli scalpellini che nel 1797 avevano avuto l’ordine di rimuovere a picconate tutti i simboli della defunta (ma invitta) Repubblica di Venezia.

DSC03542

Fonti: le foto sono mie; per le informazioni relative alla basilica, ho attinto alla pregevolissima opera della “Associazione per lo Studio e lo Sviluppo della Cultura Muranese” pubblicata nel 1999 (millenario della pergamena qui citata): si intitola “la Basilica dei SS. Maria e Donato; cinque secoli di incisioni, vedute e progetti” e contiene fra l’altro le foto della pergamena, quella dell’iscrizione in latino del 1141 e quella del bottazzo di Sant’Albano, che non ho qui riprodotto per una questione di rispetto dei (loro) diritti d’autore; lo stesso rispetto chiedo a chi vorrà riprodurre le mie foto: fatelo pure ma citando la fonte, per cortesia. Altre notizie le ho tratte dalla “Piccola Guida di Murano” pubblicata nel 1866 da Vincenzo Zanetti e ripubblicata qualche anno fa (in ristampa “anastatica”) dalla Libreria Filippi Editrice. Per i palazzi nobiliari demoliti nella prima metà dell’Ottocento, la mia bussola è stata “Venezia scomparsa” di Alvise Zorzi.

Buona lettura a tutti, e alla prossima puntata.

Rialtofil, 2 dicembre 2013

Le “puntate” precedenti sono state pubblicate qui:

http://rialtofil.com/2013/08/31/3481/

e qui:

http://rialtofil.com/2013/08/26/il-tesoro-ritrovato-parte-prima-murano-comera-nel-1600/

dicembre2013

Il tesoro ritrovato, parte seconda: rio dei vetrai e dintorni


seconda parte

Come promesso (e prima del previsto) Rialtofil pubblica un secondo scorcio del manoscritto, con due buone notizie a titolo di introduzione: la prima riguarda l’autore del manoscritto, la seconda i diritti d’autore. Andiamo per ordine:

La prima “notizia” è che la carta è quasi sicuramente attribuibile a Hendrick Danckerts, pittore e incisore olandese specializzato nella riproduzione di paesaggi, porti e residenze reali. Non è una certezza ma in favore dell’attribuzione concorrono due indizi concordanti sui quali non voglio annoiarvi, ma per i quali vorrei pubblicamente ringraziare la persona che mi ha messo sulla “pista giusta”: Laurie Hussissian, che di Venezia è innamorata, di Murano è stata ospite e di mestiere lavora nella biblioteca di Vernon (Lincolnshire). Congratulazioni e grazie, Laurie!

Seconda notizia (legata alla prima): i diritti d’autore. Questa carta è già stata riprodotta in due diverse pubblicazioni, ma senza i margini inferiore e superiore e in formato “ridotto” (rispetto alle sue reali dimensioni). La versione in mio possesso (più alta e più larga di quelle altrove riprodotte) contiene un’indicazione che potrebbe essere la data (in numeri romani come si usava fra le persone di cultura, quando il latino era ancora la lingua franca degli accademici) o il numero della tavola, come sono propenso a credere. Nel secondo caso, potrebbe trattarsi di un foglio di atlante, isolario o portolano che ha seguito il destino di tanti suoi simili: passato di mano dalle famiglie nobili ma non più facoltose a certi antiquari, che anziché cercare un acquirente degno di questi atlanti trovavano più “profittevole” e remunerativo ritagliarli e venderli a pagina (o a tavola!) come tutti possono constatare nei mercatini dell’antiquariato.. con il risultato che per poter consultare la versione integrale dell’Atlas Maior del Merian (da cui è tratta la veduta “a volo d’uccello” più riprodotta della storia di Venezia) l’unico modo è recarsi alla Biblioteca Nazionale di Vienna (per le tavole di Jacopo de Barbari invece non vi servirà andare così lontano: sono conservate al Correr di Venezia). Diritti d’autore e vincoli di riproduzione, stavo dicendo: essendo largamente trascorsi (dal 1.600 o dintorni ad oggi) i termini di decadenza del diritto d’autore, potrete liberamente riprodurre queste immagini se lo vorrete.

Cosa ci racconta allora la carta, in questa seconda puntata?

Tanti piccoli dettagli, fra cui ne scelgo alcuni con riserva di approfondirli. La struttura del rio dei vetrai, al centro del distretto produttivo di cui Murano ebbe il “monopolio” per decreto del 1295, è rimasta sostanzialmente immutata, con i suoi tre ponti. Non tutti sanno che il “ponte di mezzo” ospita uno dei pochi leoni di pietra autentici e “superstiti” che sopravvissero alla furia distruttrice degli scalpellini pagati da Napoleone per cancellare ogni traccia del leone marciano (nelle pasque veronesi, le folle erano insorte al grido di “San Marco”): “gettato nel rio, venne recuperato da mani amorose in attesa di tempi migliori” per poi essere riparato e ricollocato al suo posto! In termini di dimensioni, diciamo pure che è un leoncino ma è da quel ponte che venivano letti i bandi e i proclami della Serenissima e la sua valenza simbolica è dunque grande.

Leone Murano

Murano all’epoca aveva circa 8.000 abitanti, era retta da un proprio Podestà (che diventerà poi un Sindaco, prima che il Comune venisse accorpato a Venezia nel 1923) e aveva un suo Libro d’Oro (redatto nel 1602, per disposizione del Podestà Barbarigo). Il prestigio dei maestri vetrai era tale che potevano girare armati e, unici fra i non nobili, potevano sposare le figlie dei patrizi. Nelle due foto che seguono, il rio dei vetrai con gli edifici più antichi fra quelli rimasti: splendidi esempi di gotico veneziano con le caratteristiche finestre che ne facilitano la datazione anche ad un occhio non esperto (perché così diverse da quelle che si imporranno nei secoli successivi). Entrambi gli edifici sono visibili sul lato destro del rio (venendo da Venezia) ovvero in Fondamenta Manin.

Muran09011 002

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La chiesa di San Pietro Martire (ricostruita nel 1511) è tuttora ben visibile a sinistra del rio dei vetrai (venendo da Venezia, fermata Colonna), ma nella carta del ‘600 appare anche un’istituzione religiosa ormai scomparsa: quella di San Cipriano, dove studiò il Poeta italiano più romantico e.. focoso: Ugo Foscolo (nativo di Zante, isola greca dello Ionio che fino al 1797 rimase saldamente in mano veneziana). Di quei fasti rimangono una calle (San Cipriano) e una scuola (intitolata al Poeta). Sulle vicende che portarono all distruzione di questa ed altre chiese nella prima metà dell’Ottocento (durante la seconda dominazione austriaca) rinvio alla monumentale e insostituibile opera di Alvise Zorzi: “Venezia scomparsa” (edit. Electa) dalla quale apprendiamo ad esempio che il sontuoso mosaico di San Ciprano venne acquistato nel 1838 dal principe ereditario di Prussia, spedito in Germania e ricollocato nell’abside della Friedenskirche di Postdam (la “Versailles” prussiana)!

Nel canal grande di Murano c’era già un “ponte longo” (come viene attualmente denominato) che probabilmente era in legno (come del resto quello di Rialto, fino a pochi decenni prima). A quel ponte è legato un mio ricordo personale: quando nel 2006 l’Italia vinse per la quarta volta i mondiali di calcio, molti muranesi festeggiarono a modo loro: tuffandosi dal ponte (la cui altezza è ragguardevole)! Per immaginare invece la bellezza di queste rive nei secoli precedenti, con i palazzi e le chiese che non possiamo più ammirare (argomento su cui intendo ritornare, nelle prossime puntate) dobbiamo rifarci ai quadri: come quello del Canaletto (conservato all’Hermitage di San Pietroburgo) per la chiesa di San Giovanni che sorgeva sull’omonima fondamenta e quello di Giuseppe Heinz  il Giovane (al Museo Correr) che raffigura un corteo acqueo dal cui sfarzo si capisce perché anche questo meritasse l’appellativo di Canal Grande, come il suo più celebre “fratello”.

Ritornando alla carta del 600, in basso a sinistra sono ben visibili le isole di San Cristoforo della Pace e San Michele, che ospita la prima chiesa rinascimentale di Venezia (opera del Codussi, anno 1469) e all’epoca veniva chiamata la “cavana de Muran” (cavana = riparo per le barche) o anche “San Michele in Paluo” (palude), ma ancora non accoglieva il cimitero attuale, con le tombe celebri che la rendono meta di tante visite. Se è il tipo di visita che vi interessa, una lista la trovate qui:

http://venicewiki.org/wiki/San_Michele

..mentre sulle vicende che portarono a riunire le due isole, consiglio questa lettura:

http://farworkshop.wordpress.com/2012/07/17/andare-a-far-due-passi-al-cimitero/

Su Murano ci sono ancora tante cose da dire.. ma mi restano altre due “puntate” per farlo. A presto,

Rialtofil

il Tesoro ritrovato (parte prima): Murano com’era, nel 1600?


Di Venezia com’era nella sua “età dell’oro” sappiamo moltissimo: oltre ai quadri dei vedutisti che l’avevano “fotografata” con il pennello, la cartografia le ha dedicato dei veri e propri capolavori (il più noto è quello di Jacopo de Barbari, nell’anno 1.500), che attraversano vari secoli e ci permettono di ricostruire l’evoluzione della “forma urbis”. Si tratta di carte dettagliate in cui calli, canali e ponti venivano riprodotti con pazienza certosina e a volte (come nel caso del Merian nel 1635 e del già citato de’ Barbari) è addirittura possibile riconoscere i singoli palazzi. Sono testimonianze preziose non solo per il loro valore artistico ma anche perché ci tramandano il ricordo di chiese e monasteri minori, molti dei quali andarono distrutti in epoca napoleonica e di cui la toponomastica veneziana ancora porta le tracce: si consideri che per tradizione antica, su ogni isola (prima ancora di collegarla con i ponti alle altre isole!) era stata eretta una chiesa e il nome di certi “campi” veneziani evoca chiese che ormai non esistono più. A titolo di esempio si consideri questa versione acquarellata della carta di Joan Blaeu (cartografo ufficiale della Compagnia olandese delle Indie Orientali e autore di un celeberrimo Atlas Maior (che all’epoca veniva venduto alla “modica” cifra di 45.000 fiorini olandesi):

Joan Blaeu

Purtroppo per noi, le fonti sono molto più scarse per le isole “minori” e per Murano in particolare. Peccato soprattutto nel caso specifico di Murano, dove il depauperamento e le spoliazioni seguite all’occupazione napoleonica privarono l’isola non soltanto delle sue chiese e monasteri (se ne contavano diciotto, ne sono rimaste tre!) ma anche di palazzi nobiliari che nulla avevano da invidiare a quelli veneziani. Per lungo tempo, fra le famiglie nobili era infatti d’uso avere una “seconda casa” a Murano: celebre il caso dei Navagero, che in Riva degli Schiavoni avevano la loro residenza “principale” ma nella dimora muranese avevano creato un giardino botanico all’epoca leggendario, in cui Andrea Navagero (ambasciatore della Serenissima a Madrid, quando venne “scoperta” l’America) era riuscito a trapiantare “in anteprima” (per l’Italia) le scoperte che cominciavano ad arrivare in Europa dal nuovo continente ed avrebbero poi rivoluzionato le nostre tavole. Esempi? il pomodoro, le patate, le fragole, il girasole, il tabacco, i peperoni e altre ancora!

Come si presentava, la Murano di allora? La cartografia finora disponibile ce lo lascia soltanto intuire, perché Murano figura sempre sullo sfondo delle “vedute a volo d’uccello” di Venezia, con cui questi artisti e incisori volevano probabilmente dare al lettore l’illusione di poter “volare” sulle città (sogno antico a cui Leonardo da Vinci aveva dedicato molte energie, ma che si realizzerà solo qualche secolo più tardi).

Con tutte le cautele del caso (cautele d’obbligo, quando si tratta di un “ritrovamento”) e in attesa di alcuni approfondimenti in corso con gli esperti di storia locale (Marco Toso Borella in primis), Rialtofil vi offre in anteprima questo scorcio di una carta del ‘600, che è invece interamente dedicata a Murano (e alle due isole vicine, che verranno successivamente riunite a formare l’isola di San Michele) con una ricchezza di dettagli forse inedita:

TesoroparteI

Sulla destra di questo scorcio, la chiesa di San Giacomo (ormai scomparsa, eppure la zona è tuttora chiamata “San Giacomo”!) all’inizio di quella che è Fondamenta Navagero: da notarsi la sequenza di palazzi nobiliari (attualmente ne restano soltanto due: Palazzo Cappello e Palazzo Trevisan, con l’aggiunta di un palazzo del tardo settecento), che ne facevano già da allora la zona “residenziale” dell’isola.

Il celebre faro di Fondamenta Piave (unico faro interno alla laguna di Venezia) non era ancora quello che conosciamo ma una semplice torre in legno  dalla quale, con un sapiente gioco di specchi, la Serenissima aveva riprodotto l’ingegnoso sistema già adottato dagli antichi romani, tanto che il suo fascio di luce era visibile fino alla bocca di porto del Lido. La struttura attuale, in marmo bianco, risale al 1934 e a questo proposito vorrei chiudere questa prima puntata con un piccolo aneddoto, ignoto ai più. Per alcuni anni, l’immagine del faro di Murano è stata simbolicamente utilizzata per “far luce” sui segreti arcani della Comunità europea (ora Unione europea), le cui procedure sono in effetti materia da “iniziati”: per la guida interna destinata ai suo funzionari, l’esecutivo della UE aveva infatti scelto l’immagine che qui riproduco. I muranesi riconosceranno subito il loro faro, e agli altri non sfuggirà il valore simbolico della scelta: per illuminare le segrete stanze e i labirinti di Bruxelles, ci voleva un faro di antica tradizione, come questo:

MuranoFaro

Sulle altre isole che formano Murano (sono cinque, senza contare le “sacche” di formazione recente) intendo ritornare più avanti, ad accertamenti (e approfondimenti) ultimati.. perché se questo manoscritto risultasse inedito, si tratterebbe di un piccolo “tesoro” per la storiografia locale e anche se non lo fosse, è un ritrovamento che mi ha riempito di gioia: la nostra laguna non sarebbe la stessa, se il collo della Signora (Venezia) non fosse adornato da quella collana di pietre preziose che impropriamente chiamiamo isole “minori”.

A presto e alla prossima puntata (per chi è curioso di saperne di più)

Rialtofil, 26 agosto 2013

Bibliografia minima:

Jerry Brotton, “A History of the World in 12 Maps”.

David Buisseret, “I mondi nuovi. La cartografia nell’Europa moderna”.

Jürgen Schulz, “La cartografia tra scienza e arte. Carte e cartografi nel Rinascimento italiano”.

Jürgen Schulz, “the Printed Plans and Panoramic Views of Venice (1486-1797)”.

Muran 012

 

A proposito di Rialto.. e di Rialtofil


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A volte mi chiedono: “perché Rialtofil”, come nome per questo blog?  “Filos” (φίλος) è un termine universale che le lingue moderne hanno preso in prestito dal greco antico per significare “amante” o “amico” di  (come nei sostantivi filantropia, filosofia, filatelia e negli aggettivi anglofilo, francofilo, cinefilo). La scelta è quindi legata al mio amore per un luogo chiamato Rialto e in questa pagina proverò a spiegarne le ragioni (o piuttosto a riassumerle, perché le ragioni sono molte e vengono da lontano).

Il toponimo Rialto deriva da Rivoalto (“alto” rispetto agli altri isolotti su cui stava sorgendo Venezia), perché in questo luogo i veneziani avevano trovato le condizioni ideali per il primo insediamento stabile, dopo gli “esperimenti” di Torcello e Metamauco (l’attuale Malamocco). Non è un caso se la Zecca (prima di essere trasferita a San Marco) si trovava a Rivoalto, così come il Bancogiro e il Palazzo dei Camerlenghi ( i “tesorieri” della Serenissima).

Nel Cinquecento, quando i mercanti inglesi volevano conoscere le quotazioni delle merci più pregiate, chiedevano “cosa si dice a Rialto”? A ricordarcelo è Shakespeare: “Now, what news on the Rialto”? (The Merchant of Venice, Atto I°, scena terza): la Wall Street dell’epoca (o la “City”, per restare a Londra) era questa, quando ancora il baricentro degli scambi commerciali era il Mediterraneo e Venezia aveva saputo porsi al centro di quel sistema di scambi.

Le pietre e le colonne su cui poggiano molte delle case di Rialto sono più antiche della città stessa: vennero trasportate in barca dai profughi in fuga dalle città romane della terraferma che trovarono rifugio in laguna, dove marmo e pietre non ce n’erano, ma i barbari a cavallo non potevano arrivare (e quando i franchi ci provarono con le loro grandi navi vennero respinti, perché la laguna bisogna conoscerla, per poterla attraversare). Con quelle pietre (e con i pali di legno che  tuttora sorreggono le fondamenta) i “profughi” fondarono una nuova città (e che città!) dove a lungo continuarono a parlare la lingua dei loro antenati. Le strade di Venezia si chiamano tuttora “calle”, i canali minori “rio”, le piazze “campo”, la moglie “muger” (da “mulier”) e la nebbia “caìgo” (da caligo): di tutte le parlate italiane, quella veneziana è tuttora la più vicina al latino!

Rialto è stato per secoli il cuore commerciale della Serenissima, così come San Marco ne era il cuore politico (sede del Palazzo Ducale e dei “Ministeri”, che con le varie magistrature cittadine avevano i loro uffici nelle “Procuratie”) e l’Arsenale il cuore produttivo (con i suoi 16.000 dipendenti, era la più grande fabbrica dei suoi tempi: per la battaglia di Lepanto, l’Arzanà fu capace di sfornare una galea al giorno). Intorno a questi tre poli (politico, commerciale e produttivo) si sviluppò una Repubblica che seppe restare indipendente per undici secoli (da 697 al 1797), sebbene circondata da regni ed imperi molto più grandi.

Di questi tre poli, Rialto è l’unico che ha in parte mantenuto la sua vocazione originaria (e integralmente ne ha conservato la toponomastica! “Ruga degli oresi” ci ricorda come questo fosse fra l’altro il quartier generale degli orafi, ed è un peccato che (con qualche eccezione) le merci in vendita ai piedi del ponte di Rialto abbiano ormai poco a che vedere con i fasti del passato. Se volete saperne di più, vi consiglio questo  articolo dell’amico Giandri: http://home.giandri.altervista.org/giandri_0401_Porta.html  Come si presentano le rive, prima di essere invase dai turisti? Ecco una foto scattata alle 6 del mattino:

A sinistra potete vedere il Fondaco (Fontego, in venessian) dei tedeschi. Sul concetto di “casa fontego” intendo ritornare (non meravigliatevi se questa pagina verrà aggiornata frequentemente: consideratela pure “work in progress”, quindi ritornateci ogni tanto, se volete). Cessate le sue funzioni originarie, il Fontego dei tedeschi è stato a lungo la sede centrale delle Poste (prima che le Poste, a Venezia come altrove,  cedessero gli edifici più prestigiosi per pagare i megastipendi dei troppi megadirigenti) ed è stato recentemente acquisito dal gruppo Benetton. A destra: il Palazzo dei Camerlenghi e le fabbriche vecchie di Rialto. I “camerlenghi” sovrintendevano alla riscossione e alla ridistribuzione delle entrate, e data la delicatezza del ruolo, ne rispondevano direttamente al Consiglio dei Dieci.

Un altro fondaco celebre è questo: ex Fontego dei Turchi, attualmente sede del Museo di storia naturale. Alla sua destra c’è il Fontego del Megio, che è uno dei più antichi: costruito nel XIII° secolo per stiparvi il grano, nel XV° secolo passò ad ospitare altre granaglie fra cui il “megio”, da cui prese il nome:


Tornando a Rialto, questa è la sede del mercato del pesce (tuttora attivo, e merita una visita!) come si presenta all’alba:

Nella foto successiva la “riva del vin”, che ospita qualche ristorante generalmente affollato più per la vista sul Canal Grande che per la qualità del cibo. A Venezia i ristoranti migliori sono quelli in corte “sconta”, cioè nascosta: se volete mangiare qualcosa di tipico veneziano, andate piuttosto alla Madonna che è a due passi, nell’omonima calle, oppure all’Antica Osteria Ruga Rialto, in calle del Sturion. Un po’ più nascosto ma altrettanto buono e abbordabile, “la buona forchetta” (dietro Campo Sant’Aponal). In Rio Terà San Silvestro troverete invece La porta d’acqua (Rio Terà ovvero “interrato” significa che dove ora c’è una calle c’era un canale, e questo splendido ristorante ne conserva per l’appunto la porta d’acqua): il ristorante è una chicca, e non solo per gli affreschi d’epoca che ne arricchiscono le pareti interne.

Se conoscete la tradizione tutta veneziana dei “cicheti”, a Rialto ne troverete di buonissimi in tre ottimi locali a poche decine di metri di distanza: “Ai do mori” (San Polo 429), “all’Arco” (San Polo 436) e dai Zemei (“ai gemelli”, San Polo 1.045, all’altezza di Campo San Silvestro). Sono quelli che a Venezia vengono anche chiamati “bacari”: luoghi informali dove mangiare qualcosa di buono in piedi (o al massimo su uno sgabello) senza le formalità di un ristorante, ideali anche per bere un bicchiere prima di riprendere il cammino. Se i termini “bacaro” e “cicheti” sono ignoti a Google translator, la traduzione la troverete qui: http://rialtofil.com/2013/07/22/2219/

..sul lato opposto del Ponte, il Palazzo dei Camerlenghi (edificato fra il 1525 e il 1528, attualmente sede della Corte dei conti regionale). Una curiosità: avete notato le inferriate sulle finestre? Il pian terreno era adibito a prigione per i debitori insolventi.. inutile aggiungere che come prigioni erano piuttosto umide: fra tutte le rive della zona, questa è una delle più esposte all’acqua alta!

Su Rialto c’è ancora tanto da dire.. la chiesa di San Giacometo, ad esempio: miracolosamente sopravvissuta al terribile incendio che distrusse il ponte di Rialto (nel Cinquecento), quando era ancora di legno (come le case circostanti). La riconoscerete facilmente per il suo incredibile orologio (enorme, perché i mercanti potessero vederlo anche da lontano) che occupa quasi per intero la facciata principale.

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Sull’abside della chiesa è tuttora scolpita l’iscrizione:

HOC CIRCA TEMPLUM SIT IUS MERCANTIBUS AEQUUM, PONDERA NEC NERGANT, NEC SIT CONVENTIO PRAVA

“Attorno a questo tempio sia equa la legge per i mercanti, esatti i pesi, leali i contratti”.

Il messaggio mi sembra attuale, ed è forse (anche) grazie a questa etica degli affari che i mercanti veneziani riuscirono a conquistarsi quote di mercato esorbitanti rispetto alle dimensioni della loro città-Stato: il rispetto della parola data, la lealtà nelle transazioni, uno Stato che non soffocava l’iniziativa privata. Altri tempi, ma non è un caso se quelli della Serenissima furono gli anni d’oro e se ancora oggi, fra veneziani, un accordo si può concludere con una stretta di mano nella certezza che verrà onorato.

Di fronte alla Chiesa, sul lato opposto del Campo, potrete anche salutare il Gobbo di Rialto, che in altri tempi aveva un ruolo comparabile a quello del “Pasquino” di Roma, oltre ad essere il terminale della “via crucis” inflitta ai ladri ed altri lestofanti (che per questo si dice lo abbracciassero in lacrime alla fine del supplizio). Questo era anche uno dei punti da cui venivano letti i bandi e le ordinanze della Serenissima, per coloro che non sapevano leggere né scrivere:

Di Rialto ho detto abbastanza (spero) per spiegare le ragioni che mi hanno portato a scegliere lo pseudonimo “Rialtofil”, e a fissare stabile dimora in queste calli. Un grazie a chi vorrà sfogliare queste pagine, e un saluto cordiale a chi condivide i miei interessi collezionistici o anche soltanto (e soprattutto) il mio amore per Venezia. Per chi volesse scrivermi, l’indirizzo è:

Rialtofil@gmail.com

Buona estate a tutti,

Rialtofil

Da Venezia col Vapore (1850-1866)


daveneziacolvapore

Chi non conosce i “vaporetti“, che a Venezia rappresentano la modalità prevalente di trasporto pubblico? Il termine “vaporetti” (tuttora utilizzato nel linguaggio comune) ci rimanda ai tempi in cui dalla navigazione a vela (o a remi) si passò alla propulsione “a vapore”, rivoluzionaria in quanto affrancava la navigazione dai capricci del vento (o dalla fatica delle braccia, per chi andava a remi). Quando e dove avvenne questo cambiamento epocale, figlio della rivoluzione industriale? Il primo prototipo funzionante fu quello varato nel 1783 dal francese Claude de Jouffroy, che per esso coniò il termine “piroscafo“. Non ebbe fortuna, e la rivoluzione francese (oltre a far ruzzolare molte teste) fece anche naufragare i suoi progetti. La paternità della navigazione (intesa come servizio di linea) “a vapore” venne di conseguenza attribuita all’americano Robert Fulton, che poteva beneficiare del motore ideato dal compatriota James Watt. A partire dal 1807, i suoi battelli a vapore cominciarono dunque a solcare il fiume Hudson: navigazione interna, perché questi battelli erano considerati inadatti alla navigazione in mare aperto (nella prima traversata atlantica del 1838, uno dei due piroscafi che si cimentarono nell’impresa fu costretto a bruciare l’arredamento delle cabine per mantenere in funzione la caldaia).

Per la cronaca, il primo dei battelli di Robert Fulton venne dato alle fiamme dai barcaioli del fiume che temevano di restare senza lavoro, e rimostranze simili ebbero luogo a Venezia qualche decennio dopo, ma diversamente dai barcaioli del fiume Hudson, i gondolieri ebbero presto modo di rifarsi grazie al nascente fenomeno del “turismo”, e tuttora li possiamo ammirare all’opera. Sempre per la cronaca, va ricordato che fino alla fine del Settecento, le famiglie nobili a Venezia avevano alle loro dipendenze un gondoliere “de casada” (lavoratore dipendente a tutti gli effetti) mentre i cittadini comuni potevano contare su una fittissima rete di gondole “da parada” (per l’attraversamento del Canal Grande) le cui ultime vestigia sono rappresentate dal servizio di “traghetto” tuttora funzionante in sette dei 22 “stazi” originari. Purtroppo per noi, anche questi stazi sono attualmente a richio di estinzione:

http://rialtofil.com/2013/07/22/2557/

In parallelo allo sviluppo della navigazione a vapore si sviluppa la storia degli “annulli di navigazione“, utilizzati per la corrispondenza che di questi mezzi di trasporto si valeva per giungere a destinazione. Nei territori allora austriaci del Lombardo-Veneto, tale compito venne svolto principalmente dai battelli “a vapore” del Lloyd Austriaco, ed ecco spiegato il significato del bollo annullatore apposto sul francobollo della prima foto (un 30 centesimi della prima emissione): “da Venezia (a Trieste) con il battello a vapore”. Come si presentava, quel piroscafo che faceva la spola fra Venezia e Trieste? Per gentile concessione dell’agenzia Bozzo, eccolo qui, il piroscafo Trieste (la foto è del 1865: un anno prima della terza guerra di indipendenza che metterà fine al dominio austriaco su Venezia):

Il piroscafo Trieste venne varato  nel 1847, i primi francobolli del lombardo-veneto vennero introdotti nel 1850. La lettera della foto di copertina è del 1858, mentre l’annullo “da Venezia col Vapore” rimase in uso fino al 1866. Ne esistono due tipi (quello della foto è il più raro) e le sue quotazioni su lettera vanno dai 110 ai 2.500 euro. Il valore economico dipende dal tipo dell’annullo e dal francobollo annullato: le quotazioni più elevate corrispondono ai francobolli della terza emissione come questo della prossima foto (8 “punti”, per il Sassone annullamenti) e per quelli della quarta emissione (anno 1863) come quello della foto successiva (10 “punti” pari a 2.500 euro, per un francobollo su lettera, e a 600 euro se si tratta di un semplice frammento).

I piroscafi del Lloyd assicuravano il collegamento regolare (via mare) con Trieste. Per il servizio di linea adibito alla navigazione interna (Canal Grande compreso) occorre invece attendere il 1881, quando ormai Venezia fa parte del Regno d’Italia. I vaporetti erano quelli della “Compagnie des bateaux Omnibus” (società per azioni a maggioranza francese); nel 1898 verrà sostituita dalla “Società Veneta Lagunare” (azienda privata, anche questa) a cui subentrerà la “Azienda Comunale per la Navigazione Interna” costituita dal Comune dopo referendum consultivo della popolazione residente, tenutosi nel 1903. La gestione diretta (azienda comunale) del servizio di linea dei vaporetti durerà per tutto il secolo e viene a cessare soltanto nel 2001 (ma senza referendum, stavolta), quando l’azienda comunale (ex ACNIL, ora ACTV) si trasforma in società per azioni. Per saperne di più:

http://www.actv.it/azienda/lastoria

I battelli a vapore andranno “in pensione” dopo la Seconda guerra mondiale, con l’arrivo dei motori diesel che sono riusciti nel “capolavoro” di appestare l’aria anche nell’unica città italiana libera dalle automobili (la loro sostituzione con motori più recenti è per fortuna in corso d’opera), ma a Venezia tuttora si dice “prendo il vapore” (o “il vaporetto”) per riferirsi ai mezzi pubblici di trasporto acqueo.

Quand’è che venne introdotta in Italia, la navigazione a vapore, e dove? La risposta smentisce molti stereotipi perché (così come per la prima linea ferroviaria) il primato sembra spettare al Regno delle Due Sicilie. Secondo Claudio Ressmann (in Rivista Marittima, Febbraio 2007):

Spetta al re Ferdinando I di Borbone ed all’aristocrazia napoletana il merito di avere sostenuto le proposte di uno straniero, il capitano marittimo francese Pietro Andriel, fervente ammiratore di Roberto Fulton e del suo battello fluviale varato nel 1807. Non avendo trovato sostenitori in Francia, Andriel espose le proprie idee alla Corte napoletana che le accolse così favorevolmente da indurre Ferdinando I a concedergli il 17 gennaio 1817 il monopolio della navigazione a vapore sulle acque del Regno. È accordato a Pietro Andriel, nativo di Montpellier il privilegio di privata della durata di 15 anni per la navigazione accelerata a mezzo di trombe a fuoco, detta navigazione a vapore, nelle acque che bagnano il litorale nei fiumi del nostro Regno delle Due Sicilie, qualunque sia il sistema di costruzione delle dette trombe. Sorse così, finanziata da membri dell’aristocrazia e del mondo economico partenopeo, la «Compagnia privilegiata per l’introduzione della navigazione a vapore nel Regno delle Due Sicilie». 

Altri sostengono che in realtà, il primato spetti al piroscafo Carolina utilizzato (nello stesso anno!) per il collegamento Venezia-Trieste: http://www.webalice.it/cherini/vapore/vaporiere.html ma siamo in epoca anteriore alla creazione del Lloyd Austriaco (che risale al 1833) e le fonti documentali mi sembrano incerte. Resta il fatto che i primi servizi di linea a vapore del Mediterraneo videro la luce in Italia, e poco importa se i primi furono borbonici o austriaci (l’Italia come entità statuale ancora non esisteva).

Nel giro di pochi anni, i piroscafi postali divennero una realtà familiare in tutti i porti mediterranei. Nella prossima foto, una lettera viaggiata nel 1859 da Genova a Messina “col vapore postale francese”, affrancata con i francobolli “sardi” dell’epoca (il Regno di Sardegna che allora comprendeva Piemonte, Liguria, Sardegna, Val d’Aosta, Savoia e Contea di Nizza) e tassata allo sbarco con 22 “grana” (la valuta in corso nel Regno delle due Sicilie, di cui rimane traccia tuttora nell’espressione “avere la grana”):

200E Tassata 22 grana Siciliani allo sbarco..e ancora a titolo di confronto, quello che segue è l’annullo postale “CIVITAVECCHIA DALLA VIA DI MARE”, di origine pontificia ma ancora utilizzato per qualche anno, quando Civitavecchia venne a far parte del neonato Regno d’Italia:

ViadiMare 10E

Per concludere vi propongo un ulteriore passo indietro nel tempo, che riguarda il periodo pre-filatelico: ben prima dell’invenzione dei battelli a vapore (e di quella dei francobolli), la Serenissima Repubblica di Venezia già utilizzava i corsi d’acqua per la consegna della posta nelle città di terraferma, sfruttando l’efficientissimo sistema di canali interni con cui si era collegata a tutte le città principali del suo Stato da Terra (compresa la Patria del Friuli). Lo testimonia questo documento del 1664, intitolato “Riforma dei Capitoli e Tariffe dei Portalettere di Udine”:

Il capitolo 3 si riferisce alle barche utilizzate per il servizio postale, mentre il capitolo 1 stabilisce che “che i portalettere debbano.. suonata la campana di mezzogiorno partir dal botteghino e andar direttamente e senza fermarsi per lo suo viaggio sotto pena di sospensione dell´officio per anni due” (!) Altri tempi.. altre sanzioni!

Bibliografia:

Alessandro Arseni, “Storia della navigazione a vapore e dei servizi postali sul Mediterraneo 1818-1839”;

Gilberto Penzo, “Vaporetti. Un secolo di trasporti pubblici nella laguna di Venezia”;

Umberto Del Bianco, “Gli annulli marittimi Italiani in uso anteriormente al 1891”;

Mario Giannelli, “Catalogo degli annulli postali di bordo sulle navi della Marina Mercantile Italiana, 1891-1995”;

Giuseppe Pulejo, “Gli annulli del servizio postale sui natanti dei grandi laghi italiani”.

Patere e formelle: cosa sono, e dove farne fare una su misura a Venezia?


Ognuno di noi è unico e irripetibile, sembrano dirci le case veneziane: se ci guardate bene, anche le più modeste portano un segno distintivo (un battacchio, una finestra, un’altana o una patera, o semplicemente il colore) che rende ogni casa diversa da quelle vicine. Pensate alla differenza rispetto ai canoni costruttivi più recenti che ci omologano in edifici sempre più simili fra loro, ad ammonirci che per qualcuno siamo soltanto dei numeri! Questi dettagli esprimono una filosofia di vita, l’umanesimo di una città che al centro aveva posto l’essere umano. Polvere siamo e polvere ritorneremo? “D’accordo, ma guardate  di cosa siamo capaci” – sembrano volerci dire quei folli che sull’acqua costruirono una città unica al mondo. Quando cammino a Venezia mi piace fotografarli, questi piccoli dettagli, e oggi vorrei parlarvi di “patere” (con accento tonico sulla a) e formelle: quelle che decorano i muri esterni di molte case veneziane.

“Patere” vengono chiamate quelle di forma circolare, “formelle” le altre. A Venezia se ne contano circa duemila (già, per fortuna c’è chi le ha recensite!) e generalmente sono in pietra, incastonate sui muri o sulle colonne portanti. Numerosi sono ovviamente i leoni alati (simbolo di San Marco ed emblema della Serenissima), ma la tipologia è molto variegata. Una catalogazione sistematica la troverete in: Alberto Rizzi, Scultura Esterna a Venezia (1987).

Quando portano la scritta (digramma) SR, significa che l’immobile apparteneva alla Scuola Grande di San Rocco (sulle Scuole veneziane, rinvio all’ottimo sito di Cesare Peris: http://www.veneziamuseo.it/ARTI/a_arti_caxa.htm). Quelle a carattere religioso portano spesso il trigramma cristologico IHS, ma non mancano quelle che raffigurano determinati mestieri o il loro santo protettore, come questa in Riva del Vin:

Altre rappresentano la casata di chi viveva in quell’edificio, come questa della famiglia Dolfin, che a Venezia diede anche un Doge e a me piace in modo particolare, per i tre delfini che secondo la leggenda simboleggiavano le abilità natatorie dei primi rampolli della casata, o forse (anche) la loro intelligenza:

Lo stemma dei Dolfin lo ritroviamo anche su questo ponte, dove è affiancato a quello della famiglia Molin (il primo a destra): i ponti erano costruiti a cura dello Stato e ad opera ultimata venivano ornati con gli stemmi dei tre provveditori che avevano deliberato il manufatto. Un grazie a Gigio Zanon che nel vedere la foto ha subito identificato lo stemma, e a Massimo Tomasutti che altrettanto prontamente ne ha confermato la classificazione.

DSC03221

Le patere più antiche sono bizantine (spesso zoomorfe, e ad ogni animale era associata una simbologia complessa) come queste del XIII° secolo che non sono visibili dalla calle perché adornano la parete (cieca) di un Palazzo altrettanto antico, contiguo a quello che ospita Rialtofil:

..e queste, a due passi da Santa Maria dei Miracoli:

Peccato – diranno in molti – che questa tradizione sia andata persa! Persa? A Venezia nulla si perde, al massimo si rigenera come la Fenice che dà il nome al nostro più famoso teatro: a due passi da Campo San Polo c’è un artigiano che ne fa di meravigliose, ma in terracotta (più adatte gli interni, rispetto a quelle in pietra) e con l’amore dei veri artigiani. Volete fare (o farvi) un regalo non banale? Volete rendere unica la vostra casa? Si chiama Giovanni Vio. Passate a trovarlo, e se volete ditegli pure che vi manda Rialtofil, ma vi tratterà bene comunque, perché è una di quelle persone che adora il suo lavoro e lo svolge con la passione di chi si sente erede di una tradizione. Da qualche giorno ha anche il suo sito internet, grazie al quale potrete farvi un’idea dei suoi prezzi:  http://www.vioartfactory.com/

A Venezia ce ne sono ancora, di persone così, e presto vi parlerò di altri artigiani che ho il piacere di conoscere personalmente: perché se Rialtofil vi “raccomanda” qualcosa o qualcuno, lo fa solo quando sa di chi e di cosa parla.  La crisi economica si combatte anche continuando a produrre le cose che sappiamo fare, acquistando i prodotti legati al nostro territorio e facendoli conoscere agli amici. Se ce lo ricorderemo, da questa crisi usciremo più forti di prima.

Every Country has its Number One!


This page is dedicated to those who read me from abroad, and it is my tribute to their stamps, which are of course as interesting as the Italian stamps. With the exceptions of Italy and Germany, when the 1st stamp of the world was issued (Queen Victoria, in 1840), Western European countries were more or less the same as today, the newcomer being Belgium (which was only created in 1830). The situation was very different in Central and Eastern Europe, where the Austrian and the Ottoman Empires were still encompassing a very large number of countries which only recovered their independence with the 1st World War, and the Russian Empire (still ruled by the Czar) encompassed a huge territory including Poland, the Baltic States and Finland! To have an idea, this is a map of Europe in 1840:

As regards Germany and Italy, they were still divided into a number of small States, and this makes their case unique (and so exciting) because each of these States had its “number one”, and discussions in Italy were very fierce on whether the 1st Italian stamps are those issued by the Austrian Empire for its Italian territories in 1850 (Lombardo-Veneto Kingdom) or those issued by the King of Sardinia in 1851 (since it is this Kingdom that later became the Kingdom of Italy, but only in 1861 and after a couple of wars).

Starting from the easy examples, may I now introduce the 1st stamps issued in: England, Belgium and the Netherlands, with a short explanation for my Italian readers? All stamps belong to my collection, unless otherwise indicated.

1840, Queen Victoria, the Penny Black. Does it need to be introduced? Ha bisogno di presentazioni? No, tutti lo conoscono, il primo francobollo della storia. Penny Black, anno 1840, con effigie della Regina Vittoria e filigrana a corona (seconda scansione):

Questi due esemplari erano “vicini di casa” (la tavola da cui furono stampati; la loro posizione è individuabile grazie alle lettere dell’alfabeto utilizzate, e facilita ovviamente il plattaggio) quindi credo che ritrovarsi insieme in questa foto gli farà piacere. Quanto alla filigrana (invenzione italiana, su cui ho già pubblicato un articolo in questo blog) è ben visibile sul dorso e vi aiuterà a distinguere un Penny Black originale dalle riproduzioni postume. In questi due esemplari è particolarmente nitida, e aiuta a capire perché venga chiamata filigrana “a corona”:

1849: the 1st Belgian stamp! Staccatosi dai Paesi Bassi nel 1830, l’ultimo nato fra i Paesi europei decise di distinguersi dai cugini olandesi e li precedette di ben tre anni nell’emissione del suo primo francobollo. Il loro “numero uno” è questo 10 cents che raffigura il primo Re del Belgio, Leopoldo Primo (Leopoldo Giorgio Cristiano Federico di Sassonia-Coburgo-Gotha, come recita la sua biografia):

1852: arrivano gli olandesi! Con l’effigie di Re Guglielmo III°, Willem Alexander Paul Frederik Lodewijk, nato a Bruxelles nel 1817 (quando Bruxelles ancora faceva parte dei Paesi Bassi!) quello che segue è il primo francobollo dei Paesi Bassi. Avrete notato che finora, i primi francobolli di ogni Paese raffigurano sempre la testa coronata del Sovrano rispettivo (la Sovrana, nel caso inglese). Un’eccezione interessante è quella del Regno di Sicilia, per la quale rinvio all’articolo che troverete nella categoria “Antichi Stati” (alla voce “Regno di Sicilia”, ovviamente).

1857: il primo francobollo russo! Emesso il 22 dicembre, su disegno di Franz (Feodor) Kepler, questo francobollo ebbe corso legale dal primo gennaio 1858 nei territori dell’Impero russo, del Regno di Polonia e del Granducato di Finlandia. L’annullo a mano (come in questo esemplare) è tipico dei primi mesi d’uso, e conforme alle istruzioni del Ministero delle Poste, in quanto gli uffici postali periferici non erano ancora provvisti di timbri, e il territorio dell’Impero russo da rifornire era enorme ( su questo ho scritto un articolo a parte, con la mia collezione di annulli russi). Il francobollo, del valore facciale di 10 copechi, corrispondeva alla tariffa per la corrispondenza di peso pari o inferiore a 12,8 grammi.

1st Russian stamp

Monetazione veneziana – Venice Republic, the Coins


Nella foto, l’ultimo dei Ducati d’oro coniati dalla “Serenissima”: quello di Ludovico Manin. Il diritto della moneta rappresenta il doge (a destra) che riceve il vessillo da San Marco.  La legenda è SM (San Marco) Venet(i). A destra, il nome del Doge (abbreviato, in latino) permette di datare la moneta, che al pari delle monete imperiali romane (e di quelle bizantine) non porta mai l’indicazione dell’anno. Mentre lo zecchino d’oro (come il grosso d’argento) era una moneta d’uso universale, per le necessità della vita quotidiana vennero coniate una grande varietà di monete che non erano le stesse a seconda che ci si trovasse nel Dogado, nello Stato da Terra o in quello da Mar (le tre componenti della Serenissima Repubblica di Venezia). Per le monete di valore inferiore (che non riportano il nome del Doge) si usa parlare di “monetazione anonima”.

In questo articolo troverete principalmente le monete che erano in uso a Venezia e nel Dogado, ovvero nei territori “originari” dov’era nata quella Repubblica marinara la cui sede dogale si spostò progressivamente da Eraclea a Malamocco e poi a Rivoalto (Rialto) e San Marco, dove ebbe la sua sede definitiva. Il territorio del Dogado era più o meno questo:

DOGADO

Con un contenuto in oro pari al 997 per mille (da confrontare ad esempio con il 906 per mille delle monete d´oro di Vittorio Emanuele I°), il Ducato d´oro coniato dalla Zecca di Venezia (da cui il termine: Zecchino) é la moneta più pura che sia mai stata messa in circolazione. Per questo motivo, nel linguaggio comune, il termine “zecchino” é sinonimo di purezza e perfezione.

La monetazione “anonima” meriterebbe un capitolo a parte, dato che fu ampiamente utilizzata sia nei domini di terraferma (Stato da terra) sia nello Stato da Mar (Istria, Dalmazia, Peloponneso, isole Ionie, Cipro, Creta e altre isole greche che con alterne vicende fecero parte della Serenissima). Per avere un’idea dell’estensione dello Stato da terra, potete utilizzare questa mappa (fonte: wikipedia)

L’estensione dello Stato da Mar è più complicata da riassumere in una mappa, perché dipese da alterne vicende belliche (fra cui sette guerre con l’Impero ottomano!) ma con qualche approssimazione potete riferirvi a questa:

Il primo zecchino (denominato “ducato d’oro del valore di 18 grossi d’argento”, come da decreto del Maggior Consiglio) venne coniato nel 1284 (Doge Giovanni Dandolo); l’ultimo nel 1797 (Doge Ludovico Manin). In cinque secoli di esistenza, il diametro della moneta si mantenne costante (21 mm) mentre il peso passò dai 3,559 grammi iniziali ai 3,494 degli ultimi anni.  Il termine “zecchino” (in luogo della denominazione ufficiale di “ducato d’oro”) risale al XVI° secolo, e da allora è diventato sinonimo di oro puro (a 24 carati). Nel momento di massimo fulgore, si stima che la Repubblica di Venezia possedesse riserve auree pari al 15% di tutto l’oro presente nel mondo allora conosciuto!

Oltre al Ducato d’oro o zecchino, che a lungo è stato il “dollaro del Mediterraneo”, la Zecca della Serenissima coniava anche (a titolo di esempio, e in ordine crescente di valore facciale).

BAGATTINI in rame (la moneta più piccola, per le transazioni “bagatellari” come il pane): 18 millimetri di diametro per 1,8 grammi di peso. Sul rovescio, leone di San Marco “in soldo”; sul diritto, busto della Madonna con bambino:

BEZZI (in rame) del valore di mezzo soldo = 6 bagattini (21 mm. di diametro, 4 grammi il peso):

SOLDI (in argento, fino al 1603, e in rame a partire da tale data) = 12 bagattini.


GAZZETTE (in argento) del valore di 2 soldi, e i loro multipli (come la moneta da 2 gazzette pari a 4 soldi, detta GROSSETTA):

Grossetta d'argento = 2 gazzette del valore di 4 soldi

..e quella da 4 gazzette, molto simile alla precedente (sono facili da riconoscere, dato che il valore sul diritto della moneta è espresso in numeri romani):

Dal 1194 al 1470: GROSSI (in argento) del valore iniziale di 5 soldi. Nell’immagine che segue: un grosso del Dogato di Pietro Gradenigo (1289-1311) detto anche grosso “matapan”. Si tratta del grosso del I° tipo, che rimarrà invariato fino al 1356; nei grossi del periodo successivo, il Doge sul diritto della moneta è invece ritratto di profilo. Il rovescio della moneta raffigura Cristo Redentore seduto sul trono.

Dal 1472: LIRE (in argento) = 20 soldi. L’esemplare dell’immagine (Dogado Contarini, 1676-1684) presenta un foro perché in tempi lontani questa moneta (la prima “Lira” coniata con questo nome in Italia, a partire dal Doge Nicolò Tron!) veniva spesso utilizzata per adornare il collo delle Signore:

SCUDO della croce (in argento) = 7 Lire = 140 soldi, e i suoi sottomultipli (nell’immagine che segue, il “quarto di scudo della croce”, pari a 35 soldi):

Per vederle tutte (comprese quelle che qui non ho citato, per motivi di spazio), vivamente consiglio una visita al Museo Correr (in Piazza San Marco, Venezia; l’ingresso è gratuito per i residenti) che in una sala apposita conserva la serie quasi completa delle monete coniate  dalle origini della Zecca veneziana (Anno Domini 820, con sede a Rialto!) fino al 1797 (sede definitiva, in bacino San Marco). In alternativa, un’eccellente galleria fotografica la troverete qui: http://numismatica-italiana.lamoneta.it/zecca/Venezia.

Fra le monete che finora non ho citato, ce ne sono altre che vennero utilizzate soltanto in certi periodi (la monetazione veneziana copre un arco di tempo superiore a quello di molti Stati moderni!) come questo TRAIRO d’argento del valore di 5 soldi, introdotto nel XVIII° secolo (diametro: 19 mm. Peso: 1,15 grammi):

Nei primi secoli di vita della Serenissima, invece, molto utilizzati furono i soldini d’argento. Quello che ho scelto come esempio è un soldino del primo tipo (Doge Bartolomeo Gradenigo, 1339-1342) con leone rampante (Diametro: 17 mm. Peso:  0,95 grammi):

Quella che segue è invece una “carzia” per il possedimento di Cipro (Doge Jeronimus Priuli, come indicato sul rovescio). L’isola di Afrodite fu veneziana per quasi un secolo: dal 1489 al sanguinoso assedio di Famagosta del 1570-71, che rappresenta uno degli episodi più eroici della storia dell’Occidente (http://www.roth37.it/COINS/Famagosta/index.html).

Il trattamento riservato agli assediati (e il tradimento della parola data al momento della resa) è all’origine della foga con cui i veneziani condussero la flotta cristiana alla vittoria di Lepanto, vendicando il supplizio sofferto dall’eroico Bragadin. La vicenda ha ispirato vari libri, fra cui segnalo: “L’assedio” di Maria Grazia Siliato (Mondadori, 1995) che di Marcantonio Bragadin è una discendente e a giusto titolo ne va fiera.

Durante l’assedio di Famagosta vennero coniate delle monete in rame chiamate “bisanti” per sopperire alla penuria di carzie (che venivano coniate esclusivamente alla Zecca di Venezia, e pertanto vennero presto esaurite a causa degli eventi bellici). Si tratta di monete “ossidionali” (dal latino obsidio, obsidionis = assedio) come vengono chiamate quelle coniate in queste particolari circostanze storiche; sul diritto portano l’impronta del leone di San Marco con la legenda “Pro Regni Cypri Praesidio”, e sul rovescio il motto “Venetorum fides inviolabilis”. Portano tutte lo stesso anno (il 1570) come nella foto che segue:

BisanteRiassumendo, la caratteristica comune delle monete veneziane è l’onnipresenza di San Marco: raffigurato in effigie (negli zecchini e nei grossi d’argento) oppure simbolicamente rappresentato dal leone alato (simbolo dell’evangelista Marco nella tradizione proto-cristiana che ad ogni Evangelista aveva associato un animale). Leone rampante, andante, in soldo o in moeca, a seconda della posizione assunta, ma sempre alato (the winged lion, come dicono gli anglosassoni). A proposito, qualcuno pensa che il leone alato in numismatica sia scomparso con la fine della Serenissima Repubblica (anno di disgrazia 1797) o che la sua unica risurrezione sia stata quella del 1848? Guardate questa moneta delle isole Ionie, che veneziane rimasero fino alla fine e successivamente, alla caduta di Napoleone (quando Venezia venne ceduta all’Austria) conobbero un cinquantennio di auto-governo con il nome di Ηνωμένον Κράτος των Ιονίων Νήσων (Unione delle Isole Ionie). In quel cinquantennio (dal 1815 al 1864)  il leone alato (con 7 frecce a rappresentare le 7 isole) ne fu l’emblema:

L’Unione delle isole ionie riprese l’eredità (e i confini territoriali) della “repubblica settinsulare” costituita nel 1800 (tre anni dopo la caduta della Serenissima) ed era formata da Corfù, Cefalonia, Itaca, Zante (l’isola natale di Ugo Foscolo!), Paxos, Cerigo e Santa Maura (l’attuale Leucada). Nella monetazione e nella bandiera conservò il leone marciano, che andò “in pensione” soltanto quando le isole ionie vennero accorpate al neo-costituito regno di Grecia (che nel 1830, suo anno di nascita, comprendeva soltanto la parte continentale della Grecia attuale: il processo unitario greco fu lungo e laborioso, non meno di quello italiano).

Unione delle isole ioniePer concludere (anche se a prima vista parrebbe esulare dall’oggetto della presente trattazione), mi sembra giusto pubblicare una foto della moneta in argento da 5 lire della Repubblica Veneta (proclamata il 22 marzo 1848, dopo la cacciata degli austriaci) che ebbe corso legale nel 1848-1849, insieme con i suoi sottomultipli in centesimi. Se pensate che per continuare a battere moneta durante l’assedio che ne seguì, il Governo provvisorio di Daniele Manin chiese ai veneziani di conferire l’argenteria di famiglia, e i veneziani lo fecero senza batter ciglio, avrete un’idea dell’orgoglio e delle passioni che ancora suscitava questo leone alato.

Interessante notare come in questa fase storica vennero coniati due tipi di monete, di pari peso (25 grammi d’argento) e diametro (37,5 millimetri) corrispondenti all’evoluzione della strategia “federale” della Repubblica Veneta: quelle emesse con decreto del I° governo provvisorio del 29 giugno 1848 (prima foto) portano la scritta “Repubblica Veneta” sul diritto e “Unione italiana” sul rovescio, mentre in quelle emesse con decreto del II° governo provvisorio il 27 novembre 1848 (ma coniate nel 1849) la legenda sul diritto diventa “Indipendenza italiana” e sul rovescio (seconda foto) “Alleanza dei Popoli Liberi”: l’Italia sognata da Daniele Manin (e dal Cattaneo, a Milano) era una federazione di Stati o uno Stato federale.

1848 VE 217E 5lire1848 II°tipo

1848 VE 217E 37mm 24.81gr

Cosa valgono oggi le monete veneziane?

Per la quotazione degli zecchini d’oro (e per quella delle monete del Governo Provvisorio 1848-1849) potete consultare il Gigante, che è il catalogo più utilizzato dai collezionisti di numismatica, e viene aggiornato ogni anno. Per la monetazione in argento e per quella anonima, degno di nota è l’ottimo catalogo “le monete di Venezia”, di Luca Luciani e Artur Zub (Treviso, 2012). In una “bibliografia minima” non può poi mancare il Paolucci: “le monete dei Dogi di Venezia” (Padova, 1990). Grazie al progetto Gutenberg (“digitalizzazione” delle opere non più coperte da diritto d’autore, al fine di renderle fruibili online) su Internet potete invece consultare gratuitamente la monumentale opera di Nicolò Papadopoli Aldobrandini: pubblicato nel 1905, il suo libro “le monete di Venezia” è stato per molti decenni il punto di riferimento in materia. L’opera include un utilissimo indice alfabetico ed è consultabile qui: http://www.gutenberg.org/files/30164/30164-pdf.pdf

Per ritornare al valore di catalogo di queste monete, riportarne qui tutte le quotazioni sarebbe impossibile, ed è bene ricordare che il valore di mercato di una moneta dipende dal suo stato di conservazione, oltre che dalla sua rarità. A titolo di conclusione, mi limiterò a dire che gli zecchini più rari (coefficiente di rarità R5, per il Gigante) sono quelli coniati durante i Dogati di:

  • Marino Falier (1354-1355)
  • Marco Barbarigo (1485-1486)
  • Antonio Grimani (1521-1523)
  • Nicolò Donà (1618)
  • Francesco Contarini (1623-1624)
  • Giovanni Corner (1625-1629)
  • Nicolò Contarini (1630-1631)
  • Francesco Corner (1656).

Se questo articolo vi è risultato utile per le vostre ricerche, potete votarlo con le stelle all’inizio del testo (5 al massimo, come per gli alberghi!) e trattandosi delle monete più belle del mondo, 5 stelle sarebbero ovviamente gradite (per le monete, non per me).

Credits: tutte le monete delle foto appartengono alla mia collezione personale, con l’eccezione della moneta delle isole ionie e del bisante di Cipro per il quale ho utilizzato questa (pregevole) fonte, che consiglio anche a chi vorrà approfondire quel contesto storico:

http://www.roth37.it/COINS/Famagosta/

Non ho parlato delle “oselle” perché, pur essendo monete di pregevole fattura e di indubbio valore collezionistico, non ebbero corso legale come mezzo di pagamento, ma a chi volesse farsi un’idea di cosa fossero consiglio questo articolo di Alvise Zorzi:

http://www.ilgiornaledivicenza.it/stories/Home/132777_oselle_le_gratifiche_dei_dogi_per_i_patrizi_della_serenissima/?refresh_ce#scroll=3290

Rialtofil

Rialtofil@gmail.com

Ascensione, quando la torre dell’orologio si apre e..


Succede soltanto due volte all’anno: il giorno dell’Epifania e quello dell’Ascensione, detta “Sensa”, che quest’anno verrà festegiata l’8 maggio con il consueto corteo acqueo che culmina nello “sposalizio col mare”.

Succede a Venezia, nell’unica Piazza autorizzata a chiamarsi tale (le altre si chiamano “campi”): la torre dell’orologio si apre e lascia apparire questa meraviglia:

A quale epoca risalgono, la torre dell’orologio e quel mirabile meccansimo? I lavori vennero commissionati dalla Serenissima  nel 1493, quando a ricevere il prestigioso incarico fu Gian Carlo Rainieri, orologiaio di Reggio Emilia. Per far spazio alla torre dell’orologio, parte della Procuratia de Supra venne demolita nel 1496. Nel Dicembre del 1497 è pronta la campana (alta 1,56 m. e dal diametro di 1,27 m.) che verrà collocata sulla sommità della Torre assieme ai due Mori (alti 2,6 metri) che la percuotono alternativamente coi loro martelli. La verità è che i cosiddetti “mori” rappresentavano due pastori, e il nomignolo di “mori” appare in epoca successiva, a causa della patina scura che si formò dopo la loro sistemazione e conferendogli il colore che ancor oggi presentano.

La torre dell’orologio venne inaugurata nel 1499 dal Doge Agostino Barbarigo.

La caratteristica più straordinaria del meccanismo era indubbiamente l’indicazione astronomica. Sul grande quadrante principale (4,5 m. di diametro) si potevano leggere in cerchi concentrici le posizioni relative dei cinque pianeti allora conosciuti, Saturno, Giove, Marte, Venere e Mercurio, oltre alle fasi lunari ed alla posizione del Sole nello Zodiaco.

L’indicazione dell’ora avveniva secondo il sistema italiano che divideva il giorno in 24 ore, di lunghezza variabile fra periodo estivo ed invernale. Ai quattro angoli del quadrante principale erano poste altrettante aperture circolari che ospitavano degli astrolabi, che sono andati persi; altrettanto dicasi per la statuia del Doge (distrutta dai francesi nel 1797). L’orologio è chiaramente visibile arrivando dal mare, perché fino alla metà dell’Ottocento, la porta di accesso a Venezia era il mare e non la terraferma:

Soddisfatta dell’opera prestata dall’orologiaio Gian Carlo Rainieri, la Repubblica di Venezia gli propose di vivere all’interno della Torre con la sua famiglia, e per la manutenzione del complesso meccanismo gli venne ovviamente accordato un compenso all’altezza del compito. La tradizione continuerà e anche nei cinque secoli successivi, un “temperatore” (custode e manutentore) sarà sempre presente nella Torre. Fino a quando? Fino al 1998! L’ultimo “temperatore” dell’orologio è stato Alberto Peratoner, che ci ha lasciato una relazione sul restauro avvenuto negli anni novanta. la sua pagina internet, con ampia documentazione sull’Orologio, è questa:

http://digilander.iol.it/orologiodellatorre/

Una miniera di informazioni, a cui abbiamo attinto anche noi, è la pagina dell’Antica Orologeria Zamberlan, da cui abbiamo attinto anche noi:

http://www.orologeria.com/italiano/hj/hj008.html

Pola, Parenzo, Rovigno.. per non dimenticare.


Lussinpiccolo“Siamo partiti in un giorno di pioggia
cacciati via dalla nostra terra
che un tempo si chiamava Italia
e uscì sconfitta dalla guerra”

Parenzo 1925“E siamo scesi dalla nave bianca
i bambini, le donne e gli anziani
ci chiamavano fascisti
eravamo solo italiani”

Zara 1909“Italiani dimenticati
in qualche angolo della memoria
come una pagina strappata
dal grande libro della storia”

Parole e musica: Simone Cristicchi, “Magazzino 18”.

tratta dall’omonimo spettacolo teatrale: http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-8a3ab16c-1508-4100-ba37-8d42703c6ab2.html

La prima foto è una cartolina di Lussinpiccolo. A Lussìn, su una popolazione residente di 2.961 abitanti nel 1945, le persone che dichiaravano di essere italiane scesero da 1.989 a 75:

http://bora.la/2009/01/19/storia-dellisola-dai-tre-nomi-lussin-lussino-losinj/

Da Pola partirono in 28.000 ed è la vicenda forse più conosciuta, grazie anche ad un libro di Arrigo Petacco (“L’esodo”) e ai documentari dell’epoca, ma l’esodo interessò tutta la fascia costiera, da Capodistria a Sebenico e fino a Traù (Trogir).

Pola1911In totale si stima che furono più di 300.000 gli esuli da Traù a Capodistria passando per Zara, Pola, Parenzo, Rovigno, Umago e tante altre città la cui architettura non ha mai smesso di sussurrare quello che per anni è stato taciuto: la cultura comune delle due sponde di quel mare che fino al XVIII° secolo veniva chiamato semplicemente “Golfo di Venezia” e che a Venezia ha lasciato tracce indelebili in un processo di reciproco arricchimento e mutuo rispetto, tristemente venuto meno nel secolo dei totalitarismi. Quel secolo è finito, ora di guardare oltre e di trovare nelle comuni radici storiche lo stimolo per una ritrovata armonia che per essere duratura richiede tuttavia una condizione preliminare: il rispetto per le vittime innocenti che quella folle parentesi fece, da entrambe le parti.

Cosa abbia rappresentato per gli esuli italiani lo potrete intuire da questa pagina dell’Arena di Pola (del 6 febbraio 1947) che riproduco per gentile concessione di Claudio Cascione, figlio di esuli istriani:

Pola 1947

Dal 1947 ad oggi sono trascorsi 67 lunghi anni: la Jugoslavia non esiste più, la guerra fredda è finita; la Slovenia (dall’1/5/2004) e la Croazia (dall’1/7/2013) fanno ormai parte dell’Unione europea. Rialtofil si associa al giorno del ricordo, nella convinzione che questa giornata possa ormai essere celebrata con il dovuto rispetto per le vittime e senza strumentalizzazioni di parte: non si tratta di rivendicare terre e città che ormai hanno cambiato anche nome, ma del sacrosanto diritto alla nostra memoria storica, che tante e straordinarie tracce ha lasciato in quelle terre.

Rialtofil,

10 febbraio 2014

A chi vorrà approfondire la vicenda storica, si consiglia innanzitutto di lasciare fuori dalla porta i para-occhi ideologici e le “verità” pre-fabbricate (di partito). Per evitare le trappole dei pregiudizi, segnalo questa analisi che è stata pubblicata proprio oggi, e si distingue per lucidità ed equilibrio: http://editfiume.com/blog/i-setti-pregiudizi-capitali-sullistria/

La datazione delle monete veneziane


Le monete della Serenissima abbracciano dieci secoli di storia. Per chi volesse collezionarle c’è l’imbarazzo della scelta ma anche un problema non secondario: tali monete non riportavano (salvo rare eccezioni) alcuna data. Come procedere per la datazione? Il criterio è facile da intuire per quelle che sul diritto indicano il nome del Doge (ed è questo il caso delle due monete più importanti: i grossi d’argento e i ducati d’oro), mentre per la monetazione anonima bisognerà ricorrere ad altri criteri. C’è però una complicazione, e non è di poco conto: il nome del Doge non era quasi mai indicato per intero, ed era espresso in latino. Quando poi la moneta presenta segni di usura (com’è normale che sia, dopo qualche secolo) la datazione non è sempre agevole come potrebbe sembrare a prima vista. Partiamo da questo esempio:

Giovanni DandoloSul rovescio della moneta appare il Cristo Redentore, che rimarrà sostanzialmente invariato nel corso dei secoli. Sul diritto, il Doge che riceve le insegne del potere da San Marco. A destra la scritta SM Veneti, a sinistra il nome del Doge. In questo caso lo stato di conservazione della moneta ne consente un’interpretazione univoca: IO DANDVL. A chi non ha studiato latino, sarà sufficiente tener presente che la lingua latina conosceva solo le lettere maiuscole, e che la lettera V si leggeva U.

IO = Giovanni DANDVL = Dandolo (nome e cognome abbreviati, in latino). Soluzione dell’enigma: si tratta di Giovanni Dandolo (1280-1289), il Doge a cui dobbiamo anche l’introduzione del Ducato d’oro:

http://rialtofil.com/2014/01/18/da-eraclea-alla-venetiarum-civitas-e-dai-solidi-agli-zecchini/

La paternità del grosso d’argento spetta invece ad un altro Dandolo: quello che a 80 anni suonati si mise a capo della flotta e dopo avere espugnato Zara prese anche Costantinopoli. Stiamo ovviamente parlando di Enrico Dandolo (1194-1205) che da quelle conquiste trasse (per la Serenissima) tanta ricchezza e prestigio da fare di questa moneta (molto prima dell’introduzione dei ducati d’oro) la valuta di riferimento per gli scambi commerciali nel Mediterraneo orientale. Dal grosso d’argento al ducato d’oro (quello che più tardi verrà chiamato “zecchino”) passerà ancora un secolo, ma entrambe le innovazioni portano la “firma” della famiglia Dandolo!

Come avrete notato (o come forse già sapete) alcuni cognomi sono ricorrenti, nella storia di quella che fu una Repubblica circondata da regni ed Imperi, ma pur sempre una repubblica “aristocratica” in cui le massime cariche dello Stato (per quanto fossero elettive) erano riservate alle famiglie nobili. Dal punto di vista della datazione, questo può dar luogo a qualche difficoltà che occorre tener presente, dato che le quotazioni di queste monete dipendono dalla loro rarità e la rarità può dipendere anche (ma non solo) dalla durata del Dogado.

A titolo di esempio, uno dei ducati d’oro più rari (e più cari: dai 10.000 ai 20.000 euro, a seconda del suo stato di conservazione) è quello di Giovanni CORNARO, in veneziano CORNER (1625-1629). Osserviamo dunque la prossima moneta:

ZecchinoCornerAnche qui (come nel diritto del grosso d’argento) ritroviamo San Marco (aureolato) e il Doge (inginocchiato) ma a posizioni invertite (il Doge è di profilo, come nei grossi del II° tipo). A sinistra la scritta SM Veneti e a destra il nome del Doge. Stavolta è facile, vero? IOAN CORNER = Giovanni Cornaro, dirà subito qualcuno, rallegrandosi per il ritrovamento di una moneta tanto rara e ricercata (coefficiente di rarità R5)! Ebbene no: di Giovanni Cornaro (CORNER, in veneziano) come Dogi ne abbiamo avuti due, e questo è IOAN CORN II = Giovanni Cornaro II° (1709-1722).

Questi dettagli hanno la loro importanza dal punto di vista pratico: in termini di quotazione, lo zecchino di Cornaro II° vale molto meno di quella di Cornaro I° (il rapporto è di 1 a 20), anche se resta pur sempre una moneta da 500/600 euro. Complicata, la faccenda? Nemmeno tanto, al confronto con la datazione delle monete “anonime”.. ma se in casa ne avete qualcuna e vi serve un parere gratuito sulla datazione e/o sulle quotazioni di mercato potete sempre scrivere a:

Rialtofil@gmail.com

Articolo collegato: http://rialtofil.com/2011/12/29/72/

Da Eraclea alla Venetiarum Civitas, e dai “solidi” agli zecchini


“Roma non fu creata in un giorno”, recita un proverbio francese che risale al 1191. Venezia neppure, e tanto meno la Repubblica di Venezia: quella che all’inizio era soltanto una federazione di comunità lagunari chiamata “Venetiae” (Venezie, al plurale) aveva in realtà la sua “capitale” ad Eraclea, la sua sede patriarcale a Grado e i primi insediamenti commerciali a Torcello (le isole realtine erano ancora disabitate, e lo resteranno ancora per un paio di secoli). Da tali origini nasce la distinzione, che tale rimarrà fino al 1797, fra territorio del Dogado, “Stato da Mar” e “Stato da Terra”; il Dogado si estendeva infatti da Chioggia a Grado: in pratica, la fascia litoranea che comprende le tre lagune di Venezia, Caorle (allora molto più estesa di adesso) e Grado (attualmente chiamata laguna di Marano).

Il primo Doge  (Paolo Lucio Anafesto) venne eletto proprio ad Eraclea e per quanto formalmente sottoposto all’autorità di Bisanzio, venne scelto da quelle comunità lagunari in sostituzione del governo tribunizio (i “tribuni” erano funzionari bizantini); il Doge (dal latino Dux) in questa fase era ancora una sorta di governatore militare, ma il fatto che venisse per la prima volta eletto dai veneti riuniti in assemblea rende a mio parere legittima la definizione di “primo” Doge. Era l’anno 697 e l’ultimo Doge “abdicherà” nel 1797: undici secoli tondi di auto-governo e 120 Dogi! Quanti Stati contemporanei possono vantare una longevità comparabile? Alcuni storici considerano come primo Doge quello del 742, quando l’elezione venne definitivamente sottratta al controllo imperiale, ma il risultato non cambia di molto perché anche quel Dux veniva da Eraclea, ed è da qui che dobbiamo partire. Per farlo, vi propongo una moneta che ha molte cose da “raccontare”:

BISANZIO 610-641 solido d´oro Imperatore ERACLIO

Questa moneta d’oro (che per me è la più bella fra quelle emesse dall´Impero romano d’Oriente) venne coniata dal 629 al 631 per celebrare la storica vittoria dei bizantini sui persiani del 627 (battaglia di Ninive). Perché è così importante per noi? Il “diritto” della moneta (quello della prima foto) raffigura l’Imperatore Eraclio (610-641) con il figlio Costantino, ed è proprio da Eraclio che prende il nome quella città che darà i suo natali ai primi Dogi: Eraclea, così “battezzata” dai nobili opitergini (Oderzo) che qui trovarono rifugio fra il 638 e il 640, presto raggiunti dagli ultimi abitanti di Oderzo quando questa (nel 664) venne rasa al suolo dai longobardi:

http://www.comune.eraclea.ve.it/?area=4&menu=129&page=125

Si consideri anche che Eraclea all’epoca era un’isola (l’antica Melidissa, a metà strada fra Piave e Livenza) e questo ci conferma come in quella fase ancora convulsa, in cui la terraferma italiana era preda di scorribande e distruzioni continue, la civilizzazione che stava prendendo forma sulle rovine dell’antica (per poi assumere caratteristiche assolutamente nuove) poteva prosperare soltanto sull’acqua, e con la protezione iniziale della flotta bizantina. La prima sede dogale fu dunque Eraclea, la seconda Malamocco; per il trasferimento della “capitale” nelle isole realtine dovremo attendere il IX° secolo e il decimo Doge: Angelo Partecipazio (anno 811, dopo che l’assedio franco di Malamocco ne aveva evidenziato la vulnerabilità). Si consideri ancora che in questa fase, non si parlava ancora di Civitas Venetiarum (Venezia) ma di Civitas Rivoalti (città di Rialto, o delle isole realtine)!

Venezia non fu creata in un giorno, dicevamo, e nemmeno la sua monetazione: nei primi secoli di vita, i veneziani commerciavano con monete “altrui”. In una seconda fase iniziarono a coniare le loro monete d’argento (il “grosso”, che presto si impose come valuta di riferimento nel Mediterraneo orientale), ma le monete d’oro utilizzate per le transazioni “importanti” erano quelle bizantine come questa, e quando il Maggior Consiglio si decise a lanciarsi nell’avventura (correva ormai l’anno 1284) e decretare la coniazione di “ducati d’oro fino del valore di 18 grossi d’argento” (che diventeranno i famosi “zecchini”) l’influenza stilistica di Bisanzio era ancora ben presente, cosi come lo era (evidentissima) nella basilica di San Marco e in quella di San Donato a Murano. Se il peso del ducato veneziano era comparabile a quello del fiorino toscano con cui si poneva “in concorrenza” diretta, i suoi canoni estetici e la ricerca della perfezione (diversamente dalle monete genovesi e fiorentine, che sono molto più “sobrie”) richiamano invece le origini bizantine della Venetiarum Civitas erettasi a “capitale dei veneti” (non dimentichiamo che il nome “veneti” è di vari secoli anteriore alla fondazione di Venezia). Esaminiamo dunque il “rovescio” della moneta eraclea:

BISANZIO 610-641 solido d´oro

Al centro è raffigurata una croce su 4 gradini, contornata dalla scritta “vittoria” in latino ( a sinistra) e in greco ( a destra) che si riferisce alla già citata vittoria militare sui persiani del 627 (battaglia di Ninive). Perché una croce? Perché  fra le clausole del Trattato di pace figurava la riconsegna della “Vera Croce”, trafugata nel 614 quando i persiani si erano impadroniti di Gerusalemme.

Quali sono gli elementi comuni con la moneta aurea che sei secoli più tardi, a Venezia, verrà coniata con la stessa ambizione (quella di diventare la valuta più importante del Mediterraneo orientale)? La medesima forza evocativa, innanzitutto: la legittimazione religiosa che entrambe evocano (San Marco che consegna il vessillo al Doge, nei ducati d’oro veneziani; la vera croce nel solido bizantino) e lo sfarzo orientale che entrambe cercano di veicolare (cosí lontano dalla sobrietà “castigata” delle monete carolinge e crociate). Si tenga anche presente che dal punto di vista iconografico, il ducato d’oro riprende i simboli già presenti nel grosso d’argento, che già circolava (con grande successo) da quasi due secoli: San Marco aureolato che consegna il vessillo al Doge (doge di profilo, nei grossi del secondo tipo come nel ducato d’oro!) con la differenza che nel ducato d’oro il Doge è inginocchiato mentre nel “grosso” è in posizione eretta.

Nel corso dei 5 secoli in cui venne coniata, la moneta veneziana rimase sempre fedele a quelle forme, con modifiche marginali che riguardano principalmente la foggia del berretto dogale (il “corno”):

http://venipedia.it/personalit%C3%A0/dogi/il-corno-dogale

Al pari dei solidi bizantini, i ducati veneziani non portano mai l’indicazione dell’anno, e questa caratteristica perdurerà fino alla fine. Come per le monete imperiali (romane e poi bizantine) che raffigurano l’Imperatore di turno, è il nome del Doge (sul diritto della moneta) che ne permette la datazione, perché (a torto o a ragione) i veneziani si ritenevano gli eredi di quella tradizione; certo non erano gli unici ma avevano più di qualche titolo per farlo: da “profughi” e difensori dell’unico lembo dell’Impero che non aveva mai conosciuto occupazioni straniere, e mai ne conoscerà fino al 1797, riuscirono a creare un elemento di continuità storica con la Decima Regio di Augusto (“Venetia et Histria”) i cui confini vennero infine ricostituti con una coincidenza impressionante e quasi completa: Istria e Veneto, Brescia e Friuli saranno Serenissime e lo resteranno fino alla fine della Repubblica che aveva “raccolto il testimone” di un Impero.

Rialtofil

17 gennaio 2014

Articolo collegato: http://rialtofil.com/2011/12/29/72/

Buone Feste a tutti!


A voi tutti e ai vostri cari, Rialtofil augura un sereno, anzi Serenissimo Natale.. da quel magico luogo ove nulla è come altrove, e anche Babbo Natale si adatta con gioia: slitta e renne le lascia a Piazzale Roma!

DSC00128..e se il vostro pranzo natalizio era troppo abbondante, per Santo Stefano almeno tenetevi leggeri con questa pizza (la trovate all’Osteria del Duomo!) ma attenti ai denti: è un piccolo capolavoro in vetro soffiato, opera del Maestro Marino Santi, nella tradizione millenaria di cui Murano custodisce il segreto:

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Stamattina c’era un filo di acqua alta, questo è vero..

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..ma anche a quella c’è rimedio: basta arrampicarsi ai piani alti!

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Il vento infuria, e l’acqua avanza? Keep calm, e Buone Feste a tutti!

Rialtofil

26 dicembre 2013

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